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Il referendum incombe e, come previsto, si intensifica la campagna di disinformazione terroristica della finanza internazionale e dei poteri che ad essa fanno riferimento, tutti zelantemente impegnati a replicare il fallimentare copione Brexit di qualche mese fa nel tentativo di puntellare le sorti politiche del governicchio del maldestro boy scout e con lui i loro cospicui interessi.

Una recita a soggetto scontata e prevedibile che non dovrebbe impressionare più nessuno e che vede coinvolti sullo stesso palcoscenico da avanspettacolo politico-economico i giornaloni delle elite finanziarie anglo sassoni, gli speculatori selvaggi della City, gli eurocrati di Bruxelles con la loro istitutrice germanica oltre, naturalmente, ai variegati collaborazionisti locali, eredi di una poco gloriosa tradizione che vede certi Italiani sempre pronti a mettersi al servizio del primo straniero che passa da queste parti. Così l’ultima settimana di campagna referendaria si apre con il solito spettacolino dello spread che schizza verso l’alto della borsa che schizza in direzione opposta e con il Finacial Times che millanta il “pericolo” di fallimento (niente di meno) per ben 8 banche italiane in caso di vittoria del NO.

Una sequenza oramai vista e rivista e di cui già una volta abbiamo pagato il prezzo, salatissimo, con il fallimentare governo Monti e che ora ci viene riproposta pari pari nel momento in cui siamo chiamati a votare la modifica (ma sarebbe meglio dire manipolazione) della nostra Costituzione.

Trattandosi della legge fondante e fondamentale del paese e non del regolamento del circolo ARCI del paese della Boschi (Laterina, Arezzo) ci si aspetterebbe che i cittadini italiani ne discutessero approfonditamente nel merito per potere poi prendere liberamente e con cognizione di causa una decisione che andrà ben oltre il banale destino politico di un Renzi qualsiasi o la quotazione dello spread o i succulenti bonus di qualche banchiere nostrano o della City.

E invece tra i molti e variegati argomenti a sostegno del SI quello più utilizzato, e che sembra fare breccia più di tutti, è proprio il più assurdo e lontano dal merito della questione.

Al grido di “il SI lo vogliono i mercati” il NO è considerata un’opzione non praticabile e viene invece considerata credibile la bizzarra previsione secondo la quale bocciare il pastrocchio costituzionale messo insieme dai costituzionalisti della domenica significherebbe aprire la strada alla “instabilità” e al caos, consegnando il Paese all’”accozzaglia” e quindi al disastro.

Analisi ridicola e argomentazione strampalata che, però, riescono a far breccia e a radicarsi in quella parte dell’opinione pubblica che dovrebbe, invece, essere (in teoria) più evoluta e culturalmente attrezzata e che al contrario, spaventata ed incerta, preferisce bersi le rassicuranti balle del boy scout e dei suoi fiancheggiatori credendo così di difendere i propri interessi.

E’ il solito deprimente spettacolo della borghesia italica, pavida e conformista, sempre alla ricerca di una nuova, accomodante DC che metta insieme tutto e il contrario di tutto in un eterno compromesso, sempre pronta a tapparsi montanellianamente il naso pur di non mettere in discussione le miopi certezze del momento. Un vero peccato, oltre che un pericolo: basterebbe entrare anche superficialmente nel merito per capire l’assurdità della riforma che dovremo votare tra pochi giorni.

Al merito Renzi e la sua claque hanno dedicato poco tempo e poca attenzione, limitandosi sostanzialmente a ripetere il ritornello della riduzione del costo della politica e dell’abolizione del bicameralismo perfetto che dovrebbe accelerare l’iter di formazione delle leggi. Entrambe le affermazioni sono, ovviamente infondate.

La questione della riduzione dei costi della politica è solo una stupidaggine demagogica, forse per ingraziarsi qualche elettore grillino: il risparmio previsto sarebbe solo di una cinquantina di milioni all’anno, a fronte di un debito pubblico che questo governo, cioè lo stesso che per risparmiare pochi soldi vorrebbe limitare il diritto di voto, ha portato alla cifra impressionante di 2213 miliardi, dato di settembre, dopo il record assoluto di 2249 miliardi raggiunto a giugno.

A questi ritmi il miserabile risparmio promesso da Renzi con l’abolizione del Senato elettivo verrebbe vanificato nel giro di poche ore. Demagogia spicciola e ridicola. Neppure la questione della semplificazione dei procedimenti legislativi sta in piedi.

A parte il fatto che il bicameralismo non viene affatto abolito ma solo modificato diventando meno gestibile, va detto che la velocità del processo di formazione delle leggi è un problema politico non istituzionale. In presenza di accordi politici e/o di maggioranze in grado di decidere i tempi di approvazione dei provvedimenti legislativi, anche in una logica bicamerale esasperata, sono più che accettabili.

Gli esempi si sprecano: dal caso limite della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, approvata dalle due camere in 3 settimane, alle grandi riforme (molte delle quali peraltro discutibili) degli anni ’70, che grazie al consociativismo DC-PCI e alla logica politica del tempo (tra solidarietà nazionale e arco costituzionale) furono approvate poco tempo e senza troppi ritardi. E parliamo di provvedimenti molto pesanti, come la riforma sanitaria o quella del diritto di famiglia, solo per citare due esempi tra i molti.

Il bicameralismo perfetto, frutto di un compromesso tra De Gasperi e Togliatti e figlio della loro reciproca diffidenza, fu una scelta coerente con il contesto in cui si erano trovati i costituenti nel 1946/47 e con la loro esperienza del momento: usciti dalla dittatura ed ancora incerti sulla direzione che avrebbe preso la neonata e fragile democrazia italiana (il trionfo democristiano del 1948 era ancora di là da venire e la minaccia di una dittatura comunista tutt’altro che teorica) preferirono delegare ad un abnorme assemblearismo parlamentare la gestione delle dinamiche decisionali e la mediazione del conflitto politico.

Una logica che come previsto da Costantino Mortati – il grande giurista costituente autore dell’architettura giuridica della Costituzione del 1948 (piccola riflessione: la Costituzione del 1948, fu scritta da uno dei più grandi giuristi del ‘900, il pasticcio di oggi da una inesperta avvocata di provincia) – assegnava ai partiti il fondamentale ruolo di indispensabile raccordo tra le norme formali della costituzione scritta e la volontà popolare, considerata “costituzione originaria” o “costituzione materiale” (dal titolo del suo fondamentale saggio del 1940 “La Costituzione in senso materiale”).

Un ruolo non scritto ma istituzionalizzato, destinato, nella concezione di Mortati, ad essere il perno intorno al quale avrebbero dovuto girare le istituzioni democratiche. Ed in effetti sino a che sono esistiti i partiti novecenteschi il sistema, per quanto farraginoso e complesso, ha funzionato come previsto. Ma Mortati e i costituenti del 1948 non potevano prevedere la crisi e l’implosione dei partiti come li avevano conosciuti allora; non avrebbero mai immaginato lo stravolgimento della costituzione materiale causato dagli Alfano, dai Verdini, dai Cicchitto e compagni, deputati eletti in un partito che una volta in Parlamento si sono disinvoltamente schierati a fianco del partito opposto, perseguendo fini politici e personali ben lontani da quelli per cui i loro elettori li avevano votati, sino a scompaginare la stessa Costituzione formale con una forzatura dei meccanismi giuridici concepiti per la sua modifica.

L’assemblearismo parlamentare tanto caro a Scalfaro, alla Anselmi e a molti altri come loro, è certamente superato da decenni e avrebbe dovuto essere messo in discussione e modificato da tempo proponendo seriamente un modello alternativo di organizzazione dello Stato, ad esempio in senso presidenzialista.

Nessuno ci è mai riuscito (il centro destra reciti il mea culpa, avrebbe dovuto essere una priorità), rendendo così possibile al boy scout fiorentino una manipolazione grossolana che non risolverà nessuno dei (falsi) problemi che dice di voler risolvere e che ha, come solo scopo, quello di tenerlo in sella il più a lungo possibile e con meno fastidi possibili.

Perché alla fine è di questo che si tratta: un espediente per conservare il potere contingente senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

Da una parte una camera eletta con una legge elettorale impresentabile che consegna tutto il potere ad un solo partito (nemmeno una coalizione), con una forte prevalenza di nominati in liste bloccate, indipendentemente dalla sua rappresentatività effettiva e neutralizza artificialmente l’opposizione; dall’altra un senato non eletto dai cittadini ma nominato (non si sa ancora bene come) da altri organi teoricamente estranei al procedimento legislativo dello Stato.

Tradotto: Renzi conta di accaparrarsi il premio di maggioranza dell’Italicum (speriamo nella Corte Costituzionale) e di spadroneggiare senza fastidi alla Camera garantendo ai senatori-dopolavoristi regionali, verosimilmente in stragrande maggioranza del suo partito, prebenda e immunità parlamentare in cambio di mani libere.

Se invece il premio di maggioranza finisse a qualcun altro, il PD all’opposizione alla Camera potrebbe comunque contare sul Senato-dopolavoro regionale che, composto in maggioranza da consiglieri regionali provenienti da maggioranze del PD (15 regioni contro solo 3 del centro destra), eserciterebbe un forte potere di interdizione nel processo di formazione delle leggi utilizzando i poteri di concorso alla funzione legislativa e di “proposta” di modificazioni a richiesta dietro quorum, facilmente raggiungibile per i motivi di cui sopra.

A dimostrazione del fatto che nella riforma il bicameralismo è vivo più che mai e lotta insieme a Renzi