Il Portogallo fu una grande nazione, una nazione di grandi uomini. Nel Quattrocento, dall’estrema periferia dell’Europa cristiana un pugno di personaggi straordinari trasformarono un piccolo regno atlantico — qualche castello, qualche sardina e tanta terra povera e amara —  in un  impero transatlantico e transoceanico. L’oltremare lusitano. Uno sforzo gigantesco, un’opera immane. Epica. Oggi incomprensibile. Ma l’Europa, allora era giovane.

Su piccoli gusci Vasco da Gama, D’Albuquerque, Almeida — grandi uomini e grandi marinai — sfidarono il “grande mare oscuro” e passarono il capo di Buona Speranza e si diressero verso le Indie lontane. Verso la Cina e le Molucche. E poi, il Brasile. Lungo il loro percorso quei magnifici avventurieri innalzarono grandi croci, fondaci e magnifiche fortezze. In Mozambico, a Mombasa, in Oman, nel golfo Persico. E poi in India, Ceylon, sino a Timor e Macau. A Muscat, Goa, a Diu, a Galle. Con violenza, con ardore. Con folle speranza.

Gli imperi si costruiscono con la spada, ma per resistere nel tempo debbono costruire civiltà, armonia. I lusitani lo fecero. Avevano un progetto storico, credevano nel loro destino.  Cocciutamente. Lo dimostrarono nei secoli e lo confermarono — pungolati dal professor Salazar, un noioso quanto roccioso e onestissimo integralista cattolico ipernazionalista  — persino negli anni della decolonizzazione, quando l’Europa invecchiò e si arrese ai “venti della storia”.

Per due decenni, dalla caduta di Goa nel 1961 — un colpo di mano indiano vile e ben sferrato — alla guerra in Angola, Mozambico, Guinea, i portoghesi de “l’Estado Novo” difesero il loro sogno di una comunità geopolitica, il “lusitanismo tropicale” immaginato da Gilberto Freye e dall’eterno primo ministro, il vecchio docente “prestato” alla politica. Ma l’Occidente, gli statunitensi in primis, abbandonarono quel piccolo, delizioso fossile storico nella sua disperata battaglia. In Italia solo Buscaroli e Rauti — per capire qualcosa di più si rilegga lo splendido editoriale di Pino su “Civiltà”, scritto dopo il golpe democratico del 1974 — compresero quella battaglia “inattuale” e gloriosa. Inutilmente. Poi arrivò la “rivoluzione dei garofani” (o meglio degli imboscati), la deriva comunistoide, la normalizzazione moderata e l’attualità. “L’Estado Novo” — una costruzione obsoleta, a tratti tetra ma pervicacemente onesta — lasciò il passo alla democrazia. Un intruglio forse allegro (per alcuni) ma mediocre, meschino. Corrotto.

Non sorprende perciò la notizia che  il traballante governo portoghese — ennesima riedizione di una formula multicolore, appanaggio di clan e lobbys tutte inefficaci e opache —  avrebbe messo all’asta 85 opere di Joan Miró, proprietà (sembra…) dello Stato.

La storia è buffa, se non grottesca. I dipinti erano già a Londra, da Christie’s, e sarebbero stati venduti fra il 4 e il 5 febbraio, se un gruppo di deputati socialisti non avesse fatto ricorso. Ad essere precisi, il tribunale di Lisbona aveva respinto la richiesta, dichiarandosi incompetente. Ma nella sentenza descriveva come illecito il procedimento adottato dal ministero per portare all’estero le opere, avallando così un parere espresso dalla sovrintendenza al Patrimonio, la cui direttrice, fra l’altro, già da tempo in rotta con il governo, è stata celermente sostituita. Tanta confusione è bastata comunque  a convincere la casa d’aste — con pragmatismo tutto albionico — di rispedire il “bottino” a Lisbona.

A provocare tante incazzature fra i portoghesi (cui va aggiunta anche l’ultima rivelazione del settimanale Expresso, secondo cui furono i socialisti, oggi indignati, i primi ad aprire trattative con le case d’aste….) non c’è amor dell’arte, né (purtroppo) un sentimento d’orgoglio nazionale. A scatenare l’ira c’è tutto l’imbroglio che sta dietro l’ingresso in Portogallo di opere la cui valutazione già oscilla, secondo le fonti, tra gli 80 e i 150 milioni di euro. Appartenevano a una banca privata, il Banco Português de Negócios (BPN), che le aveva comprate in blocco all’imprenditore giapponese Kazumasa Katsuta, il principale collezionista dell’artista spagnolo.

E qui ci sono due versioni che non collimano: secondo quella più accreditata dai media il BPN, con l’acquisto, avrebbe fatto un investimento da 36 milioni di euro; per altri, avrebbe messo mano sui Miró come garanzia di debiti inevasi. Sta di fatto che la gestione stessa dell’Istituto faceva acqua da tutte le parti e, per salvarla dal fallimento, il governo socialista di Sócrates ne deliberò nel 2008 una discussa nazionalizzazione, iniettando subito una tranche di 700 milioni di euro, mentre la magistratura apriva un’inchiesta in cui sono tuttora coinvolti diversi grossi nomi della finanza lusitana, dall’ex governatore della Banca del Portogallo fino all’entourage del presidente della Repubblica. Qualche anno dopo, già con il governo Passos Coelho immerso fino al collo nell’austerità eurocratica, il BPN ripulito viene venduto per 40 milioni a una società di capitali angolani, mentre i fondi tossici restano allo Stato, che in quel pozzo ha continuato a versare diversi miliardi di euro.

In mezzo a tanto fango, scava e scava, vien fuori l’arte. Così i portoghesi si consolano oggi pensando di avere una collezione unica nel suo genere (se si esclude ovviamente quella della Fondazione Miró, a Barcellona) e decidono di non mollare l’osso, almeno quello. Eppure qui quasi nessuno ha mai visto finora un quadro, un disegno, una scultura fra gli 85 pezzi in questione: solo qualche scatto, scattato nei sotteranei di Christie’s e pubblicata sulle riviste specializzate. Intanto Pedro Passos Coelho ha già fatto sapere che la battaglia con l’opposizione non è chiusa e i quadri saranno in ogni caso venduti. È quasi ovvio che al premier, più che l’incanto dell’arte, interessi l’arte all’incanto e i suoi proventi immediati.

Vasco da Gama, scorato, probabilmente oggi riprenderebbe il mare e dimenticherebbe per sempre la Lusitania. Ormai democratica, ladrona e per sempre perduta.