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In Gran Bretagna lo spirito di John Bull ha avuto facilmente ragione degli interessi delle oligarchie economiche e della dittatura culturale politicamente corretta e, nonostante previsioni catastrofiche poi rivelatesi infondate, ha deciso di uscire dalla UE prendendo una decisione che tutto l’establishment giudicava impossibile.

Domani gli Italiani si ritroveranno più o meno, mutatis mutandis, in una situazione analoga. Ma cosa farà il signor Rossi? Avrà lo stesso coraggio di John Bull o calerà miseramente le braghe di fronte alle minacce variegate e più o meno fantasiose che ogni giorno inondano giornali e TV per poi propagarsi come un gas asfissiante dovunque, dai bar ai tram, dagli uffici ai salotti?

La storia patria, purtroppo, salvo pochissime eccezioni non depone a favore del signor Rossi. Se John Bull si è sempre opposto con coraggio a chi, da Napoleone a Hitler, minacciava la sua sovranità e i suoi interessi, non altrettanto può dirsi del signor Rossi, da sempre accomodante con gli stranieri che periodicamente scorazzano sul suolo patrio (oggi le scorrerie sono economiche e finanziarie, ma la logica è la stessa di sempre) agli interessi dei quali ha sempre subordinato i propri, la propria sovranità e, spesso, anche la propria dignità.

“Franza o Spagna basta che se magna” dice il vecchio detto popolare che più di ogni altro fotografa la mentalità dell’italiano medio, sempre pronto a sottomissioni e compromessi e quasi mai disponibile ad opporsi al corso di eventi decisi da altri. Siccome, però, restiamo inguaribili ottimisti e speriamo in un ravvedimento anche dell’ultimo momento, abbiamo deciso di riunire in un breve vademecum le principali argomentazioni a favore del Si così come i suoi sostenitori ce le hanno propinate fino a sfinirci. Leggerle tutte insieme dovrebbe bastare a convincere qualsiasi persona con un minimo di buon senso a votare NO.

“Chi vota NO vota come Salvini e Casapound” .

Questa è l’unica argomentazione che la sconosciuta avvocata di paese trasformata improvvisamente in insigne legislatrice (un po’ come le zucche di Cenerentola trasformate in carrozze, solo che qui la fatina si chiama Renzi e la bacchetta magica Leopolda) è riuscita a mettere insieme per difendere il suo capolavoro costituzionale destinato a sostituire l’operato di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Terraccini, Mortati. Sarebbe troppo facile obiettare che chi vota SI vota come Verdini, Alfano, Briatore e altre macchiette del renzismo tipo Ernesto Carbone (quello del ciaone) o Fabrizio Rondolino. In realtà l’argomentazione è così modesta che non vale la pena di commentarla se non come indice del livello culturale di chi l’ha espone. In teoria si dovrebbe parlare di diritto costituzionale e ordinamento dello stato, non di amici da frequentare, o meno, al bar.

“Col NO si consegna l’Italia a Grillo e Salvini” (vedi anche “accozzaglia”).

Argomento molto in voga nei salotti alto borghesi che tra un governo maldestro e incompetente (ma caro a banche e finanza) e i due buzzurri della politica scelgono ovviamente il primo. Più o meno per la stessa ragione per la quale non inviterebbero mai a cena a casa loro uno che mangia con le mani o fa rutti a tavola. Piuttosto un tangentista o un bancarottiere, purchè che sappia scegliere le posate giuste per ogni portata. Qualcuno, però, dovrebbe spiegare a lorsignori che si vota per la Costituzione, non per elezioni politiche, e quindi per l’assetto istituzionale del paese, che meriterebbe considerazioni più serie. E aderenti al merito della questione. Anche un bambino dell’asilo sa che non esiste nessuna probabilità che Grillo e Salvini a) si mettano politicamente d’accordo b) abbiano la possibilità di formare alcunché, nemmeno una squadra di calcetto.

“Finalmente ci si muove dopo anni di immobilismo se vince il NO per altri 40 anni non si farà niente”.

Il problema non è tanto muoversi in sé, ma capire dove si va muovendosi. Renzi cerca di contrabbandare la sua confusa frenesia decisionista come capacità di agire e governare, ma gli effetti sono pessimi: decisioni improvvisate, disordinate, dilettantesche che non producono risultati o quando li producono (vedi “buona” scuola o jobs act) sono pessimi: la crescita è ferma, le famiglie si impoveriscono ma in compenso a crescere sono disoccupazione e debito, anche troppo. La riforma costituzionale non fa eccezione: sarà certo un movimento, ma verso il caos e l’immobilismo decisionale generato da conflitti di attribuzione, norme confuse scritte coi piedi e procedimenti di cui nessuno (nemmeno chi li ha scritti) ha capito niente. Un movimento caotico e fine a sé stesso che fa venire in mente quel famoso detto: se te lo mettono del didietro non muoverti, potresti fare il loro gioco…

“Il meglio è nemico del bene” diceva Voltaire e molti applicano questa logica alla riforma renzista, pensando che fare qualcosa, anche male, sia meglio che non fare niente. Ovviamente si sbagliano: meglio non fare niente (adesso) che rovinarsi per i prossimi decenni. Si completa così la metamorfosi dei democristiani 2.0.: una volta dicevano che meno si fa meno si sbaglia; oggi che col PD hanno realizzato l’utopia cattocomunista dicono che bisogna fare qualsiasi pur di fare qualcosa.

“Tagliamo i costi della politica” .

Argomento ai limiti del ridicolo, anzi oltre: il risparmio previsto per la riduzione del numero dei senatori è di una cinquantina di milioni annui mentre questo governo ha portato il debito pubblico al record di tutti i tempi: 2249 miliardi di euro. Vale a dire che il risparmio millantato da Renzi servirebbe a ridurre il debito per non più di 2 ore, dopodiché la spesa fuori controllo riprenderebbe a crescere come prima. Vale la pena rinunciare al diritto di voto di un’assemblea legislativa in cambio di paio d’ore di rallentamento della crescita del debito? Com’era quella storia del piatto di lenticchie?

“Se vince il no saremo commissariati dalla troika” .

Al di là del fatto che si tratta di una previsione tutta da verificare e verosimilmente campata per aria (vedi anche alla voce “catastrofi”) se anche fosse vero dove starebbe la differenza? Per evitare l’arrivo della troika bisogna votare come dicono loro, cioè bisogna scegliere la forma costituzionale che decidono la UE, il FMI e la BCE, quindi rinunziare alla libera scelta ed eseguire gli ordini. Più o meno la stessa cosa che secondo i catastrofisti capiterebbe se il governo venisse commissariato dalla troika in caso di vittoria del NO. In quel caso, però, avremmo almeno espresso chiaramente il nostro dissenso ed esercitato correttamente la sovranità nazionale, il che potrebbe aiutarci a ridurre l’onnipotenza e le interferenza straniere.

“Bisogna votare SI perché i mercati non vogliono l’incertezza” .

Basterebbe eliminare le elezioni, i referendum e qualsiasi altra forma di partecipazione democratica e i mercati sarebbero a posto. Strano però che si preoccupino dell’incertezza derivante dal risultato un voto popolare e non della certezza dell’incapacità del governo in carica che ha peggiorato tutti i parametri economici a loro tanto cari. La situazione attuale è ben peggiore di quella che ha portato al defenestramento di Berlusconi (che comunque aveva fallito e non poteva continuare a fare i suoi comodi) eppure i mercati non si preoccupano, vorrebbero continuare così e hanno paura che le cose cambino. Non è strano?

“Solo in 100 avranno l’immunità parlamentare invece dei 315 di adesso”.

Già, però i 100 che ce l’avranno non sono stati eletti da nessuno ma solo nominati da apparati di partito. Saranno, cioè, totalmente privi della legittimazione popolare che è poi quello che l’immunità parlamentare (al di là dell’uso distorto che spesso se ne fa) dovrebbe tutelare.

L’immunità, invece, planerà come un dono divino su 100 individui che non ne avrebbero nessun diritto (ma magari ne avrebbero tanto bisogno) solo perche prescelti, chissà con quali criteri, da caporioni di partito verosimilmente per meriti acquisiti in beghe correntizie e partitocratiche. Un bel progresso, non c’è che dire.

“Non è vero che il Senato non è più elettivo: i sindaci e i consiglieri regionali sono eletti dal popolo”.

Solo che qui si parla di istituzioni ed assemblee legislative, non di matematica e la proprietà transitiva, che va benissimo per le relazioni binarie, non si trasmette alle elezioni di rappresentanti del popolo ad una assemblea legislativa. Se ti voto per fare il sindaco ed amministrare la mia città non significa necessariamente che ti voterei anche per fare il legislatore in Senato, che con la carica di sindaco c’entra più o meno come i cavoli a merenda. Per Renzi l’elezione a sindaco o a consigliere regionale è una specie di wild card in grado di aprire le porte del Parlamento a chiunque la possegga. Votati una volta per una carica = votati per sempre e per tutte le cariche (dopo apposita nomina, ovviamente).

“Accozzaglia”.

Il fatto che molti soggetti differenti, con idee, culture, visioni, storie politiche molto diverse e spesso diametralmente opposte, abbiano pareri convergenti su una vitale questione istituzionale per Renzi significa essere un’accozzaglia. Non lo sfiora minimamente il sospetto che trattandosi di argomento istituzionale la collocazione politica è secondaria, anzi ininfluente, e che se la riforma non viene condivisa né a destra né a sinistra qualcosa che non funzione ci deve pur essere.

FDI, Casapound, Anpi, SEL, Lega, dissidenti del PD, Grillini ecc. ecc. non hanno niente in comune se non l’idea che le regole del gioco devono essere condivise e che le regole proposte da Renzi e Boschi sono inaccettabili. Ma ciò non significa che debbano poi fare un governo tra loro solo perché non sono d’accordo con Renzi.

In compenso non è certo un’accozzaglia l’assemblaggio del PD con pezzi sparsi del berlusconismo deteriore, come Verdini, Alfano e Cicchitto, e del berlusconismo aziendale come Confalonieri (la roba, direbbe Verga), con banche, Confindustria, Briatore, Marchionne, lo chef Bottura, Benigni, la Littizzetto e gli altri nani e ballerine della TV.

Tutti accomunati da un programma politico ben preciso: il proprio tornaconto. Poi forse non sanno nemmeno cosa preveda la riforma, ma questo è un dettaglio insignificante.

Catastrofi

Naturalmente la vittoria del NO sarebbe una catastrofe di proporzioni immani: – 3 punti di PIL (Boccia di Confindustria), 8 banche italiane in fallimento (Financial Times), difficoltà per le banche a reperire danaro sul mercato (Padoan, ministro dell’economia); “se … vince il No, i capitali non entrano in Italia” (tale Davide Serra; le cui opinioni non si capisce bene a cosa servano, ma è amico di Renzi); l’esito del referendum potrebbe ripercuotersi negativamente sul sistema bancario italiano e, in particolare, sull’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena che verrebbe messo in dubbio dalla vittoria del NO (Goldman Sachs); non solo, anche su quelli di Carige, Veneto Banca e Pop Vicenza (Moody’s), con la bocciatura del SI “il rischio politico aumenterebbe significativamente e alcuni degli sforzi fatti per spingere la produttività e la crescita di lungo termine potrebbero indietreggiare“ (Fitch) e via così, spaventando e condizionando.

Una uniformità di giudizi negativi che oltre a rappresentare fedelmente il punto di vista delle oligarchie economiche mostra anche la loro incapacità di un’analisi completa e approfondita: tutto viene ridotto alla dimensione economico finanziaria e ai relativi interessi. I popoli e le persone sono solo formichine che devono adeguarsi alla volontà superiore. Salvo poi risvegliarsi di botto e scoprire con sgomento che il mondo la pensa diversamente e di certe storielle se ne frega, come nel caso della Brexit.

Vedremo se sarà così anche qui. Come detto la storia italica non depone a favore del NO, ma non si sa mai…