Pinuccio Tatarella, in un’ormai memorabile intervista rilasciata a Dino Cresto-Dina il 10 agosto del 1994, quando il primo governo Berlusconi, nato da poco, era già sotto la minaccia di un ribaltone, coniò la definizione «poteri forti» definendone il contenuto. I poteri forti – spiegò Tatarella – sono quei poteri che lavorano invisibili e non per «influenzare lo Stato, ma per diventare lo Stato». Alla richiesta del giornalista di elencarli, Tatarella non si tirò indietro: «I poteri forti sono: la Corte Costituzionale, il Csm, Mediobanca, i servizi segreti, la Massoneria, Bankitalia, i gruppi editoriali con le loro intese, la grande industria privata».

L’intervista fu intitolata “Basta con gli uomini invisibili”, Tatarella specificò che cosa intendeva per la minaccia dell’extra-governo, o meglio indicò quella oligarchia di apparati che tende storicamente a prevalere sulla sovranità popolare.

Nel suo linguaggio politico Pinuccio Tatarella, al quale non difettavano buone letture, metteva a nudo una delle questioni centrali attorno alle quali ruota la stessa essenza della democrazia, una questione sulla quale si erano esercitate da diverse prospettive le teorie di Max Weber e Carl Schmitt.

Max Weber in Parlament und Regierung im neugeordneten Deutschland pone il tema del controllo politico della burocrazia auspicando la formazione di un tipo di uomo politico che fosse in grado di subordinare l’apparato burocratico alla direzione politica. La vera democrazia – per Weber – non è quella dei burocrati irresponsabili e privi di un mandato popolare: «il monarca crede di governare da sé, mentre in realtà la burocrazia gode del privilegio di poter comandare, coperta da lui, senza controllo e senza responsabilità. Il monarca viene lusingato e gli viene mostrata l’apparenza romantica del potere, poiché egli può cambiare a propria discrezione la persona del ministro».

Carl Schmitt ritiene che un’autentica democrazia debba fondarsi sull’omogeneità di un popolo, dove la politica è in primo luogo un «sistema metafisico» che porta le idee dei cittadini al potere, così si esprime in Il custode della costituzione (1931) e in Legalità e legittimità (1932).

Se Tatarella inquadrò bene le suggestioni antidemocratiche dei poteri forti, un altro spirito libero del pensiero di destra, Giuseppe Prezzolini, ebbe chiari i potenziali pericoli della tecnocrazia europea. Nel 1979 quando si svolsero le prime elezioni a suffragio diretto per il Parlamento europeo commentò caustico: «Concludo che se io dovessi o volessi e potessi votare pro o contro l’Europa unita, io, che pure o più di un diritto di chiamarmi “europeo”, voterei contro un’Europa fatta così artificialmente e superficialmente come è stata concepita da coloro che l’hanno ideata con la testa riempita di nuvolosi teorici».

Qualcuno pensa di poter concepire una democrazia “agnostica”, basata su regole astratte e formali, sganciate dalla tradizione di un popolo. Il tema formale e inodore della democrazia e la costruzione di una democrazia piena, incline alla partecipazione viva del popolo e alla considerazione delle tradizioni culturali di una nazione.

Le oligarchie sono ancor più pericolose quando al loro interno prevalgono i poteri finanziari, che in questa momento storico in tutto il mondo hanno un solo obiettivo: operare un trasferimento di ricchezza dalle tasche dei cittadini alle banche per ripianare le voragini nei bilanci determinati dai superbonus e dalla voracità finanziaria. Così fu quando Geroge Bush fu obbligato a chiamare alla guida del Tesoro americano Henry Paulson, che passo direttamente dal ruolo di Ceo di Goldman Sachs a quello di capo del Tesoro per varare il piano di salvataggio delle banche americane.

Martin Heidegger offre un solido retroterra filosofico alla democrazia dell’essere quando richiama il Führung, il comando; il Volk, il popolo; l’Erbe, l’eredità; Gefolgschaft, la comunità dei seguaci; Bodenständigkeit, il radicamento alla propria terra. La comunità politica che costruiamo non può non tener conto del «primato ontologico del problema dell’essere», di ciò che noi siamo per tradizione.

Augusto Del Noce in un suo celebre saggio coniò il termine “transpolitico” per indicare una dimensione profonda che sedimenta nella coscienza dei popoli. Oswald Spengler che, per primo, nel “Tramonto dell’Occidente” sottolinea la decadenza dell’uomo europeo, perso alla ricerca di un universalismo indefinito. Di qui il richiamo a Mirecea Eliade che riafferma il valore del mito, capace di vivere sotto diverse forme, alcune mascherate e di  riproporsi attraverso la modernità.  Sempre Spengler nel suo memorabile Il tramonto dell’Occidente, propone una critica serrata alla tecnocrazia che è «l’opposto della vita» alla quale opporre un’idea tradizionale di Europa culla della cultura occidentale e faustiana.