Pochi giorni fa pubblicai una nota dal titolo “PERCHE’ LO SGAMBETTO PUO’ RIUSCIRE”, in cui spiegai che il vero motivo per cui tenteranno l’impossibile per dar vita ad un governo che garantisca il prosieguo della Legislatura è impedire la formazione di un nuovo Parlamento in cui il centrodestra (ad amplissima trazione leghista) abbia la maggioranza per eleggere – in autonomia – il prossimo Presidente della Repubblica.

Al di là del legittimo fastidio per questo forzoso “impedimento ad eligendum”, è forse il momento di riflettere sulle cause per cui certi palazzi devono restarci inaccessibili ad ogni costo. Quale che sia la sensibilità popolare, l’indirizzo elettorale e la possibilità di formare un governo che ne sia espressione, il Quirinale, ma anche la Corte Costituzionale, per non parlare del CSM, devono saldamente restare nelle mani della stessa parte (sinistra, progressista, catto-comunista che la si voglia definire).

E il problema, benché difficile da digerire, sta nella facilità con cui a certi livelli puó purtroppo essere dipinta come non credibile e squalificante qualsiasi espressione del centrodestra negli ambiti di maggiore rilievo istituzionale, dove proprietà di linguaggio, cursus honorum professionale, capacità di interazione, sapiente gestione dei toni di interlocuzione, sono doti necessarie, e più apprezzate rispetto lo strillato linguaggio piazzaiolo e della comunicazione semplice e popolare basata – quando va bene – sulla struttura soggetto-predicato verbale-complemento oggetto.

La verità è che questa forzatura, tristemente legittimata dal buon senso, è figlia dall’incapacità (quando non addirittura dalla mancata volontà) del centrodestra di creare delle credibili élites di riferimento, quando ha vissuto la sua stagione di maggiore spolvero.

Tra Bossi che gracchiava in canottiera, Berlusconi che parlava alle massaie tramite le sue tv commerciali e Fini che – pur rendendosene conto più degli altri – non ha avuto la necessaria determinazione per incidere sul punto, abbiamo attraversato 20 anni di potenziale egemonia culturale e numerose occasioni di governo senza incidere minimamente nel tessuto “qualitativamente più formato della Nazione”.

Quello che oggi – per auto assolvimento – ci piace denunciare come “snobismo di casta” o “radical-chicchismo”, altro non è, nei fatti, che il risultato della nostra incapacità di stare seduti ai tavoli che contano, senza alzare sguaiatamente la voce e facendo corretto uso della posateria. E difatti siamo partiti dai Colletti, Miglio, Fisichella, Martino, Tatarella, Urbani, Pera, Baget Bozzo e tanti altri con il loro carico di pensieri e relazioni, e siamo arrivati ai Salvini ed alle Meloni, che comunicano baciando rosari o gridando in dialetto, ed al simulacro del Cavaliere, oramai controfigura eterodiretta di se stesso.

E nel corso dell’involuzione, progressiva, continua ed inarrestabile, si è trasformato l’uso delle Istituzioni, dal ring nel quale si misuravano gli intelletti di Cavour, Giolitti, Gentile, De Gasperi, Amendola e Almirante, alla passerella in cui sfilavano (e sfilano, sia pure in misura residuale) una serie di mancate starlette ed un cospicuo numero di personaggi disposti ad accettare acriticamente qualunque indicazione sia loro conferita, stante l’incapacità di mettere insieme autonomamente il pranzo con la cena.

Mai si è pensato a scuole di pensiero, mai si sono promossi veri soggetti della cultura e delle professioni, campioni dell’economia e del giurismo, esperti e riconosciuti protagonisti della diplomazia; mai una nomina ha avuto orizzonti di pianificazione economica o di sviluppo relazionale con i sistemi di potere autonomi dalla politica, o anche solo di creazione di relazioni durature in ambito internazionale. Le cariche disponibili, erano volta a volta assegnate a personale di partito rimasto privo di incarichi elettivi, a operatori dell’informazione che si reputavano disponibili a rendere pubbliche le “veline di regime”, a personaggi che avessero – nella propria cifra – l’assenza di pensiero critico indipendente, esattamente ciò che sarebbe invece servito per crescere, fare scuola, integrarsi, inserirsi, strutturarsi.

L’unico, esclusivo, depositario dei giochi più importanti, è sempre e solo stato Gianni Letta. Persona di elevatissima caratura e rara intelligenza, ma certamente figlio ed interprete di una scuola e di un mondo di relazioni che prescindevano dalla nostra area di pensiero; gente che ci pre-esisteva, che poi grazie a Letta ci si è prima affiancata e poi sopravvissuta, senza rimpiangerci.

Il risultato, se vogliamo tornare ai nostri giorni con un’attenzione che sia scevra dalla stupida tifoseria, è che PER DAVVERO questa classe dirigente NON sarebbe in grado – domattina – di indicare una propria chiara espressione alle massime cariche dello stato, che per narrazione personale, autorevolezza e standing (si, ci vuole anche quello, populisti dei miei stivali) non provocasse dubbi, sospetti di inadeguatezza, in qualche caso generale ilarità.

Certo, se guardiamo ai grillini a 5stAlle ci rinfranchiamo, perché realizziamo che c’è chi – anche in queso aspetto – è peggio di noi; ma c’è qualcuno disposto a credere che le scelte più importanti le lasceranno mai a loro? Se mai più ci capiterà di rivivere una stagione – come il periodo 1994-2011 – in cui disporremo di un credito non solo popolare ma di sistema, dovremo far tesoro di questo enorme fallimento; dovremo saper creare, per attingervi alla bisogna, una nostra quota all’interno della cosiddetta “riserva della Repubblica”. E quindi occorrerà investire sulla qualità, sull’importanza delle relazioni, sulla visione progettuale, sulla capacità di compenetrare istituzioni ed ambiti decisori con figure che siano meno servili e più autorevoli, capaci di farsi accettare in qualunque consesso da pari a pari.

E non da pari a paria.