Quello di confondere il sentimento autonomo dei lombardi e dei veneti con un sentimento antinazionale mi pare l’errore istintivo più diffuso nel parlare da destra dei referendum. Più ragionevole è definirlo un sentimento anticentralista, nel senso (lato) di antistatale. Quel 70% di cittadini lombardo-veneti che, votanti o meno, sono nei sondaggi favorevoli all’autonomia della loro regione non sono persone che ripudiano l’Italia o che ritengono gli Italiani del sud etnicamente inferiori.

Immaginarlo è sciocco se non stupido. Pensate quanto sangue e lavoro meridionale pulsa al Nord. Cari amici “unitaristi” scorrete le  guide telefoniche di Brescia, Vicenza, Bergamo, Belluno e, poi, di Jesolo, Desenzano, Magenta, Curno… Leggete i cognomi e capirete il Nord del 2017.  La questione è un’altra. L’esasperazione degli italiani (di moltissimi italiani…) di Lombardia e Veneto è tutta rivolta agli amministratori inefficienti di ogni colore politico e geografia. Come dovrebbe essere quella di tutti gli italiani. Se questo sentimento è di vecchia data, è un fatto che di recente abbia ripreso vigore.

Ma l’origine non sta nella folgorazione sulla via della Padania del 70% dei lombardi, bensì in quegli scellerati tagli lineari imposti dall’Europa tramite il commissario Monti. Un governo, oggi lo sappiamo, che fu insediato da interessi internazionali e che svolse quasi un ruolo da liquidatore. Quando nominalmente per ridurre gli sprechi, in realtà per fare rapidamente cassa, tagliò indiscriminatamente lo stesso a tutte le amministrazioni della Repubblica, senza distinguere sprechi e virtù, danneggiò fortemente ogni afflato solidale nazionale.

Un’amministrazione virtuosa, con la cinghia stretta, che si vede ridotti i trasferimenti in misura simile o superiore alle amministrazioni viziose, soffre il doppio e se ne risente soprattutto nei confronti dello Stato. Accusare il Sud di ricevere regalie è superficialità: anche noi amministratori “del Nord”, se ne ricevessimo, li accoglieremmo di buon grado. Così come gli italiani del Sud dovrebbero rispondere onestamente alla domanda: credete che le cose oggi vadano bene nel Mezzogiorno? Continuiamo così? Pensate che i mandanti della situazione meridionale siano le regioni del nord?
Non si deve cadere nella trappola di mettere la questione sul piano territoriale.

Il terreno è politico: non bisogna prendersela con i destinatari di misure scellerate, ma con i mandanti, che hanno nomi e cognomi. Per prime, le tante regioni ed enti locali (anche al nord) che sprecano i soldi dei contribuenti. Per secondo, uno Stato centrale non ancora ammodernato e mal organizzato, che potrebbe imparare proprio da alcune regioni d’Italia competitive.

Ma non nascondiamoci dietro un dito: come ricordato, il principale mandante è un’Europa che, nel nostro silenzio assenso, limita sovranità, autonomia nazionale e strumenti statali d’investimento e incentivo in virtù di parametri stabiliti in buona parte a nostro danno. La nostra Italia ha un formidabile potenziale, ancora oggi, sul piano umano ed economico. Di più: la rinnovata presenza mediterranea della Russia, l’avvicinamento della Cina con la nuova via della seta, il (lento) progresso economico del Nordafrica, sono tutti fattori che renderanno l’Italia centrale nelle mosse geopolitiche dei prossimi decenni, come non era da tempo. Il referendum lombardo può essere l’occasione per riportare al centro del dibattito politico quel riassetto dell’organizzazione e degli accordi comunitari indispensabile per un rilancio nazionale. Piantiamola con vittimismi e calimerismi.

È tutto interesse delle potenze internazionali che noi ci si presenti all’appello deboli, divisi e servi. Siamo tutti italiani e vogliamo essere amministrati al meglio. Non commettiamo l’errore di vedere i nemici al nostro interno: ne abbiamo di formidabili all’esterno, dinnanzi ai quali resistere sarà difficile se uniti, impossibile se divisi.