Non è facile raccontare un documentario come “Sfiorando il muro” proiettato in anteprima ieri sera al Porto Astra di Padova. Perchè bisogna vederlo o forse perchè occorrerebbe per trovare le parole giuste, una “penna” migliore della mia. Saprebbero raccontarlo e probabilmente piacerebbe parecchio a loro, Giorgio Bocca e Sergio Zavoli, e forse per raccontarlo bene bisognerebbe avere anche qualche guizzo alla Gianni Brera. Perchè vedere al cinema Sfiorando il muro è come guardare alla moviola una partita sanguinosa, dove fallo, rigore, fuorigioco hanno significato decine di lutti centinaia di violenze e un rancore di sottofondo che ancora tracima nella scena politica e sociale di una città che sotto uno strato di apatìa nasconde ancora delle braci dure a spegnersi. Io sono nato dopo che Graziano Giralucci, protagonista attraverso il ricordo negato alla figlia Silvia, madre dolcissima e giornalista capace, venne assassinato. Silvia aveva tre anni e attraverso un viaggio nella memoria degli altri ritrova una idea se non del perchè, almeno come si è arrivati a Padova a uccidere persone solo perchè erano dell’altra parte politica, ed a massacrare la dignità di una intera generazione. Silvia Giralucci ha cercato di parlare di quegli anni con gli autonomi di allora, che spesso sono i registi della disobbedienza di oggi, ma non ha trovato nessuno disposto a dirle qualcosa mettendoci la faccia. Solo un manovale dell’autonomia, andato in Francia a curarsi dal vuoto rimastogli dentro e che per una decina d’anni aveva riempito con la tossicodipendenza. Una sorte comune a molti dei componenti la “massa di manovra” agli ordini dei pupari borghesi della lotta della classe operaia. Nel documentario c’è anche Antonio Romito, un uomo coraggioso, trattato come un appestato perchè ebbe il coraggio di combattere quel mondo quando da quel mondo arrivarono quelli che spararono a Graziano Giralucci, come anche ad Antonio Niedda e tanti altri troppo a lungo dimenticati da una città che li ha considerati quasi gli effetti collaterali di una guerra finta, dove però ogni tanto i morti erano veri. Non c’erano le voci di Toni Negri come degli altri che ancora frequentano Radio Sherwood e il centro sociale Pedro senza aver fatto evidentemente abbastanza autocritica da considerare una follia la violenza teorizzata e praticata in quegli anni. Eppure so che Silvia li ha cercati, anche in maniera cocciuta. E se non hanno risposto, chinando il capo, la risposta è nella loro vergogna e nell’ossessione con cui raccontano una versione che non regge alla verità storica e giudiziaria.

Al mio fianco c’era Raffaele Zanon, che alla politica è arrivato dopo ed ha contribuito insieme a tanti altri, a far uscire Padova da quella stagione, portando l’Msi fuori dal ghetto. Anche lui è rimasto impressionato da quel documentario che racconta gli anni in cui tanti giovani di destra come lui rischiavano qualcosa di più di farsi del male.
Il merito del documentario di Silvia Giralucci è quello di non dividere quegli anni in buoni e cattivi. Ritrae quella generazione senza un giudizio, quando sarebbe stato facile calcare la mano su chi in nome di “ideali” grotteschi si è reso protagonista di comportamenti criminali, ed ha pagato al massimo con qualche anno di custodia cautelare. La lezione di Silvia Giralucci è questa: non c’è odio nel suo sguardo nè nelle sue parole, quando parla di quello che ha capito di quegli anni e di quelle persone che gli hanno portato via il suo papà. C’è solo un velo di tristezza, ed un po’ ne provo anch’io perchè quelli che avevano forse più bisogno di vederlo quel documentario, ieri sera non erano in sala. Spero che abbiano il coraggio di ascoltare anche la voce delle vittime di quella violenza che ancora, fortunatamente sempre più di rado, ancora praticano in nome di una stagione che ha lasciato solo macerie.

di Alberto Gottardo da Padova 24 ore, martedì 27 novembre