Paolo Mieli, in veste di giornalista, si dimentica della storia nazionale dalla liberazione ad oggi. Nel criticare con l’editoriale “Berlusconi, il partito. Forza Italia una storia nell’angolo”, in modo eccessivamente soft l’ultima mossa dell’autocrate lombardo con il suo raggruppamento sempre più fatiscente, si dimentica delle precedente esperienze rassistiche, vissute dalla partitocratica nazionale.
Berlusconi è stato il “padre – padrone” e non può che essere il becchino di un movimento, tanto velleitario quanto sfuggente e discutibile nei tratti ideologici pragmatici e strumentali. Ha lanciato un appello patetico e vuoto di prospettive con il titolo “L’Altra Italia” , precisando che “non sarà un partito ma la casa di chi salverà l’Italia”. Esso è stato raccolto da un autentico “esercito del nulla”, con punte Lupi e Parisi (chi è costui?).
Il Cavaliere, a dirla tutta, è stato uno dei principali responsabili con le sue reti televisive e con i suoi programmi (“Grande Fratello” e Bonolis) di quella che Cazzullo chiama “la mutazione antropologica” degli italiani, forse irreversibile.


E’ vero anche che, oltre lui, sulla scena politica italiana, dal dopoguerra all’avvio della seconda Repubblica, del tutta effimera, hanno posseduto la scena nei partiti dell’”arco costituzionale” uomini assunti come modelli.
Attraverso l’azione carica di nostalgia delle “Fondazioni”, ancora sovvenzionate dallo Stato, si è giunti a rivendicare la “attualità” del leader repubblicano Ugo La Malfa a 40 anni dalla morte, ma si è perduta l’occasione di tracciare consuntivi contemporanei e paralleli, dei tre uomini politici egemoni del PSDI, del PRI, e del PLI, partiti scomparsi nello tsunami devastante di “tangentopoli”.


La prima entità politica , nato da una milionesima scissione socialista, ha raggiunto la poltrona di presidente della repubblica con il burbanzoso piemontese Giuseppe Saragat senza mai lasciare tracce consistenti e sostanziali della propria presenza e a Montecitorio e a Palazzo Madama, La banalità del partito è provata dagli uomini di quarta o quinta fila, designati alla guida, da Tanassi a Nicolazzi fino al figlio del referendum del 2 giugno 1946 (Pier Luigi Romita).
Il secondo reca quasi abusivamente l’etichetta “repubblicana”, data l’egemonia esercitata per decenni da due ex – azionisti (Reale e La Malfa), e dal liberale, già collaboratore della rivista “Italia e Civiltà”, pubblicata a Firenze nel periodo della RSI, da Barna Occhini, padre dell’attrice Ilaria, scomparsa di recente, e genero di Giovanni Papini.
L’unico autentico seguace di Mazzini, il toscano Randolfo Pacciardi, combattente antifranchista in Spagna, estromesso dal partito dopo una militanza remota, finì alfiere della “Seconda Repubblica”, purtroppo rimasta irrealizzata.


Il partito di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, dal canto suo, visse la stagione elettoralmente più proficua ma effimera per la debolezza del quadro parlamentare, sotto Giovanni Malagodi, di formazione e di mentalità “liberal” più che liberale. Ad essere emarginati furono gli esponenti dell’ala destra, da Agostino Bignardi ad Ugo D’Andrea a Giovanni Artieri. L’epilogo cruciale è rappresentato dal coinvolgimento in “mani pulite” del segretario “bon viveur” Renato Altissimo e la fine dell’altro ex segretario Valerio Zanone, immeschinitosi come senatore “ulivista” nella XV legislatura.


Malauguratamente, per il dogmatismo cattedratico e gli apriorismi immodificabili di certi “grandi vecchi”, non fu possibile creare nel periodo precedente l’avvento del fascismo e nel lungo secondo dopoguerra, il liberalismo nazionale propugnato da un “galantuomo” pugliese, Antonio Salandra, presidente del Consiglio dal marzo 1914 al giugno 1916, bistrattato e alla meglio sottovalutato dalla storiografia.
Si tratta di un orientamento, assai più consono alla nostra Nazione, più attrezzato sui problemi e più sicuro contro le opposizioni di centro e di sinistra, privo al massimo dell’enfasi retorica, al limite del teatrale, di Berlusconi.