Una buona notizia, ma con nessuna ripercussione pratica sulla vita di tutti i giorni. E’ questa l’amara riflessione che accompagna la lettura dei grandi quotidiani nazionali davanti alla notizia dell’aumento del Pil nell’anno appena concluso. Una notizia che sa tanto di beffa, accolta e metabolizzata da cronisti e commentatori vari senza nemmeno una briciola di spirito critico e rilanciata con il cattivo gusto di chi non desidera altro che servire un favoloso assist al governante di turno. Un governante come Paolo Gentiloni, presidente di un Consiglio dei ministri capace di brillare sinora per manifesta invisibilità, eppure pronto a rimarcare con totale sprezzo del ridicolo che quelli sul prodotto interno lordo sono «numeri incoraggianti», rilanciando a stretto giro di posta su Twitter l’annuncio che il governo è «determinato a proseguire le riforme per favorire la crescita». Facile, quindi, tracciare una conseguenza logica: si tratta di un successo figlio dell’azione dei governi del centrosinistra e, quindi, merito suo. Opinione sottoscritta, manco a dirlo, dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, poco attento a questioni minute come il prezzo del latte e più in generale poco interessato a faccende spicciole come la vita reale, ma fulmineo come una saetta ad affermare che i dati sul Pil «danno ragione alla politica economica» del governo.

Al netto del cattivo gusto con cui è stata accolta e rilanciata la notizia, i fatti nella loro disarmante crudezza dicono che, in realtà, quelli diffusi dall’Istat sono dati parziali, non a caso tuttora sotto la lente d’ingrandimento degli analisti per le verifiche del caso e in attesa di una diramazione ufficiale e più circostanziata che avverrà soltanto il mese prossimo. Si tratta, quindi, di anticipazioni, ossia di stime provvisorie che attendono la doverosa conferma di analisi più approfondite dell’Istituto nazionale di statistica, ma che dalle parti del centrosinistra sono apparse più che sufficienti per lasciarsi andare a un entusiasmo e una tracotanza che fanno a pugni con le angosce della vita quotidiana di milioni di italiani. In ogni caso, se l’anteprima dell’Istat dovesse essere confermata non ci troveremmo comunque di fronte a un nuovo boom economico sulla scorta di una riedizione del “miracolo italiano”, bensì a un dato certamente positivo, ma per ora isolato: il dato migliore registrato dalla nostra economia dal 2010, quando il Pil nazionale fece segnare una crescita dell’1,7 per cento. A leggere la sostanza delle cifre, il vero dato saliente della rilevazione Istat è quello ufficiale sul prodotto interno lordo del 2015, pari a un modesto +0,7 per cento, e a una stima per il 2016 che sembra confermare in toto quel dato, con un incremento probabile ma ancora non certificato di appena un punto decimale.

Niente di eclatante, quindi, ma solo un timido e ancora acerbo segnale di un rilancio complessivo che deve ancora sedimentarsi nell’anima del Paese e finalmente stabilizzarsi nell’economia tricolore. In ogni caso, parlare di stabilità all’indomani di una direzione del Partito democratico conclusasi con la minaccia di una sempre più imminente scissione fa un effetto assai strano, per di più in un contesto politico generale che sembra far precipitare l’Italia negli anni più bui della prima repubblica: un’Italia votata al proporzionale, divisa in una gracile moltitudine di partiti spaiati, divisi e spaccati in correnti sempre più avulsi dal Paese reale, violini di contorno per il gran ballo di un Titanic Italia che affonda .