Non si rassegnano. Dopo una vita di onori e pompe (ma quelle fustigate da Nietzsche), le figure importanti come Pietro Grasso, al momento del pensionamento si rendono conto che dal giorno dopo a loro resterà solo il caffè del Bar dello Sport e la panchina ai giardinetti. Per questo sgomitano e si cercano una smagliante occupazione per il domani. Così potranno sopravvivere le pompe e gli onori ed il loro smisurato – quanto spesso immotivato – ego potrà soddisfare la loro freudiana libido. Infatti al nostro stracelebrato giudice antimafia, mentre la mafia beatemante continuava a fare i fatti suoi, è stato offerto il seggio di presidente del senato. Ovviamente lui è corso. A rotta di collo, quasi mettendo a rischio rotule e tibie. Ed ha esercitato l’augusto ruolo, con pacatezza nel parlare e con sguardo perso nei secoli alla Luigi XIV, ma sempre sottolineando la sua terzietà, imparzialità ed equidistanza. Preclare doti che, per la verità, vedeva solo lui.
Poi si è palesato, dopo un lustro, nuovamente lo spettro dell’occupazione abusiva della panchina con gli unici passatempo possibili: il ghiacciolo e le coccole ai cagnolini portati a pascolare dalle signore a mezza mattina. Signore della borghesia buona, s’intende!
Ma a questi eroi del nostro tempo, quasi sempre, oltre alla seconda occasione se ne offre una terza. In zona Cesarini è entrato nel neo-partito Liberi e Uguali e, come si conviene per un padre della Patria, è stato messo a capo della formazione politica.

Ma, ancora una volta, capo è convinto di esserlo solo lui. Infatti Liberi e Uguali, nella sua compagine post-comunista, comprende vari politici di razza, trai quali il furbo Bersani ma, specialmente, il machiavellico e potentissimo Massimo D’Alema, un personaggio che, dice la storiografia, non si faceva comandare neanche all’asilo dalla madre superiora. Ma Grasso, incline alle mollezze del prestigio fine a sé stesso, ma molto meno all’analisi dei propri limiti, se l’è bevuta. Tutta d’un fiato come se fosse un Cuba Libre dopo sei ore di permanenza sotto il sole della Giamaica. Non rendendosi conto, affamato di vanagloria com’è, che in un partito con un D’Alema girovagante, lui potrà comandare – forse – solo le graffette per raccogliere i fogli.
E così, il nostro, è partito alla carica e, sentendosi alla testa dei Lancieri a Balaklava, è andato in TV da Fazio (in disarmo almeno quanto lui) per mostrare il simbolo del suo partito, infarcendo la comparsata di gaffes. Ha dichiarato che nel partito comanda lui, provocando numerosi ricoveri ospedalieri per eccesso di risate. Ha affermato che sarebbe andato a trattare le alleanze, facendo nascere lo sgomento nei papabili alleati i quali, con il suo intervento, nella maggior parte dei casi sono rimasti alleati di sé stessi. E non pensando neanche per un attimo che lui ed il suo neonato partito, altro non erano che il micidiale strumento di D’Alema nato per coltivare e maturare la vendetta nei confronti di Renzi. Il rottamatore del Massimo nazionale il quale, proprio per mano della sua vittima designata, sta finendo rottamato. E non chiarendo a sé stesso che era solo un soggetto teleguidato, ma palesando definitivamente a tutti (come se ce ne fosse stato bisogno…) che il posto giusto per lui era proprio la panchina, non quella degli stadi calcistici, ma quella dei giardinetti.
Come finirà? Semplice: quando i D’Alema ed i Bersani avranno acchiappato un discreto gruzzolo di voti si riprenderanno il partito, che già da dietro le quinte governano. E manderanno Grasso… ai giardinetti. Facendo, però, apporre alla sua panchina una lussuosa targa in ottone lucidissimo con la scritta “presidenza”. E lui, come qualche generale in pensione che pretende l’attenti dalla domestica cingalese, si occuperà delle alleanze e delle strategie politiche dei barboncini al pascolo.
Purtroppo, però, la morale alla fine è sempre la stessa. Ben la scrisse Pirandello nella sua opera “Ma non è una cosa seria” e che è diventata la commedia recitata dalla politica da sempre. E che, temiamo, sarà recitata… per sempre!