cover-storia-128-imprimatur

L’unificazione fu certamente un’accelerazione brutale ed elitaria, un atto d’imperio di una minoranza dinamica su una maggioranza indifferente o rassegnata, una frattura violenta tra le diverse anime dell’identità nazionale. Al tempo stesso la conquista dell’Indipendenza nazionale rappresenta il momento fondante della modernizzazione italiana; il necessario passaggio da un panorama post feudale e rurale (frammentato e perdente) a un paesaggio urbano e industriale (unitario e competitivo); l’affacciarsi di nuove figure sociali e la condanna di ceti parassitari, decaduti e/o decadenti; una tempesta culturale. Ma, soprattutto, il Risorgimento rappresenta il ritorno di un intero popolo — dopo una lunga vacanza nell’insignificanza — nella Storia.

Su questo scenario complesso ed, inevitabilmente, contradditorio, in cui — accanto allo sviluppo del movimento nazionale, un percorso intricato e tragico, punteggiato da congiure, insurrezioni, forche, prigioni, battaglie, vittorie (poche), delusioni (tante), risolto nel ’59 da un successo talmente inatteso che persino l’algido professor Fisichella in un suo  libro definì il 1861 un evento “miracoloso” —, s’intrecciarono molteplici fattori, endogeni ed esogeni e tutti importanti e non sempre adeguatamente indagati dagli storici.

Storia in Rete, la bella rivista diretta da Fabio Andriola, dedica ora un numero speciale sull’Unità d’Italia vista con occhi meridionali, sottilmente filo-borbonici e apertamente revisionisti. Il dibattito parte dal discutibile libro di Pino Aprile “Carnefici” — un saggio stravagante in cui non mancano nemmeno accuse di “genocidio” ai “nordisti” —  a cui Emanuele Mastrangelo risponde con numeri e statistiche.  A seguire materiali e documenti variamente interessanti (in ogni caso da leggere e discutere) sul “prezzo” dell’unificazione.

Mancano però (Andriola non si offenda…) alcuni nodi centrali. Per esempio, perchè  Re Francesco e il suo traballante regime non ressero il passaggio sul continente delle camicie rosse vittoriose in Sicilia? Perchè in pochi giorni l’intera struttura statuale duosiciliana crollò rovinosamente e i blocchi sociali su cui la dinastia poggiava la sua legittimità si evaporarono? Dati  su cui — tralasciando complottismi, dietrologie e manierismi unitari — varrebbe la pena di riflettere. Purtroppo anche i “neo borbonici” meno ottusi e i revisionisti più brillanti come il simpatico Gigi Da Fiore, su questi temi preferiscono glissare e rinchiudersi nella nostalgia o nelle letture vetero gramsciane sulla “rivoluzione mancata”.

Sarebbe invece importante capire perché la moderna flotta borbonica, nonostante la fedeltà degli equipaggi, ma mal guidata da comandanti incompetenti o corrotti, rifiutò di battersi e l’esercito, privo di capi energici, ritrovò impeto e coraggio soltanto sul Volturno o Gaeta. Troppo tardi per la riscossa, in tempo per salvare l’onore. Ancor più interessante sarebbe approfondire i motivi reali delle defezioni e dei tradimenti dei leader del “partito borbonico”. Ecco qualche esempio. Scoprendosi improvvisamente liberale e unitarista, Luigi, conte dell’Aquila e zio di Francesco, si mise prontamente al servizio dei piemontesi; il generale Alessandro Nunziante, consigliere del sovrano e uomo di corte, invitò i suoi uomini alla diserzione mentre i suoi colleghi Pianel, Barbalonga, Colonna, Salzano preferirono eclissarsi; le trame con gli agenti cavouriani e la camorra di Liborio Romano, il ministro di Polizia, sono tristemente note. L’unica figura che mantenne un po’ di dignità in quel triste naufragio fu Carlo Filangeri, per pochi mesi presidente del Consiglio e ministro della Guerra. Il vecchio murattiano tentò una politica nuova ma, osteggiato dall’ottuso partito di Corte e mal sostenuto dal monarca, preferì ritirarsi piuttosto che macchiarsi di fellonia.

Ma, al di là delle singole figure e dei fatti d’arme, a mancare — ed è questo, a nostro avviso, il centro del problema — fu l’intera classe dirigente meridionale: i nobili, i notabili, i possidenti, gli intellettuali. La tardiva concessione della Costituzione imposta dagli anglo-francesi e il frettoloso cambio della bandiera — un tricolore con lo stemma borbonico — disorientarono definitivamente i sostenitori della dinastia e finirono per legittimare il debole partito liberale.

Un passaggio cruciale che consentì ai ceti forti di cautelarsi e — come sostiene Renata De Lorenzo in “Borbonia felix” —  trasformare la caduta dei Borboni in una «rigenerazione non solo morale, ma anche politica del Paese, grazie all’unità nazionale; questo idolo polemico distoglie la classe dirigente da altre questioni sicché, disorientata, si trova impreparata a formulare un programma politico sulle modalità d’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario, basato sul riassetto del regno sotto il profilo politico, economico, amministrativo».

Atmosfere opache e malsane riassunte mirabilmente, un secolo più tardi, da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro. Il risultato fu il brigantaggio e l’emigrazione di milioni di italiani. Un patrimonio d’energie e intelligenze enorme e per sempre perduto. Il vero sangue del Sud.