L’Ottocento è stato un secolo di grande letteratura, si è mantenuto elegante in architettura, ed è stato un disastro in pittura. Negli anni intorno al Duemila, i carnet italiani erano saturi di mostre dedicate a una corrente pittorica discutibile: l’Impressionismo. Uno dei suoi seguaci (essendo, per motivi anagrafici, un post-impressionista) più quotati, Henri Matisse, rilasciò una terrificante idiozia: le Renaissance, c’est la décadence!, citata da Evola, Guénon e da chi come loro vede nel Medioevo un bastione di spiritualità cui sarebbe, già con l’Umanesimo, seguita la tenebra della secolarizzazione (come se l’Umanesimo fiorentino fosse un tutt’uno con abiezioni come il luteranesimo e le sue propaggini).
Queste stupidaggini (con tutto il rispetto possibili per i due maestri succitati) da “Adelphi della dissoluzione” trovarono dei corifei già in una corrente pittorica di basso livello: la Confraternita dei Preraffaelliti, degli inglesi (e già questo li allontana dall’arte seria) che, basandosi sulle teorie di un connoisseur molto ottuso, John Ruskin, pretese di riportare l’arte allo stato delle cose tardo-medievale: insomma prima che lo “stile raffaellita” del Rinascimento allontanasse la pittura dalla natura – da qui, la stupidaggine del nome di questo sodalizio.


Una volta invisibili a Sud della Manica, i Preraffaelliti sono poi diventati frequenti protagonisti di mostre italiane: nel 2007 fecero la parte del leone alla mostra ferrarese sul Simbolismo (a Palazzo dei Diamanti), poi ebbero eventi tutti loro a Roma e Torino. Questa estate tocca a Milano, nel solito Palazzo Reale: Preraffaelliti. Amore & desiderio (ennesimo titolaccio).

Le sale che ospitano l’esposizione preraffaellita sono le stesse che qualche mese fa accolsero alcune opere d’un maestro rinascimentale eccelso, Antonello da Messina, il quale in breve anticipo su quello “stile raffaellita” che la Confraternita provò a scacciare dall’arte. Protagonista femminile dell’evento antonelliano era l’intensissima Annunciata immersa nel suo profondissimo cobalto; qui invece sale sul trono la celeberrima, orrenda Ofelia di John Everett Millais.
Il Rinascimento insomma era ben altra cosa rispetto il socialismo da salotto di questi ragazzotti di buona famiglia, che dalle istanze proletarie di Ford Madox Brown (l’epico The Last of England, ma anche il terribile Prendete vostro figlio, signore) passò agilmente agli splendori di Cowper, alle glorie di Burne-Jones, alle eleganze di Waterhouse. I quali, guarda un po’, seguirono Dante Gabriel Rossetti (forse l’artista più monocorde di sempre) alla riscoperta di Tiziano e Leonardo, dopo che Edward Burne-Jones era rimasto incantato da Botticelli.


Non era decadenza? Non era anti-naturalismo? John William Waterhouse sarà stato il più elegante del sodalizio, ma tutte le sue ninfe e sirene non valgono la Madonna della Pala Pesaro tizianesca, con buona pace degli strepitanti vagabondaggi veneziani di quell’anglicano isterico di Ruskin; adorabile la sant’Agnese di Cowper, almeno quanto la sua Lucrezia Borgia (assente dalla mostra; la figura femminile più diffamata della storia vi è invece rappresentata in un quadretto sgraziato di Rossetti, poveretta non bastavano secoli di insulti), ma nessuna delle due è la Madonna del Belvedere del tanto sprezzato Raffaello.

Quella dei Preraffaelliti è la storia d’una resa: la Confraternita si sciolse nel 1853, dopo un lustro d’attività non gloriosissima; ma i suoi esponenti dipinsero ancora tanto, rinnegando sia l’attivismo politico sempliciotto (dei sessantottini ante-litteram, insomma: presto imborghesiti), sia una rivoluzione artistica mai cominciata.
Soltanto allora cominciarono a fare qualcosa di decente, nonostante le premesse fossero i brutti acquerelli di Millais, i disegnetti di C.A. Collins, i dipinti mediocri di Deverell e di Martineau.
Rossetti resterà prigioniero, oltre che delle solite velleità bohemien e della relazione con Elizabeth Siddall (quasi crepata di bronchite per la Ofelia di Millais… ci complimentiamo per lo spirito di sacrificio, ma non ne sarebbe valsa la pena), della sua monotonia, squadernata dalla mostra in tanti quadretti con Dante (c’è anche la Beatrix che immortala la Siddal) e con i soliti cavalieri sproporzionati; Millais del suo cattivo gusto – un estetismo vuoto che catturerà un pittore escluso (ne ringraziamo i curatori) dalla mostra milanese, Lawrence Alma-Tadema; e i compagnoni della parrocchietta preraffaellita non usciranno più dalle sofisticherie che soltanto l’elegantissimo Edward Burne-Jones e il sublime John William Waterhouse porteranno a esiti di una qualche altezza.


Sono loro due infatti i protagonisti dell’unica sala davvero bella (poco dopo un quadro geniale: Il canale della Manica visto dalle scogliere del Dorset, di John Brett) della mostra: l’ultima, con tre grandi dipinti – Il tempio dell’amore di Burne-Jones, e due incantesimi di Waterhouse: Il cerchio magico, con la sua formidabile strega, e la finissima Lady of Shalott.
Il resto sono sale dai colori sciapi, pannelli scritti ignobilmente (d’accordo che sui Preraffaelliti c’è poco da esprimere, ma non si può far pagare uno sproposito di biglietto per rifilare al visitatore commenti così banali, pleonastici e sgrammaticati), quadri spesso scadenti.

Il Rinascimento, vituperato dai poi pentiti Preraffaelliti, era esasperazione della forma, in forza della convinzione che la forma sia anche sostanza: perché sostanza ne esprimeva, eccome; e Raffaello Sanzio, checché ne dicessero questi artigiani della raffinatezza pittorica, è stato oltre che un artista inarrivabile, un grande pensatore, che oltre a fare cultura ne aveva. I Preraffaelliti sono soltanto forma (e l’aveva capito un regista coltissimo, John Boorman, che nello splendido Excalibur a loro si ispira tantissimo: per il fascino visivo, e null’altro), che quando andava bene portava alle affascinanti semidee di Waterhouse, quando andava meno bene agli sgorbi di Rossetti o alle scenettte morbose di Millais.
Si spera che, come è (forse) passata la mania impressionista, passi anche quella preraffaellita, buona per le agende, i poster e poco più. Palazzo Reale ha già fatto cassetta con la mega-mostra di pochi anni fa del 2016/’17 su Escher: ingegnoso, affascinante, ma la storia dell’arte è altrove. La speranza è che di ciò ci si torni a interessare.

Preraffaelliti. Amore e Desiderio

Milano, Palazzo Reale, 19 giugno – 6 ottobre 2019

Lunedì: 14:30-19:30
Martedì, mercoledì, venerdì, domenica: 9:30-19:30
Giovedì e sabato: 9:30-22