Dopo aver dato vita ad alcuni dei peggiori governi mai visti da queste parti (e ce ne voleva) e con la più indecente campagna elettorale del dopoguerra si è finalmente chiusa la più insensata delle legislature repubblicane. Per le comiche finali (ma più che da ridere ci sarebbe da piangere) il caravanserraglio politico-mediatico italiota ha rispolverato un grande classico: l’antifascismo.

Chi quarant’anni fa ha vissuto le violenta follia degli anni ’70, mai avrebbe pensato di rivivere quel clima e rivedere fatti che si credevano oramai definitivamente sepolti nel passato.

Fortunatamente l’intensità dei fenomeni è stata, per ora, ben diversa da allora, ma certe dinamiche e certi effetti sono già evidentissimi: le spranghe che riappaiono qua e là con sempre maggiore frequenza e violenza; gli utili idioti provocatori non si sa bene se manovrati o spontanei; l’isteria antifascista che cresce senza nessun limite, né del buon gusto né del buon senso; gli appelli alla repressione (generalmente frutto di ignoranza) anche da pulpiti istituzionali altolocati; i media scatenati in una parossistica montatura del pericolo nero; il ritorno degli opposti estremismi come sempre utilissimi per giustificare e far digerire ad un’opinione pubblica confusa e superficiale le soluzioni politiche più utili ai manovratori, ai loro burattini e soprattutto ai loro interessi.

Così ancora una volta è andata in scena l’eterna sceneggiata antifascista, un copione logoro e scontato, rinfrescato solo dai nuovi guitti che recitano le vecchie parti: l’antifascismo militante e violento dei picchiatori, interpretati questa volta dai centri sociali vezzeggiati, giustificati, protetti e incoraggiati (come già i loro predecessori di Avanguardia Operaia o Lotta Continua) dall’eterna sinistra radical chic di redazioni e salotti, sempre inchiodata al dogma gramsciano della violenza progressiva.

Le isteriche prefiche antifasciste capitanate stavolta da Laura Boldrini, inadeguata terza carica dello stato, del tutto priva di cultura giuridica e sensibilità istituzionale, che invoca istericamente una illegittima ed impossibile repressione indiscriminata lanciando anatemi che legittimano (più o meno consapevolmente) le azioni violente dei nuovi sprangatori.

I prodi giornalisti democratici, come sempre in prima linea nella comoda e redditizia battaglia del conformismo antifascista, impegnatissimi nella gara a chi è più indignato e più politicamente corretto. La linea l’aveva dettata, anticipando tutti, il gruppo Repubblica-Espresso, disattento sui poco raccomandabili maneggi del suo azionista di riferimento, ma accanitissimo nella caccia ai fantasmi, siano essi bagnini di Chioggia o bandiere goliardiche di inesistenti organizzazioni razziste.

Gente che, come si dice a Napoli, chiagne e fotte: da una parte schiamazza per mesi inventandosi inesistenti pericoli fascisti, dall’altra va in televisone a raccontare, come ha fatto qualche giorno fa il direttore dell’Espresso Marco Damilano, che “è persino difficile parlare di queste cose oggi in Italia”, manco fossimo nella Grecia dei colonnelli.

Così, come nella vecchia canzone degli Amici del Vento“ ogni sera alle 8,30, la lacrima sul ciglio la voce spenta” i giornalisti democratici ci hanno raccontato, grondanti di indignazione e sdegno, che l’Italia è sull’orlo di una nuova dittatura fascista e che l’enorme problema che gli elettori devono risolvere il 4 marzo sarebbe questo, mica il debito pubblico passato dal 116% del PIL prima di Monti al 136% di adesso o la disoccupazione, o i 3 milioni di nuovi poveri dell’ultimo anno, cioè l’incremento più alto in Europa.

Certo, a differenza degli anni ’70 adesso c’è più varietà, più vivacità: allora ci si doveva accontentare dei sussiegosi mezzibusti democristiani del primo canale o dei grigi burocrati dell’apparato informativo del PCI piazzati al secondo. Oggi, invece, si può persino scegliere che tipo di faziosità e manipolazione si preferisce tra i molti disponibili in catalogo.

C’è il settarismo raffinato e perfido della Gruber, che con classe porge agli interlocutori sgraditi (di destra o grillini o della sinistra non ortodossa) domande capziose e insinuanti, condite da concetti rozzi e schematici che però la brava giornalista porge con charme e finto distacco.

Solo una volta la conduttrice di Otto e Mezzo ha un po’ sbracato, sottoponendo Giorgia Meloni ad un vero e proprio pestaggio televisivo in tre contro una con la complicità di una vecchia attrice radical chic capitata lì per una marchetta sul suo ultimo film e un vecchio trombone di Repubblica abituato ad elargire perle di saggezza politicamente corretta saltabeccando da un canale all’altro.

Al polo opposto della Gruber c’è la faziosità grossolana e grezza, molto paesana, di Lucia Annunziata, la badessa sgrammaticata di “In mezz’ora”, che invece gli ospiti sgraditi li prende a pesci in faccia senza troppi complimenti.

Chi non fosse soddisfatto di queste proposte può sempre provare con la faziosità da descamisado post santoriano di Corrado Formigli, il prima recita il ruolo del giornalista curioso e contro corrente visitando Casapound, poi imbottisce ogni puntata della sua trasmissione di polpettoni allarmistici sull’imminente arrivo della nuova dittatura fascista, roba da fantascienza degli anni ’50 con i bravi antifascisti nella parte degli eroi in lotta contro l’invasione dei perfidi ultracorpi fascisti provenienti da Marte.

Per chi non si sentisse ancora appagato, ci sarebbe poi un modello di faziosità più classico: quello ambiguo e subdolo di Giovanni Floris, un agnello belante e accondiscendente di fronte ai vari Renzi, Gentiloni o Bersani, attentissimo a non fare domande scomode e a porgere invece quelle più gradite, che si trasforma di colpo in un toro scatenato, provocatorio e arrogante con i soliti malcapitati poco graditi politicamente.  Niente di nuovo, quindi, sul fronte della farsa antifascista, a parte l’evoluzione dei media.

Qualcosa di nuovo, in realtà, ci sarebbe, incredibilmente, dall’altra parte, a destra. La dura esperienza degli anni ’70 aveva cementato la comunità ideale e umana del MSI.

Nessun militante o dirigente di allora, in circostanze molto più drammatiche di quelle di oggi, avrebbe mai pensato di scendere a compromessi sulle proprie idee, di schierarsi idealmente con chi stava dall’altra parte o di appiattirsi sulle sue posizioni antifasciste, incompatibili per definizione con la militanza a destra.

Il coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, invece, non si è minimamente posto il problema.

Di fronte ad una plateale e provocatoria richiesta di abiura antifascista da parte di Roberto Speranza, per intenderci capetto dello stesso partito della Boldrini, Crosetto non ha avuto difficoltà a dichiarare che la sua opinione su fascismo e antifascismo è “esattamente la stessa di Roberto Speranza”, precisando di parlare da Cuneo “culla della resistenza” e aggiungendo, sempre rivolto a Speranza e riferendosi alla manifestazione antifascista del giorno successivo promossa da sinistre, ANPI, CGIL e compagni, “se non fossi nella mia terra impegnato in una difficile campagna elettorale, sarei con te. Quindi ti autorizzo a dire che sono con voi, da coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia”.

Episodio grottesco e incredibile, persino aggravato dalle pezze affannosamente appiccicate il giorno dopo, che mostra lo stato di confusione ed improvvisazione che da tempo caratterizza l’azione politica di una certa destra, afflitta dal virus dell’omologazione e per questo esageratamente incline alla subalternità alle culture dell’avversario, alla sudditanza nei confronti dei dogmi politicamente corretti, all’ansia di compiacere l’altra parte per farsi perdonare chissà quale peccato originale.

La incredibile esibizione di Crosetto rappresenta un tipico esempio di tutto questo.

Per fare politica a destra seriamente non bastano buona volontà, improvvisazione e senso pratico, non è come fare l’amministratore di un condominio o di una piccola azienda. Servono riferimenti culturali e valori guida, fedeltà alla propria storia e alle proprie idee, senza le quali non è possibile dichiararsi di destra. E serve ricordare che esistono limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare per nessun motivo, altrimenti, persi i valori, restano solo i tatticismi contingenti e i compromessi al ribasso per obiettivi di piccolo cabotaggio.

Cosa farà Guido Crosetto in Parlamento il giorno in cui la sinistra antifascista presenterà la legge Fiano di turno? Starà di nuovo dalla parte di Speranza e di quelli che hanno marciato a Roma in nome dell’antifascismo votando a favore?

L’episodio di Crosetto non è nemmeno rimasto isolato.

Qualche giorno dopo abbiamo visto Daniela Santanchè, accolta a braccia aperte da FDI dopo essere stata dismessa da Forza Italia, nella stucchevole trasmissione di Myrta Merlino (altro esempio di faziosità antifascista di bassa lega) affannarsi con tutte le forze per prendere le distanze da Casapound, che peraltro a FDI non ha mai chiesto niente.

Pesano, ovviamente, dinamiche di concorrenza elettorale e questo lo si potrebbe anche capire. Quello che colpisce, però, sono i toni e i modi, di aperto disprezzo e rifiuto ideologico del tutto identici a quelli abitualmente utilizzati da una Boldrini o uno Speranza o da un qualsiasi militante dell’ANPI o della sinistra antagonista.

Che una futura deputata di un partito che si definisce di destra vada in TV – totalmente impreparata, senza nessuna seria opinione in merito e totalmente priva di argomentazioni – a parlare di antifascismo e scioglimento dei movimenti “fascisti” invocando l’intervento repressivo del Ministro degli Interni (impossibile ed illegittimo) è grottesco, se non assurdo.

Specialmente se la futura deputata in questione non si è nemmeno accorta che la legge Fiano non è mai stata approvata.