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Mentre l’Italia (o almeno, la sua parte migliore) tira un sospiro di sollievo sulla sorte dei nostri marò, oggi finalmente a casa,  continuano — come rivela il rapporto di Oceans Beyond Piracy (OBP) —  le scorrerie dei pirati nel Golfo di Guinea, nel Corno d’Africa e nei mari dell’Asia.

Andiamo per ordine. Nell’Oceano Indiano lo scorso anno si sono registrati solo 16 attacchi. Grazie al dispositivo navale internazionale (Nato più Russia, Cina, Singapore, Giappone e Iran) nessuna nave mercantile è stata più catturata dai pirati somali che hanno dovuto accontentarsi di sequestrare pescherecci o le piccole imbarcazioni commerciali arabe o africane. In ogni caso il bilancio rimane pesante:  306 attacchi e 108 marinai sequestrati (contro i 17 del 2014 e i 1.090 del 2010).

Ancor più grave la situazione nel Golfo di Guinea. Nonostante l’impegno di unità francesi, delle piccole marine locali e la crociera di qualche nave militare britannica e statunitense, cresce la pirateria e, soprattutto, i costi: secondo i dati di Analisi Difesa  «la minaccia (54 attacchi nel 2015 per il 48% in acque Internazionali) ha comportato spese ai Paesi rivieraschi per 720 milioni di dollari di cui circa la metà per ingaggiare scorte e guardie armate e 276 milioni per costruire nuove navi da pattugliamento. In quella regione la pirateria compie azioni sempre più violente che l’anno scorso hanno visto attaccate navi che imbarcavano complessivamente 1.225 marinai dei quali 44 sono stati sequestrati e 23 uccisi».

Non è tutto. In Asia sud orientale le azioni piratesche sono state 199 l’anno scorso (per il 67% attuate nelle acque degli stretti malesi); nel 38% dei casi i pirati erano dotati di armi da fuoco e gli arrembaggi hanno coinvolto 3.674 marittimi dei quali 23 rimasti feriti. Cresce intanto l’imbarco di  team di guardie armate sui mercantili in transito nelle cosiddette High Risk Areas. Nuove opportunità per i “soldati di fortuna” e i “cuori avventurosi”. Purchè non soffrano di mal di mare…