Nella più totale confusione della stampa ufficiale, lo scorso 23 marzo è stato celebrato il centenario dell’adunata dei Fasci di Combattimento, presso il Palazzo dell’Alleanza Industriale in Piazza San Sepolcro a Milano: uno tra gli atti fondativi del fascismo.

Mentre i sommi sacerdoti del politicamente corretto istituzionalizzato occupavano, per impedire commemorazioni in loco (forse temevano che la troppa accuratezza filologica inducesse qualcuno nella tentazione di andare oltre la rievocazione), occupavano quasi manu militari la piazza (spettatori controllati col metal detector… per paura di ritorsioni che nessuno ha mai pensato di attuare), per rovinare un sabato soleggiato a dei ragazzi che lo avrebbero speso meglio inseguendo una libellula in un prato, o anche un più prosaico pallone: tutto per propinare loro la lezione che no, certe cosacce non si devono ripetere. Motto della correttissima kermesse era Lo sbandamento e la nascita del fascismo: perché no, l’Italia non è sbandata adesso, quando se si azzarda a stringere un accordo con la Cina si becca per ritorsione franco-americana la destabilizzazione della Libia; lo era allora, quando si avviava a una rivoluzione che ponesse il lavoratore al centro della vita non soltanto economica, ma anche politica dello stato – altro che jobs act.

Uno dei relatori ha tenuto a specificare l’urgenza, per Milano, di ricordare che la nefasta fondazione del “male assoluto” è accaduta lì, “non in altri luoghi”. Un rituale esorcistico, una depurazione, mancavano soltanto i collanoni d’aglio e i semi di finocchio. Spiace soltanto che questa urgenza di ricordare fatti e misfatti non sia avvertita così fortemente per le foibe o per i martiri degli anni di piombo – lo stesso Comune di Milano così impegnato nel compiangersi per l’onta d’aver ospitato la fondazione dei Fasci di Combattimento, non ritiene opportuno lasciar svolgere il corteo per il povero Ramelli: bisogna ricordare l’adunata fascista perché non si ripeta; non serve ricordare un ragazzo ammazzato mentre rincasava da scuola, perché non è stato nessuno. Milano è stata resa invivibile dalla violenza politica per oltre un decennio, ma questo non va ricordato perché non si ripeta. Non è mai successo.

Qualche spirito curioso poteva affacciarsi alle Edizioni Ritter, che quando i custodi della democrazia non ci buttano bottiglie incendiarie è un’oasi nella quale rifugiarsi dal solito chiacchiericcio a base di stereotipi e slogan.

Marco Battarra ha infatti ospitato, sia come editore che come organizzatore, la presentazione del volume 23 Marzo 1919. Piazza San Sepolcro: centenario della fondazione dei Fasci di Combattimento, portentoso volume commemorativo, frutto della pazienza di Fausto Sparacino (che in calce minaccia un tomo gemello fra tre anni e mezzo, per la Marcia su Roma). Operazione effettuata in collaborazione con Memento, la branca di Lealta & Azione che cura le commemorazioni.

La presentazione del volume è stata tenuta proprio da Valerio Zinetti di Memento, che ha presentato l’Autore, Paolo Pisanò (in qualità di autore della prefazione); assente per motivi di salute Benito Bollati (che ha invece scritto l’introduzione al libro).

23 Marzo 1919 di Sparacino è un buon documento, bel risultato d’una ricerca maniacale. È un libro costruito soprattutto per immagini: documenti d’archivio, manifesti, foto, medaglie e altri memorabilia – un viaggio in un immaginario reso fedelmente. Si ritrovano l’atmosfera, i suoni, le vertigine di quell’epoca: lo slancio in avanti di tutta una Nazione, i suoi sogni, i suoi proclami, le sue fanfaronate e la sua serietà.

Lo tiene presente Sparacino, e con lui lo notano Bollati e Pisanò: il movimento fascista (inteso non soltanto come movimento dei Fasci, poi trasformato in partito) è stato l’ultimo momento d’unità nazionale (e quindi popolare). 23 Marzo 1919 lo testimonia squadernando l’italianità del movimento, con le sue canzonette e le sue foto ricordo. A guardarle, non si crede che questi ometti dai fisici spesso non titanici, con divise un po’ smargiasse e il culto capriccioso e puerile di premi di latta fossero i temibili squadristi… eppure erano loro, questi straccioni che in posa scomposta fanno saluti romani molto storti, la parte più fiera del paese, i fautori di una rivoluzione dal basso che nulla ha da spartire con quelle attuali, che su internet cominciano e lì finiscono.

La rivoluzione dei Fasci invece no, non finì lì e nemmeno lì era cominciata. Come scrive Sparacino in una didascalia:

“nella terminologia politica, il vocabolo FASCIO – per estensione del suo significato figurato di gruppo compatto – fu spesso utilizzato per indicare organizzazioni o raggruppamenti a carattere rivoluzionario”…

Altri esempi sono allora i Fasci dei Lavoratori (in Sicilia, già nel 1891), il Fascio Parlamentari di Difesa Nazionale (nel 1917), e nello stesso anno del Sansepolcrismo il Fascio d’Educazione Nazionale di Gentile e Codignola.

Il fascismo Diciannovista era insomma sintesi di fermenti sindacalisti e socialisti le cui radici affondavano nei due precedenti grandi momenti d’unità nazionale: il Risorgimento e la Grande Guerra. Ci si chiede allora, assieme a Bollati e Pisanò, come si possa dire che la guerra civile del 1943-’45 sia la continuazione del movimento risorgimentale, quando è evidente che sia stata la violenta interruzione d’esso. Guerra civile che, oltretutto, è stata compiuta – e vinta – in forza d’una invasione straniera.

È interessante la risposta che Pisanò offre proprio ai feticisti della vittoria: se un grande ciclista è travolto e ucciso da un camion, ciò non va né a detrimento del campione, né a maggior gloria del camionista. La figura storica più diffamata di sempre – il Duce – non potrà insomma essere cancellata, così come non lo saranno i fascisti, con buona pace di chi dà diritto di parola soltanto ai vincitori, o ritiene una causa degna d’essere seguita soltanto se vincente.

23 Marzo 1919 non riguarda soltanto questa data, né i soli Fasci di Combattimento che quel giorno, a Milano in Piazza San Sepolcro, furono fondati. Riguarda (almeno) un triennio: guarda ai movimenti da cui quello protagonista del libro trasse le mosse (Fasci di Associazioni Patriottiche e Fasci di Azione Rivoluzionaria; Futuristi e Nazionalisti; Arditi di Guerra), descrive i preparativi (raccontando del Fascio Primogenito e l’epopea del Covo mussoliniano, la redazione del Popolo d’Italia al 37 di via Paolo da Cannobio – a pochi metri dal Teatro Lirico in cui, il 16 dicembre 1944, in pieno crepuscolo degli dei Mussolini rivendicherà la natura genuinamente sociale del fascismo), arriva all’adunata e offre i ritratti dei Sansepolcristi, tramite medaglioni dei protagonisti del Fascio milanese e della sua Giunta. Il periodo immediatamente successivo è svolto con dovizia di particolari: cronologia degli avvenimenti, descrizione delle due élite dell’attivismo fascista primigenio (Sansepolcristi e Squadristi della Vecchia Guardia), e tantissime immagini, con tanto di spiegazione d’ogni motto e un piccolo speciale sull’ultima rievocazione del XXIII Marzo: quella del 1945, nella piazza stessa.

Fa impressione leggere la parata delle squadre coinvolte e guardarne le foto: un mese dopo Milano sarebbe stata… liberata, la RSI non aveva più nessuna speranza di vittoria, tantomeno di sopravvivenza. Eppure, i militi repubblichini sono dritti come fusi, le espressioni sono concentrate, divise e labari impeccabili. Sembra una parata trionfale.

Fausto Sparacino 23 MARZO 1919 PIAZZA SAN SEPOLCRO, Ritter edizioni, Milano 2019, Ppgg.238, euro 24,00