Del tutto inaccettabile per la sproporzione dei toni e la sottovalutazione dei problemi reali della società italiana è stata la prolusione conclusiva del cardinale Agostino Bagnasco come presidente della Conferenza episcopale italiana,

L’arcivescovo di Genova ha denunziato il “grido” delle famiglie e la “vita della gente”, sofferente per la mancanza di lavoro, senza poter citare gli ultimi drammatici dati diffusi dall’Istat con le 970 mila famiglie, in cui ad essere impegnative sono soltanto le donne e 1.085 .000 quelle in cui non hanno occupazione né l’uomo né la donna.

Il presule si è ben guardato, pur essendo come noi all’oscuro della notizia, dal definire la responsabilità del governo Renzi, anche se genericamente ha lamentato il “bisogno di politica autentica, di pace istituzionale”, per poi definire “qualunquista ghigliottinare lo Stato”. E questa è la premessa per un attacco pesante, inutile e fuori luogo (forse anche infondato) al “populismo facile e superficiale, spesso urlato, a volte paludato, comunque ingannatore e inconcludente e seriamente pericoloso”, come fosse il pericolo primario, una peste devastante, una catastrofe da esorcizzare e scongiurare con scelte discutibili e squalificate.

Il cardinale Bagnasco, invece, dopo questa sparata gratuita verso un movimento, certamente più gradito ed accettabile se si etichettasse in termini sociali ed identitari, si accontenta di affermazioni fumose, astratte, difficilmente accessibili su temi pressanti ed angosciosi per i cattolici (è ancora possibile dare loro questo nome per tanti anacronistico, da tanti all’opposto rivendicato con malinconia e nostalgia?).

Cosa dire delle parole usate a proposito della legge sul fine vita in discussione in Parlamento, o della stepchild adoption e dell’”utero in affitto”? Invece di cercare e di individuare le radici nichilistiche e la conseguente deriva della società priva di punti di riferimento solidi e costanti, il cardinale usa termini addirittura demagogici ed improvvidi , ritenendoli “una nuova forma di colonialismo capitalistico”, che “commissiona un bambino” a donne “spinte per lo più della povertà” e vittime di una “violenza discriminatoria” . E’ ancora superficiale e spicciativo sia nella polemica contro il “gender”, che “banalizza la sessualità” sia nell’esortazione debolmente argomentata “agli adulti, genitori e insegnanti” a essere “molti vigili”.

La conclusione sull’Europa è deludente e criticabile, come il resto dell’intervento di commiato, scontata e ripetitiva sulla rivendicazione delle origini giudaico – cristiane, largamente calpestate dal laicismo dilagante, dell’Unione Europea, in cui confida come “percorso necessario per il bene del Continente” di fronte, monotono e monocorde, ai suoi incubi della Brexit e “di altri movimenti populisti”.