Restituire all’universo del mare il suo Ministero. Nelle ultime settimane si assiste a un proliferare di dichiarazioni, interviste e appelli pubblici per il ripristino di un organo istituzionale preposto alle tematiche marittime. Un’esigenza espressa da categorie e associazioni dell’universo marittimo, tutte concordi nel ritenere indispensabile il ritorno a un faro istituzionale, un punto di riferimento verso cui far convergere le problematiche e le esigenze complessive di un mondo da troppo tempo trascurato e abbandonato al proprio destino. Una noncuranza per innumerevoli versi incomprensibile considerando quanto sia rilevante la voce mare nell’apparato produttivo, nell’economia e nella cultura di una penisola legata a doppio filo con la sua vocazione marittima, non fosse altro che per i suoi 7500 chilometri di coste e dei suoi di approdi tra porti commerciali, scali industriali e marine turistiche tra le più rinomate nel mondo.

In realtà, sin dalla nascita dello stato unitario nel 1861 l’Italia ha potuto contare su un ministero del mare, nella vecchia definizione di ministero della Marina, divenuto della “marina mercantile” con la nascita del secondo governo De Gasperi nel 1946 e affidato al cattolico siciliano Salvatore Aldisio. Comincia così nell’immediato dopoguerra una storia avvincente e suggestiva di amministrazione, di confronto e di crescita impetuosa del comparto in tutte le sue voci, una storia recisa bruscamente nel 1993 con il governo Ciampi, che decise inopinatamente con la legge 537 di accorpare il dicastero marittimo al ministero dei Trasporti, divenuto così con l’occasione ministero dei Trasporti e della Navigazione, e il frazionamento delle sue storiche prerogative in materia di tutela e salvaguardia dell’ambiente marino e delle attività di pesca e acquacoltura tra il ministero dell’Ambiente e quello delle Risorse agricole, alimentari e forestali. Una disgregazione di esperienze, competenze e prassi di amministrazione che negli anni seguenti diviene schizofrenica: prima con la cosiddetta riforma Bassanini del ‘99, con l’accorpamento nel ministero dei Lavori pubblici e la creazione del nuovo ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, poi con gli interventi dei successivi governi sino alla situazione odierna.

In questi anni di stallo, nel comparto di settore si è fatta largo la consapevolezza della necessità di un ritorno alle origini, quando cioè le storiche competenze facevano capo a un’unica struttura di riferimento con cui relazionarsi, un unico ministero. Un ministero preposto al governo di tutte le problematiche di settore, dalla materia della navigazione a quelle relative al traffico e al demanio marittimo, alla gestione dei porti, della cantieristica e del turismo nautico, alle attività di pesca e tutela dell’ambiente marino e all’emanazione di disposizioni e normative in tutti i settori, ma soprattutto nell’ambito del lavoro in porto e in mare.

Una richiesta pressante, quella della rifondazione di un ministero del Mare, che ha visto tornare alla ribalta la questione con l’intervista a Il sole 24 ore del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che si è detto convinto della necessità di ridare all’economia del mare italiana una governance appropriata «che tenga conto delle sue specificità ed enormi potenzialità, e che possa dare impulso e sviluppo a una delle componenti più brillanti della nostra economia, in grado di produrre ricchezza e creare occupazione per il Paese».

Una economia, quella del mare, che già oggi secondo Boccia è una risorsa inestimabile per tutto il sistema economico del Paese: una risorsa che «vale qualcosa come 33 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil nazionale del 2 per cento», a testimonianza della forza e della vitalità di un settore capace di dare lavoro a 180 mila imprese e 500 mila persone. Imprese e persone che da tempo hanno smesso di tacere, e che oggi vogliono tornare a sperare in una nuova sensibilità istituzionale e un nuovo, più che legittimo riguardo.