La protesta dilaga, almeno sulla rete. Siamo – va riconosciuto – un popolo dalla polemica facile, specie oggi che basta un attimo, giusto un tweet, per esternare dissapori e lamentazioni. Nell’Ancien Régime i “cahiers de doléans” erano la forma diretta attraverso cui si prendeva nota delle critiche e delle lamentele della popolazione. Cambiano i mezzi, ma la sostanza è sempre la stessa. Allora le richieste più frequenti riguardavano l’abolizione delle decime ecclesiastiche e dei privilegi signorili. Sappiamo com’è andata: con la Rivoluzione borghese dell’89, i privilegi mercantili ed il trionfo del formalismo giuridico d’impronta liberale.

La morale, sempre attuale, è che la protesta può ancora pagare, a patto però di avere le idee chiare sul “dopo”, cioè sulla conseguente azione ricostruttiva.

E qui veniamo all’invito “strapaesano” di Giacomo Petrella, apparso su “Barbadillo”. Lo abbiamo lasciato un po’ decantare – d’altro canto si parlava anche di … buon vino rosso sangue – sperando nel doveroso dibattito. Tentiamo di rilanciarlo, accogliendo l’invito al superamento dei tatticismi e provando a parlare di protesta e di proposta, due facce – a nostro parere – di una stessa medaglia. Petrella è andato giù duro: “Reagan puzza di antico lontano un miglio. Puzza di vecchiaia, di usurato e morte. Puzza di un modello economico drammatico che volle dire shock fiscale per pochi, doping del consumo, enorme deficit pubblico e la più grande spesa militare della storia degli Stati Uniti”. E’ questo – ci si chiede – che vogliamo per l’Italia? Ancora più direttamente, aggiungiamo noi: è ciò che vuole essere la Destra nuova del Terzo Millennio?

Su questo versante le domande si sommano alle domande. Proviamo a farne una rapida carrellata, giusto per inquietare chi volesse leggerle. Come coniugare “sovranismo” ed alleanze? E identità nazionale con Europa?  Alla crisi della democrazia parlamentare come si intende rispondere? E alla storica cesura tra Capitale e Lavoro? Può bastare il “laisser faire, laisser passer”? Che dire, in termini normativi oltre che moralistici, del cruciale rapporto con le nuove tecnologie? E alle nuove e vecchie povertà come rispondere? Ed ancora, posto che l’ambientalismo non può essere considerato una moda passeggera, come intervenire per riequilibrare il rapporto Uomo-Natura? In sintesi: ci si vuole fare carico di queste problematiche? Ed in che modo?

Non basta – come detto – fermarsi alla protesta, né ipotizzare risposte “d’annata”, usurate dal tempo e dal mutare degli scenari. Occorre finalmente pensare con profondità e con lunghezza di vedute. Perché – come ha scritto Gennaro Malgieri, su Destra.it – se la destra c’è, almeno nei numeri, a mancare è il “progetto”, cioè la volontà/capacità di declinare principi con azioni politiche conseguenti, valori e principi non negoziabili con proposte concrete in grado di costruire l’auspicato cambiamento, suscitando una condivisione ricostruttiva.  

Vogliamo parlare di “alternativa”? In un mondo in cui poco o nulla sembra “funzionare”, il richiamo, non velleitario, ad un serio, fondato, “progetto alternativo”, significa delimitare un’area di confronto, da cui partire e sulla quale impegnare le energie culturali presenti. Anche qui si esca finalmente dal retorico, ripetitivo e sterile piagnisteo sulla sinistra culturalmente egemone.

Di intellettuali – per dirla alla Berto Ricci – “non conformi, non indifferenti ma in pugna co’ tempi” è oggi ricco il panorama culturale “a destra”. Basta poco per sperimentarne le visioni e la voglia di pugnare veramente sul piano delle idee che si fanno azione …  Basta forse solo un fischio e vedere l’effetto che fa …