Piero Buscaroli rappresenta un nome magico della nostra giovinezza, ricca di idee e di ideali , non certo di ambizioni, un nome pienamente valido e soprattutto da non perdere di fronte al suicidio di un mondo e di un ambiente intuito e denunziato con queste parole indelebili e indimenticabili, parole emblema sulle “putative “destre” che la fame di posti privò dell’onore e dell’anima”.
L’ampio volume, già pubblicato, incredibile a leggersi, da Mondadori, è ripresentato nel marzo scorso in veste raffinata dalle Edizioni Minerva con una prefazione dei 3 figli di Buscaroli, Francesca, Beatrice e Corso. In chiusura precisano con vigore che “Dove “il livore” o “la rabbia” di cui parlarono nelle recensioni i nemici è soltanto il silenzioso addio di un uomo che troppo amò per essere capito. “Le fonti ignorarle, non più neppure controbatterle”, annotava ancora nel frontespizio.
Troppo amò questo Paese, i suoi uomini, gli amici perduti ingiustamente, gli ideali perduti inutilmente, l’identità, la storia. L’Italia di Dante e di Virgilio, l’Italia di Michelangelo, Più che “livore”, in italiano si chiama “nostalgia”, o meglio, “rimpianto””.
I 7 anni trascorsi servono a provare, o meglio ribadire, la fondatezza delle osservazioni e dei giudizi su un mondo politico internazionale e nazionale, sempre più grigio ed arido, in cui i difetti, tanto acutamente individuati, convalidano l’intelligenza e l’eleganza di un giornalista sui generis, di un intellettuale discriminato ed accantonato in vita, sul quale è caduto, a poco più di un anno dalla scomparsa, un impenetrabile muro del silenzio. Buscaroli fu anche un sublime critico musicale e pure in questo settore, colto, raffinato e sensibile, c’è chi lo rifiuta e lo respinge con l’infamante etichetta di “fascista”.
Il volume è articolato in 23 capitoli, alcuni rapidi e sintetici, mai schematici, altri lunghi, articolati e ricchi di spiegazioni e di interpretazioni.
Se infatti i ricordi della fanciullezza, dell’incontro con Salazar e delle notti di Tokio occupano uno spazio ridotto solo in termini materiali, quelli sugli anni formativi della caduta del fascismo e della resistenza e dello scontro prolungato nel tempo con Dino Grandi sono vissuti amaramente e ricostruiti con argomentazioni severe e puntigliose.
Ugualmente acute e forti nella denunzia sono le pagine dedicate “ai crimini di guerra” compiuti dagli angloamericani e dai loro alleati sovietici così come agghiacciante è la rivisitazione dei bombardamenti compiuti con cinismo e sadismo, mai denunziati e mai segnalati con il giusto rigore e mai additati con circostanziate ricostruzioni alle giovani generazioni. Sul tema tanto sciagurato debbo lamentare un vuoto: dall’elenco nutrito manca la strage compiuta con circa 500 morti dagli aerei inglesi ed americani il 26 maggio 1944 nella mia città, Tivoli.
Alcuni passaggi rappresentano massime da conservare, come quella, sappiamo quanto applicata dai quotidiani più diffusi (“Corriere della Sera”, “Repubblica”, “La Stampa” , “Il Messaggero”) e seguita anche nei servizi delle reti televisive della RAI e di Mediaset, ripresa da Missiroli sull’obbligo dei giornalisti di non dare ai lettori se non “un’idea alla volta e, se possibile, neppure quella”, o come la definizione della DC “regime incolto e cinico”.
Altri passi contengono profezie realizzate o sempre più concrete. E’ il caso del connubio mai sopportato tra cechi e slovacchi, fusi – per una delle tante e tante sciocchezze compiute in ogni angolo della Terra – “in nome dell’autodeterminazione dei popoli cara al Presidente Wilson e alle dottrine della massoneria radicale” o l’altra riguardante il rischio sempre più incombente per la Germania di una guida turca.
Cruciale per gli anni del conflitto ma anche per lo spirito che da esso promana e contamina fino ai giorni correnti la vita del nostro paese è la definizione della “liberazione”: “divenne tetro sinonimo di agguati, rapine e assassinii, attentati e distruzioni contro uomini e cose, e assunse l’ironica duplicità già benissimo nota al cinismo bancario e democratico degli americani, […] Allo stesso modo che la “resistenza” generò, per spontanea e naturale filiazione, le brigate rosse, i sequestri di persona, le pubbliche esecuzioni dei personaggi con le loro scorte” e aggiungiamo, sempre frutto dell’insana intesa tra comunisti, socialisti e democristiani, la desertificazione delle coscienze e la perdita del patrimonio morale italiano.

PIERO BUSCAROLI, Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento, Argelato, Edizioni Minerva, 2017, pp. 518. €19,00.