Prima ci si assicura la vittoria, poi si dà battaglia. Il generale cinese Sun Tzu lo scriveva nel 500 avanti Cristo. Duemilacinquecento anni dopo il ministro dell’Interno Matteo Salvini sembra non volerlo capire.

In questo modo rischia, però, di vanificare la battaglia a quelle Ong che hanno trasformato il soccorso ai migranti in una crociata politica per affermare il diritto di chiunque a sbarcare in Italia ed Europa. Per comprenderlo è sufficiente l’epilogo delle ultime due battaglie perdute. Impegnandosi in un testa a testa con la randagia «capitana» Carola, Matteo Salvini l’ha trasformata in un’indegna eroina dei due mondi. Il tutto senza riuscire a fermarla né – tantomeno – ottenere la solidarietà di quei paesi europei, Francia in testa, che in casi analoghi avrebbero risparmiato le parole e mobilitato i fanti di marina. Come mai? Sul fronte europeo la questione è semplice. Salvini incassa solo condanne perché l’alleanza con i Cinque Stelle lo declassa a capofila di un governo privo di legittimità internazionale e colpevole di destabilizzare l’Unione europea. Quindi Francia e Germania preferiscono dargli torto anche se a casa loro farebbero (anzi, fanno) ben peggio di quanto faccia lui.

In patria non gli va meglio. L’abissale differenza tra uno stato d’Israele, arrivato nel 2010 a usare le forze speciali uccidendo nove membri di un’Ong turca decisa a sbarcare a Gaza, e un’Italia incapace persino d’arrestare una «capitana» tedesca colpevole di speronare le sue motovedette si chiama magistratura. Combattere le Ong senza avere dei giudici pronti a imporre le leggi dello stato italiano non è solo un’illusione, ma un suicidio. E anche le simpatie da sondaggio quotidiano così acquisite rappresentano un consenso vano e precario.

Svanita la rabbia anti Carola, o peggio, moltiplicatisi le Carole, ci si chiederà se prima di dare battaglia alle Ong non fosse meglio approntare gli strumenti giuridici indispensabili a vincerle. Ma a questo punto bisogna anche chiedersi se sia giusto concentrare tante energie in quella battaglia. Se un’uguale tenacia fosse stata spesa per mettere a punto degli accordi bilaterali con gli stati africani sufficienti a rimandare a casa gli «irregolari» non sarebbe nemmeno necessario bloccare le navi delle Ong. Sarebbe sufficiente fare sbarcare i loro ospiti, identificarli e riavviare le procedure di rimpatrio. Con tanti saluti anche alle centinaia di migliaia di migranti economici sbarcati sulle nostre coste grazie ai governi del Pd. Se le gesta della «capitana» Carola sono la conseguenza della superficialità con cui si affronta non solo la battaglia alle Ong ma tutta la politica migratoria, il caso di Alex/Mediterranea, il due alberi approdato sabato a Lampedusa infrangendo l’ennesimo blocco, è, invece, un chiaro segnale di come il ministro dell’Interno non disponga con questo governo di un apparato di sicurezza e difesa in grado di garantirgli una vittoria. Il ministro Elisabetta Trenta, come ammesso dallo stesso Salvini, è arrivato a negargli l’appoggio delle motovedette necessarie a fermare la barca dei centri sociali. In questo caso le divisioni dell’esecutivo sono ancora più devastanti del mancato intervento della magistratura.

La realtà di un governo così diviso da non riuscire neppure a bloccare una barca a vela rischia di trasformare l’Italia nello zimbello del Mediterraneo. Un ruolo non proprio auspicabile nel momento in cui si addensa all’orizzonte una nuova e più drammatica fase del conflitto libico.

Un conflitto su cui questo governo si è dimostrato incapace di esercitare la minima influenza perdendo il controllo dei propri interessi nazionali e lasciando che la regia passasse nelle mani di potenze regionali fuori controllo. Se non riusciamo a garantirci l’alleanza degli europei neppure quando lavoriamo per bloccare le barche delle Ong cariche di disperati decisi a sbarcare in Italia per poi puntare Francia e in Germania come faremo a tessere gli accordi indispensabili per fermare il conflitto libico? Un conflitto che, se imploderà nuovamente, manderà in pezzi la fragile cornice di Guardia costiera e centri di accoglienza con cui ci siamo fin qui protetti, tornando a eruttare decine di migliaia di migranti. Se, Dio non voglia, arriveremo a quel punto senza avere siglato degli accordi per il rimpatrio degli irregolari, senza avere ricostruito la nostra credibilità internazionale e senza avere recuperato il nostro ruolo sul fronte libico allora la battaglia contro le Ong verrà ricordata come un insignificante dettaglio della storia.