L’articolo, pubblicato da Simonetta Fiori su “La Repubblica” del 6 febbraio (Una storia in crisi. Perché ci siamo fermati allo studio del passato), suona la campana a morto per la storiografia italiana, basandosi sulle esternazioni di tre storici: Franco Benigno, Andrea Graziosi, Marcello Verga. Dall’articolo si deduce che la storia italiana – ignorata dai politici, sostituita dal grande pubblico con i prodotti della fiction – ha perso ogni centralità culturale e ideale nella vita del nostro Paese. Se una volta gli storici erano “i consiglieri del principe”, sostiene Benigno, ora essi sono stati detronizzati da altre figure intellettuali. La colpa di questa avvilente perdita di status ricade comunque, per i tre intervistati, tutta sugli storici italiani, colpevoli di aver modulato le loro ricerche in una prospettiva provinciale (italo-centrica) e di aver preferito il fascino delle “stelle fredde” del passato all’analisi del presente “indagato con maggiore vigore da economisti, sociologi, demografi, scienziati della politica” (Graziosi).

Si tratta di una denuncia dura e aspra, di cui certamente occorre tener conto, ma che ci pare sostanzialmente mal posta, accompagnata, come è, da toni apocalittici e apodittici ai quali si sarebbe preferito un più meditato argomentare. Ai nostri colleghi vorremmo pacatamente ricordare alcuni punti:

1. Una storiografia di respiro internazionale è tale soltanto se è in grado di spaziare dall’Eurasia all’Africa Settentrionale, al Medio e all’Estremo Oriente o lo è, invece, a patto di porre il problema storico in una prospettiva autenticamente internazionale? L’internazionalizzazione del sapere storico non è soltanto nel tema che si è scelto d’indagare ma nella capacità e nelle competenze che permettono all’analista del passato di annodare i fili di una vicenda apparentemente solo nazionale o addirittura locale con la storia dei grandi spazi geopolitici.
Studiare i traffici del porto di Messina nel XV secolo non equivale a fornire un quadro significativo dello spazio economico dell’intera area mediterranea? Analizzare la politica estera del Regno delle Sue Sicilie nella metà del XIX secolo non è un modo per comprendere il gioco politico di Regno Unito, Francia, Russia nell’Europa meridionale? E la Controriforma, evento squisitamente italiano per la sua genesi, non ha avuto una proiezione non solo europea ma anche mondiale tanto da essere stata recentemente definita, in riferimento al fenomeno delle missioni gesuitiche, il primo fenomeno di “globalizzazione” culturale e religioso, persino economico? E occuparsi dell’Impero spagnolo e di Italia spagnola tra XVI e XVII secolo non significa fare storia globale? Una rilettura approfondita della diplomazia fascista durante il secondo conflitto non è forse in grado di dirci molto sulla strategia politica e militare dell’Asse (Giappone compreso), degli Alleati, dell’Unione Sovietica ma anche dei Paesi dell’area balcanico-danubiana e di nazioni neutrali come la Turchia?
Rosario Romeo, con la sua biografia di Cavour, e Franco Venturi con il suo Settecento Riformatore, ambedue dedicati all’Italia, ci hanno dato due grandi libri di storia europea. Lo stesso non fecero,  invece,  Giuseppe Boffa e Giuliano Procacci, due studiosi dell’Urss, che condizionarono lo studio della storia del regime sovietico alla competizione politica interna italiana,  in ottemperanza alla linea dettata da Botteghe Oscure. Esempio, questo, che dovrebbe vaccinare gli analisti del passato dalla tentazione di ritornare a essere i consiglieri del principe, se vogliono evitare il rischio di divenire dei meri historiographes du roi.

2. L’accusa fatta alla nostra storiografia italiana di trascurare la storia recente e recentissima ci sembra in buona sostanza ingenerosa. Vero è, come dice Graziosi, che i contemporaneisti italiani si sono troppo concentrati “con ostinata insistenza su fascismo e totalitarismi, resistenza e comunismo”. Altrettanto vero però che non mancano ormai opere di sintesi, di diverso orientamento e di diverso valore, dedicate alla fine della Prima Repubblica e alla Seconda Repubblica (Gibelli, Colarizi, Gervasoni, Bedeschi, Crainz, Orsina, lo stesso Graziosi).
Anche in questo caso comunque il vizio del ragionamento dei tre intervistati è soprattutto quello di concentrarsi sul tema storico, trascurando invece il problema storico. La storia è sempre storia contemporanea; lo storico, cioè, sa che la ricerca storica è sempre volta a illuminare il presente. Ma il mestiere dello storico rimane mestiere oggettivamente diverso da quello del politologo per metodo, reperimento e utilizzazione delle fonti, peculiare deontologia professionale. Se le fonti primarie disponibili per la storia del presente sono persino troppo abbondanti, molto spesso una serie di fonti primarie indispensabili sono classificate negli archivi.  Rimane il fatto, dunque, che uno storico non può certo sottovalutare, che solo quando le fonti d’archivio siano rese di pubblico dominio, le analisi che, in certi casi, già sono state fatte troveranno conferma, o saranno smentite, o verranno approfondite.
Invece di rincorrere l’attualità a rischio di mescolare storia e memoria (quest’ultima fatalmente intrisa di passione, ideologia e spesso di “disinformazia” ), invece di farlo con la pretesa di esercitarsi in una dilettantesca progettualità politica, lo storico forse dovrebbe esercitare la sua arte per innescare un circolo virtuoso che dall’analisi del passato (remoto o prossimo)  porti alla comprensione del presente anche attualissimo. Molto la comunità nazionale italiana potrebbe comprendere a proposito del nostro impegno militare in Afghanistan facendole ripercorrere le vicende di quella terra tra il 1917 e il 1945. Molto, egualmente, si potrebbe capire delle origini internazionali dall’attuale crisi che attraversa l’Ucraina se uno storico ricordasse quali furono le ambizioni di potenza della Germania in quella regione nel primo e nel secondo conflitto mondiale.

3. Ben altri riferimenti, infine, assai più articolati e approfonditi, richiederebbe il discorso relativo alla crisi del sapere e del senso comune storici, appena sfiorato con qualche generica battuta nell’articolo di Simonetta Fiori.

di Eugenio Di Rienzo e Aurelio Musi, 9 febbraio 2014 –Corriere della Sera