Or sono millenni nel mondo senza storia correvano la terra genti fosche e feroci in cerca di preda e di guerra. Dai rami spiccavano i frutti spontanei, del nemico dal busto le teste che ornavano il collo ai cavalli che montavano a pelo. Nei fiumi limacciosi ghermivano pesci che mangiavano crudi e crude sbranavano carni della belva villosa nella forra abbattuta a colpi di mazza. E ne partiva l’orda sazia, le fauci lorde di sangue, urlando, ebbra di stolida gioia feroce. Uccidere, predare, era unica legge a quel tempo, e nulla di durevole e nulla di fecondo era a quel mondo.

Finché un figlio di Eva – un capo doveva egli essere cui pure non era spiaciuto, finora, il saccheggio e lo stupro – forzò la sua gente atroce a mutare il costume di correre il mondo a fare mattanza. Intravista un’ampia radura (doveva essere questa presso di un fiume, e non lungi dal bosco) ordinò che svellessero i tronchi e con questi saldamente commessi lo spiazzo cingessero. Poi disse a suo modo, col rozzo linguaggio di urli e mugolii e cachinni nato a ordinare la strage e spartire la preda: “Questo limite è sacro. Cinge una terra dove noi vivremo certi che all’alba seguirà il tramonto. Non temeremo il ladro né l’omicida e ad altro attenderemo che a strage e razzia. Sarà ristoro dopo la battaglia e quiete operosa e risa di donne e bimbi e intorno al fuoco noi uomini nel dolce stupore del succo dell’uva avremo progetti per la vita che viene”.

Poi continuò: “Nessuno ardisca di entrarvi senza il nostro permesso. E quando vi sarà l’estraneo accolto sempre ricordi di essere ospite, mai – dico mai – il padrone. E così sia, mia gente. Questa casa comune ecco ti dono”. Certo lo disse a suo modo, con urli e mugolii e cachinni con cui prima ordinava la strage e spartiva la preda. Taceva il suo popolo, ascoltandolo attonito. Non sapeva l’eroe, non sapeva il suo popolo che la Storia iniziava quel giorno.