Il mio primo giorno di scuola, il primo ottobre 1960, fu innaffiato di lacrime: solo io ed il mio nuovo compagno di classe Alfredo Scalia piangevamo fra tutti, a posteriori mi sono giustificato pensando che allora fossi già consapevole che iniziavo a perdere un po’ della mia primordiale libertà, entrando in un mondo di regole e doveri. Ma forse fu solo tanta timidezza. Noi maschietti portavamo tutti un grembiulino nero, un fiocco azzurro ed un colletto bianco; il mio era rigido, comprato dalla mamma alla Upim, gli altri lo avevano di stoffa e stavano comodi. Tutti avevamo una cartella, la mia era semplice, color prugna, alcuni miei compagni addirittura la portavano in spalla ed aveva la copertura in pelle di mucca. Non c’erano zainetti con le immagini dei supereroi come oggi, anche perché noi avevamo come eroe dei fumetti solo il signor Bonaventura, il protagonista delle copertine del Corrierino : le sue storie iniziavano sempre così : “Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura” e si concludevano con la vignetta finale con il nostro personaggio che vinceva la stratosferica somma di un milione di lire, diventato poi un miliardo.

Noi maschietti avevamo una scuola tutta per noi, di fianco c’era quella delle femminucce, che portavano un grembiulino bianco ed un fiocco rosa . Per quanto fossimo in due edifici contigui e comunicanti, non ci vedevamo mai, nemmeno durante la ricreazione. Oggi questa divisione sarebbe inconcepibile, ma con la folle teoria gender del pensiero unico dominante, i bambini dei prossimi anni rischiano di fare un mese vestiti tutti da maschietti ed il mese dopo da femminucce e di diventare tutti dei disturbati mentali ; alla fine possiamo consolarci affermando che a noi è andata di lusso.

Uno dei primi giorni, il mio compagno Cecconi fece la pupù (allora si chiamava così) in classe, sotto una finestra. La maestra chiamò il bidello che subito pulì e tutto finì lì. Se fosse accaduto oggi, la maestra avrebbe chiamato il collaboratore scolastico che avrebbe rimosso la merda, di cui sono fatti tutti gli uomini secondo la compagna Finocchiaro; poi il povero Cecconi sarebbe stato inviato al consultorio da uno psicologo di sostegno ed alla fine come minimo si sarebbe trovato a soffrire di colon irritabile per tutta la vita.

Alle dieci suonava la campanella per la ricreazione : io tiravo fuori dalla cartella la mia focaccia ( per i romani pizza bianca) unta e bisunta, comunque buona. Il mio compagno Titti C.B., uno dei tanti con due cognomi nella mia classe, si mangiava invece una focaccia più asciutta, buonissima, tutti noi gliene chiedevamo un pezzo, ed una volta è capitato anche a me di assaggiarla. Non c’erano dietologi e nutrizionisti che rompevano gli zebedei consigliando una mela od un vasetto di yogurt, si andava di pizza e focacce. Poi nel pomeriggio smaltivamo tutto giocando a pallone all’oratorio o al parco, sull’asfalto però, se calpestavamo il prato arrivava il vigile a cacciarci via. Nessuno d’intorno ci assordava con i bonghi suonati ossessivamente mentre si faceva le canne.

Le mamme non ci portavano a judo o a lezioni di taekwondo, i padri non ci iscrivevano alla scuola calcio nell’illusione di farci diventare dei campioni ; quando giocavamo a pallone eravamo allegri e soli e nessun genitore frustrato a bordo campo ci urlava “spezzagli una gamba !” all’indirizzo dell’avversario.

In prima elementare vinsi alla fine dell’anno scolastico il Premio Bontà, ed il direttore mi consegnò un libretto al portatore della Cassa di Risparmio del valore di cinquecento lire, che ancora giace sepolto in qualche cassetto. Non avendo mai ritirato la somma credo di aver devoluto allo Stato un piccolo patrimonio.

Oggi un premio del genere susciterebbe una generale riprovazione, verrebbe bollato come discriminatorio nei confronti di alunni socialmente svantaggiati . E’ già considerato di buona condotta chi non tiri una sedia addosso all’insegnante o non dileggi qualche compagno in condizioni di inferiorità postando un filmato sui social.

La maestra, signorina per antonomasia, era per noi una figura materna ed asessuata. La nostra in terza elementare un giorno portò un disegno di una montagna , tutto quadrettato, che appese di fianco alla lavagna. Ogni alunno aveva una bandierina fatta di scotch e uno spillo con il proprio nome; ad ogni bel voto saliva di un quadratino verso la cima della montagna; chi arrivava in vetta alla fine dell’anno era il primo della classe. Non vi dirò chi arrivò primo perché sono molto modesto. Questa specie di gara oggi verrebbe qualificata come meritocratica , ghettizzante e discriminatoria nei confronti dei diversamente studiosi.

In quarta elementare passammo tutti sotto il maestro Lucia ( era il suo cognome) che presto ci insegnò a recitare il Pater Noster in latino, spiegandoci anche il significato delle parole. Così ogni mattina iniziavamo le lezioni con “Pater noster qui es in caelis: sanctificetur nomen tuum: adveniat regnum tuum”. Se ai giorni nostri un insegnante si azzardasse a fare una cosa del genere, verrebbe subito convocato dal preside o dalla presida ( come direbbe la farneticante Boldrini) e sospeso dall’insegnamento per discriminazione religiosa. Vivrebbe giorni barricato in casa assediato da militanti dem che sotto le sue finestre inscenerebbero proteste contro “l’oscurantismo cattolico”.

All’uscita di scuola, al suono della campanella, ogni classe si metteva in fila per due e tutti marciavamo al passo fin quando la maestra ci dava l’”avanti marsch!” e noi potevamo tornare a casa. Se qualche scuola si sognasse di mettere in pratica ai tempi attuali una simile marcetta, in tanti esulterebbero tra i sinistri , accusando il militarismo incombente sotto la dittatura populista. Per non parlare di Nanni Moretti che non starebbe più nella pelle dalla gioia, potendo dimostrare che sì, Salvini è un emulo di Pinochet.

L’estate era il periodo in cui maschi e femmine potevano finalmente frequentarsi e giocare insieme. Ogni fine agosto io avevo una fidanzatina che poi a ottobre avevo già dimenticato. Nel settembre del 1964 a Marina di Castagneto mi fidanzai con una bambina di Arezzo; un giorno le chiesi di darmi un bacio, lei mi disse di no e rimanemmo fidanzati e basta. Avessi avuto ancora quell’ardimento negli anni successivi !

Io e i miei compagni rimanemmo uniti per gran parte fino al liceo: finalmente eravamo in una classe mista, noi impacciati nei pantaloni lunghi , che fino ad un mese prima non sapevamo cosa fossero, le ragazze ancora imbrigliate in grembiuli neri che nascondevano tutto.

Un sabato pomeriggio organizzammo una festa, con gli ormoni che tardivamente ma decisamente cominciavano a farsi largo, e scoprimmo che le nostre compagne erano anche delle ragazze; ricordo ancora Anna, la più bella di tutte, che ci apparve in minigonna, con un vestitino verde pallido e degli stivali fino al ginocchio, color aragosta. Con la salivazione azzerata e le gambe tremanti cercavamo di familiarizzare con lei. Anna era gentile con noi, che trattava con affettuosa noncuranza, essendo attratta dai ragazzi più grandi.

Penso che chiunque ritornando con la mente alla propria infanzia, abbia sempre dei momenti di nostalgia, ma credo che per la mia generazione ci sia qualcosa di più del semplice rimpianto. Abbiamo vissuto di emozioni, di sogni, di fantasia. Tante cose di ieri sarebbero oggi improponibili, non solo per una questione anacronistica : però in tante cose, tra cui il sesso, allora esisteva il mistero, che generava curiosità ed attrazione. Se eravamo fortunati facevamo all’amore, come si diceva, perché c’era sempre un coinvolgimento sentimentale, magari piccolo ; non dicevamo che avremmo fatto sesso, che vuol dire fruire uno dell’altro, come si dice oggi per la paura di doversi amare.