Desta un’impressione negativa leggere le interpretazioni critiche del nazionalismo e faticosamente giustificative del sovranismo fatte da uno studioso autentico e ben noto per la sua serietà.

     Giuseppe Valditara, già senatore delladefunta destra in tre legislature (XIV – XV e XVI), nel convegno “Sovranità, democrazia e libertà”, si è impelagato in una sottile distinzione, autentica questione di “lana caprina”, avvertendo che i c.d. “sovranisti” sono patriottici e non nazionalisti, fautori, a suo dire, di un “concetto aggressivo”.

    Ha ammesso quindi l’utopistica ipotesi diuna “internazionale sovranista”. Ogni Stato esercita però nel proprioterritorio – secondo i dizionari più solidi ed esaustivi – “potere d’imperio esclusivo”. Di fronte a questa definizione l’eventuale progetto del collega torinese creerebbe facilmente, se non un duro scontro, un’antitesi costante tra gli Stati partecipanti, non essendo altro che l’enfatizzazione del nazionalismo.

    Valditara ritiene il suo “sovranismo” contrapposto al “globalismo, ideologia che vuole annullare il principio delle identità nazionali, l’esistenza dei confini e sancisce il diritto umano ad emigrare. E si riconosce in un internazionalismo che indebolisce gli Stati”. Anche in questo caso si avverte la necessità di una riflessione piena e matura su questo concetto, in cui a guidare le sorti del mondo, sono solamente 3 Stati (Stati Uniti, Russia e Cina) mentre tutti gli altri sono considerati vassalli, valvassori e valvassini.

   Luigi Federzoni ed Alfredo Rocco, in occasione di due interventi pronunziati alla Camera nel dibattito di insediamento del governo Giolitti il 20 ed il 22 giugno 1921, tracciano le linee rigorose e dignitose, esplicite e non utopistiche della dottrina nazionalista,

   Il primo, dopo aver constatato che è emersa “la perversa e forsennata falsità di quella politica di distruzione  contro la quale in ben pochi, durante la XXV legislatura, osammo qui dentro protestare”, dichiara l’impegno – per Valditara sicuramente “aggressivo” – a “reagire, rivendicando le conculcate ragioni della vittoria e dell’ordine nazionale” . Si domanda in modo retorico – tra la probabile disapprovazione dei c.d. “sovranisti” – che “forse chè la politica estera si riduce ad una attività marginale dello Stato italiano , accanto e all’infuori di quella che è la parte essenziale dell’azione dello Stato stesso, cioè della politica interna ?”. Secondo la posizione dei nazionalisti “ciò non fu mai vero, e ciò è tanto meno vero oggi, dopo che la guerra ha creato per l’Italia interessi infinitamente vasti e complessi , e vincoli ai quali l’Italia, anche se volesse, non si potrebbe mai sottrarre”. In conclusione esprime una linea, sulla quale pochi si sono adeguatamente e onestamente soffermati: “siamo avversari non solo leali,ma anche discreti e prudenti, e tutti i colleghi della passata legislatura ve lo potrebbero ricordare, se ve ne foste dimenticati”.

   L’intervento di Rocco, eletto come Federzoni nel collegio della capitale, delinea la visione nel campo della politica interna. Dopo avere bocciato e condannato qualsiasi perniciosa collaborazione con i socialisti, auspica un’intesa con le forze cattoliche, “anche a costo di essere considerati gratificati del titolo di clerico – nazionalisti. Riconosce, purtroppo ben prima delle autolesionistiche scelte e sessantottine, che “la religione è troppo fondamentale elemento della vita di un popolo, e la Chiesa cattolica è per l’Italia istituzione troppo essenziale e troppo legata alla sua tradizione e alla sua missione, perché lo Stato italiano possa ignorare e la religione e la Chiesa”.  

   Rocco riconosce in maniera convinta, senza fanatismo,  che “il quadro non è certamente lieto, e duole il constatare quanti errori di uomini abbiano aggravato la situazione già seria per fatalità di eventi ma che avrebbe potuto essere restaurata. Tuttavia non bisogna disperare. Come nel 1917 sul Piave, come nei primi mesi del 1921 di fronte alla minaccia bolscevica, ancora una volta l’Italia troverà in se stessa le energie necessarie per salvarsi. Il popolo di Vittorio Veneto, malgrado gli errori dei suoi politicanti, malgrado le deviazioni delle masse, malgrado gli smarrimenti delle classe dirigenti, non può perire”.