Le indicazioni sono precise: “inchiodata sul palmeto veglia immobile la luna, a cavallo della duna sta l’antico minareto”.

Si, non si può sbagliare: siamo proprio in piazza del Duomo, nella sua nuova versione concepita e realizzata dalla illuminata e politicamente corretta giunta di sinistra del sindaco Sala il quale ha pensato bene di riprodurre sotto la Madonnina (tale ancora per poco visto che sarebbe proprio Lei l’antico minareto destinato a completare la scenografia) l’oasi di Giarabub, già teatro di eroiche imprese che oggi nessuno purtroppo ricorda più.

“squilli, macchine e bandiere…

che succede cammelliere?

E’ la sagra di Giarabub!”

Effettivamente la carovana di cammelli non è ancora spuntata da Corso Vittorio Emanuele, ma non c’è da preoccuparsi: la città è piena di cammellieri sfaccendati che girano dappertutto; basterà procurare i cammelli tramite un’apposita cooperativa adeguatamente retribuita e la nuova Sagra di Giarabub potrà iniziare per la gioia dei salotti radical chic e dei giornali democratici e buonisti.

A quel punto invece di chiedere informazioni al ghisa come Totò e Peppino nel film di Camillo Mastrocinque potremo tranquillamente rivolgerci al cammelliere come nella canzone.

Scherzi a parte è chiaro che chi governa Milano (unitamente a chi, dai salotti o dai giornali, lo fiancheggia) ha definitivamente perso la bussola e oltrepassato i limiti del ridicolo. Così mentre il degrado delle periferie è oramai inarrestabile (chi volesse rendersene conto può guardare “Cronache di frontiera” su Sky TG24 HD e Sky Atlantic HD o il filmato sulla linea 90-91 trasmesso da La7 qualche sera fa) i poteri forti della città, asserragliati nel centro elegante, applaudono la bizzarra e ridicola idea di un architetto à la page che ha deciso di piazzare di fronte al Duomo palme, banani e hibiscus.

Le argomentazioni scelte da molti per giustificare questa pirlata, così la definirebbe ogni vero milanese di buon senso, sono ancora più ridicole della pirlata stessa. Secondo un webete comparso ieri su Facebook le palme sarebbero un simbolo cristiano e quindi perfettamente compatibili con la cattedrale, anzi ad essa addirittura complementari. Evidentemente il fatto che Gesù Cristo la Domenica delle Palme sia entrato a Gerusalemme (Palestina) e non alla Bovisa (Comune di Milano) non rileva.

Ancora più assurde le spiegazioni di chi rievoca, senza contestualizzare, il fatto che le palme fossero comparse in piazza Duomo già a fine ‘800 e che questo sarebbe quindi un gradito ritorno. Ad esempio il sindaco in persona, secondo il quale “Il riferimento storico c’è. Richiama l’Ottocento” e che perciò l’idea “sia in linea con la storia”.

Giusto, ma quale storia?

Mr Expo e gli altri aedi democratici dell’oasi milanese dimenticano (o più probabilmente non sanno) che allora in tutta Europa si celebravano i fasti del colonialismo e che l’immaginario collettivo era colpito dall’esplorazione dell’Africa, considerata esotica terra di selvaggi e cannibali destinata alla conquista.

Gli Europei di allora erano affascinati dai racconti delle grandi esplorazioni, si infiammavano per il racconti di gloriose battaglie (che oggi sarebbero considerati spietati massacri), ammiravano estasiati i quadri dei pittori orientalisti e sognavano la grande avventura nel continente nero.

Tutto questo influenzava il gusto dell’epoca e rendeva le nostre città teatro di pratiche oggi inconcepibili: animali esotici maltrattati, indigeni utilizzati come attrazioni da circo, mobili in avorio, pelli di leone, leopardo, antilope, zebra usate come tappeti, zanne di elefante e corni di rinoceronte utilizzati come ornamenti da salotto nonchè nei giardini, per l’appunto, palme, banani e altre piante esotiche.

Curioso che proprio le bigotte vestali terzomondiste, come al solito ignare della realtà, pur di giustificare scelte assurde finiscano per ispirarsi alle mode del colonialismo, proprio da loro considerato la causa unica degli attuali fenomeni migratori nonché peccato da scontare con la penitenza dell’accoglienza, indiscriminata e illimitata.

Al di là delle circonvoluzioni mentali della sinistra politicamente corretta e dei salotti radical chic le vere ragioni della buffonata di piazza Duomo sono altre e molto più terra terra.

Bisogna, come al solito, seguire il danaro. Starbucks, la multinazionale americana delle caffetterie, ha deciso di sbarcare in Italia.

In altri tempi sarebbe stato come vendere frigoriferi agli Eschimesi, ma in epoca di globalizzazione, perdita di identità, distruzione delle culture rischia invece di essere un buon affare: l’obiettivo è di aprire 300 punti vendita in tutta Italia e non ci sarà da meravigliarsi se tra qualche anno troveremo gente convinta che i beveroni made in USA siano il vero caffè e che espresso e cappuccino italiani siano solo un residuato di epoche remote e primitive come oggi il caffè di cicoria.

Fatto sta che Starbucks per pubblicizzare adeguatamente l’arrivo a Milano riesce ad acquistare dal Comune di Milano per qualche milione (pare cinque) la gestione per tre anni delle aiuole di piazza Duomo, affidando poi il progetto al geniale creativo che ha tirato fuori palme e banani. Ovviamente avendo incamerato senza tante storie (come sempre pecunia non olet) il lauto corrispettivo ora il Comune non può più tirarsi indietro e l’oasi deve farsela piacere per forza.

Ecco quindi spiegate le patetiche acrobazie verbali del sindaco: “Tendenzialmente non mi dispiace, però, voglio vedere bene, quando tutto sarà finito”; “io trovo invece che quest’idea sia fantasiosa, in linea con la storia”; “certo che Milano osa eh…” e la patetica difesa d’ufficio dei gruppi e dei giornali che lo sostengono.

Resta il fatto che i milanesi la pirlata di una novella Sagra di Giarabub se la dovranno sorbire senza appello per i prossimi tre anni, per la gioia dei tanti cammellieri sfaccendati sparsi per la città.