Lo dico? Lo dico, faccio outing. Serve il governo Draghi subito, possibilmente anche prima. Lasciamo da parte per un attimo la storia del personaggio, i suoi legami con le oligarchie finanziarie, Goldman Sachs, lo yacht Britannia e tutto il resto, che conosciamo e ricordiamo tutti molto bene, e concentriamoci sulla situazione in cui ci troviamo.

Leggiamo l’intervento di Draghi sul Financial Times, un vero e proprio programma di governo col quale in poche righe vengono demoliti tutti i presupposti bacati dell’economia europeista come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni e come ci è stata imposta dall’egemonia della Germania e dei suoi vassalli, dalle burocrazie europee al suo servizio e dai molti collaborazionisti nostrani.

“Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile.”

Draghi prende atto che il palloncino della discutibile costruzione dell’UE, bucato dallo spillo del Coronavirus, si è afflosciato e rischia di travolgere nel disastro tutto e tutti.

La colonne portanti stanno saltando una dopo l’altra e il baraccone dell’Eurozona rischia di venire giù tutto, per questo l’ex capo della BCE propone uno shock treatment mai visto facendo piazza pulita di decenni di sproloqui su debito pubblico e politiche di austerità di bilancio, le cui conseguenze stiamo, oltretutto, pagando duramente sulla nostra pelle: “La questione chiave non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio […] I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa -una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale- sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico” (chissà se a Monti saranno fischiate le orecchie….)

“La perdita di reddito subita dal settore privato – e l’eventuale debito contratto per colmare il divario – dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato” […] La rapidità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti è un racconto ammonitore”.

Parole chiare e pesantissime, subito recepite dallo spread e dai suoi adoratori, che rendono ancora più ridicola la patetica agitazione dei piccoli Quisling nostrani (Letta, Gentiloni, Gualtieri, Calenda, i quattro gatti di +Europa e quelli del Foglio oltre a molti altri) che invocano in ginocchio l’accesso al MES, cioè ad uno strumento inadeguato e insufficiente che avrebbe come unico effetto quello di fare scattare la tagliola della trojka senza risolvere nessun problema.

Ovviamente Draghi, che è un europeista integrale, ha a cuore non tanto le sorti della nazione Italia quanto quelle della UE dei trattati e dell’Euro, ma per noi che invece pensiamo all’interesse nazionale e che in questo momento siamo in piena rotta di Caporetto, guidati da somari e senza sapere se troveremo un Grappa e un Piave su cui attestarci, questa convergenza parallela ci serve come l’acqua in mezzo al deserto di Gobi.

E’ vero che così resteremmo ancora ingabbiati nel letto di Procuste europeo, ma è anche vero che dopo questo cataclisma niente potrà più essere come prima e difficilmente rivedremo lo squallido teatrino dei Moscovici, dei Dombrovskis, dei Regling o della marionetta austriaca o olandese di turno. E se lo dovessimo rivedere vorrebbe dire che il carrozzone UE con targa tedesca è destinato a schiantarsi e noi a liberarci, sia pure a caro prezzo.

E’ altresì vero che Draghi non ha spiegato da dove dovrebbero saltare fuori tutti questi soldi da mettere a disposizione dei governi nazionali e che la risposta più ovvia, cioè che li dovrebbe stampare la BCE, non è scontata. La tentazione di mettere le mani sul ricco risparmio privato degli Italiani è sempre in agguato, anche se non sembrerebbe l’opzione più coerente con le premesse del discorso.

D’altra parte non abbiamo molta scelta, assediati come siamo dal Coronavirus, che oltre al tanto male che ha portato è riuscito a far scoppiare di colpo e rendere evidenti le contraddizioni latenti della distopia europeista, e soprattutto dalla moderna carestia che la pandemia si porterà appresso.

A chi, non senza ragione, storce il naso di fronte ad un Mario Draghi capo del governo propongo una specie di prova del nove.

Dando per scontato che sia assolutamente necessario liberarsi il prima possibile della banda di dilettanti e incompetenti, capitanata da una figura posticcia e inconsistente capitata lì per caso in coppia con una comparsa del Grande Fratello, che ci sta portando al disastro.

L’epidemia ha messo drammaticamente a nudo la nullità di questa gente le cui malefatte sono quotidianamente sotto i nostri occhi; chi avrebbe mai potuto immaginare di ritrovarsi nello stato eccezione di Carl Schmitt ma gestito da Totò e Peppino?

Come sostituirli, quindi?

In questo momento la destra è verosimilmente maggioritaria nel paese, ma alla crescita dei consensi (virtuali) e del peso politico non corrisponde una adeguata crescita della capacità e della competenza.

Qualcuno è veramente convinto che Salvini e Meloni, da vincitori di ipotetiche elezioni, sarebbero in grado di gestire efficacemente da posizioni di comando un cataclisma del genere, mai visto dopo il 1945?

Uno con felpe e selfie l’altra con performance dialettiche ai talk show, ma nessuno dei due con una accettabile preparazione sulle questioni in gioco, molto più grandi di loro (e di quasi tutti i loro colleghi di qualsiasi colore) ma vitali per il futuro dell’Italia?

Ancora una volta la destra politica italiana si presenta all’appuntamento a mani vuote, senza una classe dirigente adeguata, troppo occupata a reclutare non cervelli ma comparse e galoppini elettorali buoni al massimo per elaborare slogan ad effetto o bizzarre ed improponibili barzellette macroeconomiche.

Bisogna fare buon viso a cattivo gioco pensando agli interessi superiori: ben venga dunque, per le ragioni di cui sopra, Mario Draghi, ma a condizione di non ripetere l’abbaglio del governo tecnico di Mario Monti, disastroso pseudo uomo della Provvidenza catapultato a Palazzo Chigi con un golpe bianco architettato da un Presidente della Repubblica fuori controllo e dalle ottuse oligarchie europee ansiose di stringerci il cappio al collo.

I risultati, come sappiamo, sono stati pessimi, conseguenza logica dell’idea assurda di firmare una cambiale in bianco ad un gruppo di “tecnici” svincolati da qualsiasi mandato e responsabilità se non quella nei confronti di chi li aveva nominati trascinandosi dietro, al guinzaglio, un parlamento impotente ed imbelle.

La condizione imprescindibile stavolta dovrebbe essere un chiaro mandato politico del parlamento ed il suo serio e rigoroso controllo istituzionale: un governo di emergenza, inevitabilmente di larghe intese, giustificate dalla situazione, ma dal quale il parlamento non venga né emarginato né esautorato, come avvenne di fatto con Monti e come sta avvenendo in modo clamoroso con Conte, un signor nessuno privo di legittimazione popolare che in questo momento sta disponendo per decreto, cioè con atti amministrativi unilaterali e incontrollabili, del destino di tutti noi senza che nessuno sia in grado di sindacare nè valutare quello che fa.

Ai tempi di Monti fu proprio Mario Draghi a salvare prima l’Euro e poi noi, ora la storia potrebbe ripetersi con un altro colossale whatever it takes.

“Ci serve anche il suo aiuto” ha detto oggi Matteo Salvini a proposito dell’ex presidente della BCE, che tempo fa aveva praticamente sdoganato per la presidenza della Repubblica. Vedremo se anche stavolta riuscirà a superare con istinto e intuizione i limiti di un carente spessore politico.