Come sempre accade dal dopoguerra ad oggi, in Italia il dibattito sulla politica estera si sviluppa in maniera emotiva e confusa. Non soltanto tra ampi settori dell’opinione pubblica, ma anche all’interno di quelle forze parlamentari che avrebbero la responsabilità di tracciare una linea di condotta e assumere le iniziative conseguenziali.

E’ bastato che il Corriere della Sera lanciasse l’indiscrezione sull’utilizzo dei nostri quattro cacciabombardieri Tornado di stanza in Iraq in missioni di “strike” contro le  posizioni tenute dai tagliagole dell’Isis per sollevare cori di allarme e disapprovazione. La prima obiezione è stata ovviamente di natura politica: non si può cambiare i termini della missione affidata ai nostri aerei senza un voto del Parlamento. E qui facciamo un passo indietro. L’Italia ha deciso, più o meno un anno fa,  di dare il via all’operazione “Prima Parthica”, una missione fuori area di supporto alla coalizione internazionale che si stava formando per contrastare l’avanzata dell’Isis nel Kurdistan irakeno. L’invio di consiglieri militari a Erbil e di quattro Tornado in versione da ricognizione, insieme a due droni Predator e un aereo cisterna nella base di “Ahmed Al Jaber” in Kuwait hanno di fatto e di diritto coinvolto il nostro Paese nello schieramento di forze che dovrebbe combattere i fondamentalisti islamici in Iraq. Sia che i velivoli con la coccarda tricolore volino in formazione con analoghi aerei alleati a cui è affidato il compito di sganciare le bombe  “limitandosi” ad illuminare i bersagli, sia che sgancino materialmente gli ordigni, cambia davvero poco. L’argomentazione del voto parlamentare è davvero una foglia di fico, in considerazione del fatto che già alla fine degli anni ’90, nel corso dell’intervento della Nato in Serbia e Kossovo contro le forze armate di  Slobodan Milosevich, cacciabombardieri Amx,  Harrier e Tornado italiani iniziarono le loro missioni di bombardamento sul suolo della ex-Jugoslavia a prescindere e ben prima che la vicenda fosse discussa e autorizzata da Montecitorio e Palazzo Madama.

Inoltre, tra gli argomenti che improvvisati “esperti” militari utilizzano c’è quello dei rischi ai quali, con il cambio del profilo della missione, verrebbero sottoposti i nostri piloti. Partendo da presupposto ovvio che chi diventa pilota di un cacciabombardiere sa benissimo che potrebbe capitargli di non sorvolare soltanto ampie distese di margherite o placide acque azzurre e cristalline ma anche territori ostili con cattivi soggetti che vorrebbero fargli la pelle, vediamo la fondatezza dell’argomentazione.

“Il Tornado è un aereo ormai anziano, progettato per volare a bassissima quota e per questo oggi vulnerabile”. Questa osservazione tecnica, ancorché declamata solennemente da “espertissimi” colleghi cozza con la realtà e la logica. I velivoli impiegati in Iraq sono stati consegnati nel 2010 alla base di Ghedi dopo un cosiddetto “aggiornamento di mezza vita” che li ha resi, in termini di strumentazioni di bordo e capacità militari, pienamente in grado di portare e termine la missione loro assegnata. Fin qui la realtà. La logica poi ci porta a dire che il fatto che i nostri quattro aerei siano utilizzati con compiti Istar, acronimo Nato che sta per Intelligence, Surveillance Target Acquisition e Reconnaisence, non significa che svolgano la loro missione comodamente parcheggiati in un hangar o sorvolando aree lontane da dove più elevata è l’attività ostile, anzi. In questo caso, come dicevamo prima, i Tornado italiani volano insieme ai bombardieri alleati e mentre i nostri piloti schiacciano i bottoncini per comandare gli strumenti che individuano e illuminano i bersagli, i loro colleghi statunitensi, britannici o francesi fanno lo stesso movimento, ma per sganciare le bombe sulle teste dei tagliagole dell’Isis. Stesse missioni, stessi rischi potenziali.

In conclusione, ancora una volta, con ipocrisia tutta italiana in politica estera si vorrebbe stare al tavolo con i grandi ma senza assumersi le responsabilità che questo comporta. A maggior ragione adesso, con il governo Renzi a rimorchio delle scelte insensate del disastroso Obama e condizionato delle correnti pacifiste che egemonizzano tutt’ora la sinistra nostrana. In fondo le scelte del nostro Paese, dall’intervento in Libia in poi, sono state dettate da logiche in aperto contrasto con gli interessi nazionali. E l’intervento russo in Siria rischia di mettere drammaticamente a nudo l’impotenza o l’insipienza che caratterizzano le attuali scelte politiche occidentali.