Non sono un populista, è risaputo. Per me, uno NON vale uno, MAI. Tutti siamo differenti, e nella mia concezione della vita tutti abbiamo il diritto di ambire al massimo delle nostre capacità, ma anche il dovere di accettare che non sempre le nostre doti ci permettono di raggiungere risultati alla portata di altri.

Ho scritto ed argomentato più volte della mia avversione nei confronti del suffragio universale, arrivando a proporre modalità oggettive di pre-selezione per l’accesso alla cabina elettorale.

Sono intimamente classista, tanto da rasentare il razzismo nei confronti di chi – non sapendo – pretende di confutare chi ha studiato, sperimentato, approfondito e confrontato.

Vorrei ad esempio che, a chi non dimostrasse una corretta padronanza della lingua e della grammatica, fosse almeno impedito di partecipare (o peggio, di condurre) trasmissioni radiotelevisive; come pure di proporsi in qualità di candidato a competizioni elettorali.

Credo che, se cerchiamo validi istruttori di tennis o di sci per i nostri figli, sia poi curioso accettare che le sorti della nazione vengano decise quando non affidate a orde di zotici ignoranti pericolosamente presuntuosi, nel nome di un fuoco rivoluzionario e giacobino che – come sempre accaduto nella storia – prima o poi si ritorcerà contro i novelli Robespierre.

Per questo ho sempre ritenuto che i grUllini a 5stAlle rappresentino il peggio del peggio immaginabile. Raccolgono facili consensi agitando e fomentando l’ignoranza in cui è volutamente coltivato il popolo, ed utilizzano la dote elettorale acquisita per trasformare la Nazione nella dimora delle peggiori fesserie.

Non ho mai nascosto di considerare idioti inconsapevoli, cui andrebbe revocato ogni diritto civile, quanti li abbiano votati; né di ritenere che la loro rappresentanza dovrebbe essere trasferita d’imperio dalle istituzioni al tendone del circo dei “freaks”.

Il ministro del lavoro, sempre in soccombente battaglia con la sintassi, che come unica esperienza di vita ha distribuito noccioline allo stadio, e che forse proprio per rivalsa vorrebbe ora chiudere le attività commerciali nei giorni festivi; quello della salute che liscia il pelo a chi contesta l’efficacia dei vaccini; quello della giustizia, il cui profilo sembra uscito da un trattato di Cesare Lombroso; quello del sud, secondo cui l’economia cresce solo in estate perché – accendendo i condizionatori – consumiamo più energia; quello delle infrastrutture su cui non aggiungo niente che non sia già stato superato dalla natura, cui i genitori devono aver fatto danno e violenza, tanto da suscitarne una tale immane vendetta; il portavoce del premier, affermatosi nel primo reality-show in cui si specializzò sdoganando flatulenze e volgarità televisive, che ha poi proseguito manifestando ribrezzo verso i portatori di handicap per arrivare oggi a cimentarsi nella redazione di liste di proscrizione verso i giornalisti. Buona ultima, arriva la sottosegretaria all’economia, che contesta (senza argomentazioni) la paziente esposizione delle dinamiche finanziarie resa da un docente della materia di fama internazionale.

Ecco, l’ho detto e mi ripeto: questi andrebbero rinchiusi a vita nella stiva di qualche vecchia nave, e costretti a palar carbone nella caldaia in cambio di un tozzo di pane raffermo, un litro d’acqua e 50 calci nel culo al giorno.

Tuttavia, a chi si finge oggi scandalizzato, vorrei sommessamente ricordare che qui non si è arrivati per caso, bensì per il continuo, ricercato e dissennato sgretolamento di ogni gerarchia, merito, autorevolezza, differenza culturale ed intellettuale.

Ogni volta che si è solidarizzato con chi insulta il docente, anziché prenderlo a schiaffi a due a due sino a farli diventare dispari; ogni volta che si è difeso il contestatore violento piuttosto che il servitore dello Stato aggredito; ogni volta che si è chiesto il “6 politico” negando alla scuola il ruolo di selezione meritocratica; ogni volta che si sono scritti contratti collettivi di lavoro obbligatori e regolati per scansioni automatiche che, mortificando le capacità, imponessero a tutti la stessa carriera; ogni volta che si è accettato un passo avanti della maleducazione perché “i tempi sono cambiati”; ogni volta che si è pensato fosse meglio intervenire sulla vita quotidiana dei cittadini, regolandone i passaggi dalla culla alla tomba, anziché creare le condizioni perché ciascuno seguisse la propria strada raggiungendo il gradino di scala sociale corrispondente alle proprie forze; ogni volta che si è interpretata, favorita, fomentata l’invidia sociale verso chi è riuscito ad arrivare più lontano; ogni volta che si è fatto questo si è consentito un passo avanti verso la degenerazione – probabilmente irreversibile – nella quale è caduto questo povero paese superato dalla storia.