Dopo avere scoperto di colpo che, grazie a qualche missile Tomahawk, il detestato populista americano Donald Trump è in realtà buono e giusto, commentatori, giornalisti, intellettuali e ciarlatani vari del caravanserraglio politicamente corretto ora fanno a gara a chi ribalta più in fretta il giudizio sul presidente americano. “Contrordine compagni!” direbbe Giovanni Guareschi.

Naturalmente la provinciale intellighenzia italiota non si pone il problema di capire cosa sia realmente accaduto in Siria tre giorni fa. Men che meno si pongono il problema i governanti europei, tutti pronti a scodinzolare disciplinatamente dietro al non più impresentabile leader americano, con in testa la Merkel e Hollande ed un patetico Gentiloni ad arrancare nelle retrovie.

Per l’occasione è ricomparsa persino la Mogherini, della quale viene riportata una sequenza di disarmanti banalità che dovrebbero costituire la posizione “ufficiale” dell’Europa e sulle quali, per carità di Patria, è meglio stendere un velo pietoso. “L’Occidente non può permettere che vincano gli assassini e i prepotenti” ha scitto sul Corriere Antonio Polito (commentatore politicamente correttissimo ma solitamente serio ed equilibrato, a differenza di molti altri) sintetizzando la visione schematica e superficiale che va per la maggiore.

In realtà il ginepraio siriano è tutto tranne che il Far West di John Wayne o, per noi, di Tex Willer, dove è sempre chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi e dove i buoni, solitamente senza macchia e senza paura, risolvono i problemi a colpi di Colt, Winchester e sganassoni punendo i cattivi e mettendo le cose a posto. In Medio Oriente purtroppo non funziona così.

Gli Stati Uniti che oggi bombardano a piacimento la Siria in nome del bene, sono gli stessi che ormai da anni a cannonate stanno rendendo instabile e ingovernabile il Medio Oriente. La Siria è il loro ennesimo calcolo sbagliato, dopo quelli dell’Irak e dell’Afghanistan. Assad è Alawita, una minoranza musulmana laica e tollerante detestata dalle fanatiche monarchie sunnite del Golfo alleate strategiche degli USA nonché eccellenti clienti della loro industria militare, che negli otto anni di Obama ha piazzato armi e ordigni di ogni tipo (che a quanto pare non scandalizzano nessuno) per oltre 100 milioni di dollari.

La Siria Alawita è sempre stata stretta alleata della Russia, è da sempre considerata una minaccia da Israele ed ora si trova contro anche la confinante Turchia di Erdogan. Per questi ed altri motivi, come il timore di una saldatura tra Siria ed Iran, dal 2011 il duo Obama-Clinton, con l’Europa nella parte del solerte maggiordomo, ha fatto di tutto per rovesciare Assad, ad ogni costo. Ma ancora una volta, come già in Afghanistan, ai maldestri apprendisti stregoni americani l’incantesimo è sfuggito di mano: i sedicenti campioni della democrazia modello esportazione erano in realtà pericolosissimi terroristi tagliagole. Il risultato fallimentare di questa politica è noto e le sue conseguenze sono puntualmente arrivate anche in Europa sotto forma di profughi e di sanguinosi attentati.

Pareva che con Trump la musica sarebbe cambiata, ma non avevamo fatto i conti con le dinamiche del potere americano e anche con la storia. Il presidente, outsider inviso all’establishment ed al suo stesso partito, già in seria difficoltà dopo pochi mesi di governo, doveva recuperare il sostegno dei repubblicani e scendere a patti con la spina dorsale del potere USA: l’apparato militare e finanziario, le lobbies intellettuali più o meno liberal ed i gruppi di pressione ad esse collegati, gli interessi economici dominanti. Per farlo era necessario riprendere il filo della politica estera proprio dove la precedente amministrazione lo aveva lasciato.

L’inspiegabile e ancora poco chiaro attacco coi gas gli ha offerto, su un piatto d’argento, l’occasione giusta. Grazie ad esso ora Assad si ritrova di nuovo in difficoltà nei panni del mostro criminale impresentabile e indifendibile e ciò proprio nel momento a lui più favorevole, quando l’Occidente sembrava finalmente essersi svegliato e avere capito di non potere fare a meno di lui per sconfiggere il califfato e stabilizzare la regione.

Con l’alleato Putin, dipinto anche lui come un dittatore senza scrupoli, inchiodato nel ruolo dell’eterno nemico russo dell’Occidente, in una logica da guerra fredda oramai fuori tempo massimo, e l’America nei consueti panni del supereroe, del grande sceriffo che punisce per principio i cattivi, come ha scritto Antonio Polito. Così l’America, archiviata la brevissima parentesi dell’esordio di Trump e ripristinata l’ostilità nei confronti di Siria, Russia e Iran può ora riprendere tranquillamente la sua solita politica di ingerenza e condizionamento.

Non è certo la prima volta che la politica estera USA si ritrova in situazioni nelle quali episodi poco chiari favoriscono provvidenzialmente le svolte politiche desiderate dai suoi gruppi di potere. E’ successo, ad esempio, nell’estate del 1964 con il famoso incidente del Golfo del Tonchino. Secondo la versione ufficiale americana dell’epoca Il 2 agosto 1964, alle ore 16:00 locali, il cacciatorpediniere USS Maddox, che si trovava al largo della costa del Nord Vietnam, veniva attaccato con una salva di siluri da alcune motovedette vietnamite che mancavano il bersaglio. Il Maddox reagiva aprendo il fuoco colpendo uno degli attaccanti. Secondo il Pentagono il fatto si sarebbe ripetuto anche il 4 agosto, quando lo stesso Maddox e il gemello USS Turner Joy sarebbero stati nuovamente attaccati al largo di Dong Hoy da un gruppo di unità veloci Nord Vietnamite due delle quali sarebbero state affondate. L’episodio fornì agli Stati Uniti il pretesto che cercavano per giustificare l’intervento in Vietnam. Il 7 agosto il presidente Lyndon B. Johnson fece approvare dal Congresso la “Risoluzione del Golfo del Tonchino” (già predisposta da mesi) con la quale il Congresso gli conferiva pieni poteri “secondo quanto il Presidente riterrà opportuno” al fine di “respingere gli attacchi contro le forze degli Stati Uniti e per prevenire ulteriori aggressioni” e “preservare la pace e la sicurezza internazionale”. Parole che abbiamo sentito molte volte e che ancora adesso sentiamo molto spesso dai presidenti americani.

Da lì prese il via, con gli esiti che conosciamo, l’escalation americana in Vietnam: il 2 marzo 1965 iniziava l’Operazione Rolling Thunder, cioè i bombardamenti pesanti sulle città del Nord, seguita l’8 marzo dallo sbarco dei del 9° Reggimento Marines a Da Nang. “Io spero e prego ogni giorno che il mondo possa imparare. Quegli incendi che noi non causiamo saranno più grandi. Dobbiamo salvare la libertà ora ad ogni costo”, così il presidente annunciava agli americani l’inizio delle ostilità. Lyndon Johnson si era trovato in una situazione sotto certi aspetti vicina a quella di Trump oggi.

Outsider anche lui, inaspettatamente catapultato alla presidenza dall’assassinio di Kennedy senza mai essere stato coinvolto in decisioni politiche rilevanti, aveva varato un ambiziosissimo programma progressista incentrato su riforme sociali e diritti civili, la “Great Society”, che gli aveva messo contro l’establishment economico, l’apparato militare-industriale – preoccupato di perdere finanziamenti e potere proprio nel momento in cui aumentava la tensione del Sud Est asiatico – e l’opinione pubblica conservatrice. Nel 1964, a novembre, si sarebbe dovuto presentare per la prima volta alle elezione presidenziali e aveva bisogno di apparire un leader forte e risoluto, adeguato alla difesa degli interessi americani nel mondo. L’incidente del Golfo del Tonchino era proprio quello che gli serviva.

Oggi, grazie ai Pentagon Papers e alla declassificazione dei documenti riservati, sappiamo come sono andate realmente le cose: il 2 agosto era stato il Maddox ad aprire il fuoco contro le vedette nord vietnamite che si limitavano a sorvegliare da lontano la nave americana dopo che nei giorni precedenti alcune installazioni costiere vietnamite erano state attaccate. Il 4 agosto, invece, non c’era stato nessuno scontro: non c’erano unità vietnamite in zona e le navi americane avevano sparato a vuoto, forse deliberatamente, forse per un errore nella lettura dei radar. “Diavolo, quegli stupidi marinai stavano sparando ai pesci volanti!” dirà poi il presidente commentando l’episodio, che però fu presentato all’opinione pubblica come un vero e proprio attacco, anche se in realtà i Nord Vietnamiti, già alle prese con 5.000 consiglieri militari americani presenti nel Sud, non avevano nessuna convenienza né interesse, proprio come Assad oggi, a provocare incidenti con una potenza mondiale ansiosa di menare le mani. Fatto sta che le conseguenze furono quelle che abbiamo visto, oltre alla schiacciante vittoria elettorale di Johnson su Barry Goldwater: 61,1% dei voti e 44 stati su 50. Nella storia americana ci sono altri episodi simili, come quello del Lusitania nel 1915 o quello dell’esplosione dell’incrociatore corazzato USS Maine, casus belli della guerra ispano americana con la quale gli USA tolsero alla Spagna Cuba e Portorico nell’Atlantico e le Filippine e Guam nel Pacifico.

Siamo nel 1898; oramai da decenni e con difficoltà sempre più grandi la Spagna lotta per mantenere il controllo sui resti del suo impero coloniale reprimendo le ribellioni indipendentiste di Cubani e Filippini. Gli USA, invece, non vedono l’ora di espandersi nel Pacifico ed avere il controllo strategico su Cuba e sulla sua produzione di zucchero. Il 15 febbraio 1898 il Maine, ancorato nella baia della Avana “a protezione dei cittadini americani a Cuba e dei loro beni”, salta improvvisamente in aria affondando quasi subito assieme a 253 marinai. Il governo degli Stati Uniti accusa subito la Spagna di avere minato la nave; il magnate della stampa William Randolph Hearst, che da anni ha schierato i suoi giornali contro la Spagna e a favore degli interessi economici americani a Cuba, e il suo rivale Joseph Pulitzer (quello del premio) scatenano, al grido di “ricordatevi del Maine”, una violentissima campagna mediatica contro i “perfidi colonialisti spagnoli” chiedendo che l’affronto venga subito vendicato. L’opinione pubblica statunitense, pesantemente manipolata dai giornali, si schiera a favore della guerra. La Spagna nega con forza qualsiasi responsabilità, dichiarandosi subito disponibile ad affidare ad una commissione mista e indipendente le indagini sull’accaduto, ma è tutto inutile. L’11 aprile il presidente Mac Kinley chiede al Congresso i pieni poteri sostenendo che gli Stati Uniti hanno l’obbligo morale di intervenire per porre fine al malgoverno spagnolo in nome “della causa della libertà contro la barbarie” e per porre fine “allo spargimento di sangue, alla carestia e alla miseria che esistono a Cuba”. Il 19 aprile Il congresso approva e il 21 la dichiarazione di guerra viene consegnata al governo di Madrid.

La guerra, data la sproporzione delle forze, è brevissima: il 18 luglio si insedia all’Avana il governo militare americano e il 12 agosto vengono firmati gli accordi preliminari di pace che confluiranno nel trattato del 10 dicembre 1898. Gli Stati Uniti acquisiscono così il pieno controllo di Portorico, che mantengono tutt’ora, e di Cuba, che perderanno invece nel 1959 ad opera di Fidel Castro.

Naturalmente, come Assad oggi e i Nord Vietnamiti nel 1964, nemmeno la Spagna del 1898 aveva interesse a provocare un nemico del genere, che non aspettava altro che l’occasione buona per scatenarsi. Anche in questo caso la verità salterà fuori molti anni dopo: nel 1975 sarà l’inchiesta dell’ammiraglio americano Hyman Rickover a stabilire che l’esplosione era avvenuta non all’esterno ma all’interno della nave a causa di esplosivi collocati troppo vicino alle caldaie. Senza peraltro poter escludere a priori l’eventualità di una bomba piazzata deliberatamente. Quello che è certo è che gli Spagnoli non c’entravano niente.

L’indignazione moralista e lo sdegno a comando di un’opinione pubblica manipolata senza scrupoli dai mezzi di informazione erano solo lo strumento, più o meno inconsapevole, di ben individuati interessi economici (il libero commercio dello zucchero cubano) e politici (“l’America agli Americani”). Qualcosa di molto simile al caso delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam, basta sostituire lo zucchero di Cuba col petrolio dell’Irak.