Il 3 aprile scorso si è tenuta presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Roma, La Sapienza, la presentazione del libro di Dino Messina, “Italiani due volte”. Dalle foibe all’esodo, una ferita aperta della storia italiana, pubblicato dalla Casa Editrice Solferino (2019). L’iniziativa si è svolta nell’ambito del corso di Storia Moderna tenuto dal prof. Eugenio Di Rienzo, organizzatore della presentazione. A questa discussione hanno partecipato, oltre all’autore e un folto auditorio di studenti, storici di chiara fama della Sapienza e di altri atenei romani. Nell’aprire l’incontro, Di Rienzo ha ricordato un dato fondamentale e pregno di amaro significato: il più importante ateneo della capitale, incredibilmente, non aveva mai organizzato un evento in ricordo della tragica vicenda delle foibe titine e del doloroso esilio forzato degli italiani istriani, dalmati e giuliani.
La discussione su “Italiani due volte” ha fatto emergere argomenti storiografici, civili e politici di grande rilevanza. In questo senso, si può dire che il volume di Messina è stato tanto l’oggetto principale dell’incontro, quanto la preziosa occasione a partire dalla quale si è dipanata una fitta serie di problemi e quesiti posti e analizzati dagli intervenuti.
Il libro in questione si colloca sul solco di altri studi sull’argomento; basti ricordare, fra gli altri, i lavori di Ernesto Sestan, Elio Apih, Marina Cattaruzza, Egidio Ivetic, Luciano Monzali, Raoul Pupo, che hanno fatto da apripista Messina nel corso del suo reportage storico. Il volume può essere associato inoltre al ricco filone memorialistico, al quale appartengono i volumi di Pier Antonio Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste o il toccante Dietro gli scogli di Zara di Nicolò Luxardo De Franchi. Attraverso un costante riferimento a questa memoria orale, Messina ci ha ricondotto infatti ai luoghi della tragedia e dell’esodo e ai ricordi dei loro protagonisti, come è stato, più volte, evidenziato dai relatori
Giuseppe Parlato ha sottolineato la difficoltà nell’affrontare un tema particolarmente complesso, sia dal punto di vista storiografico che da quello umano: un tema che, per la sua stessa natura, resta un nodo difficilmente districabile della storia italiana. Il pregio del libro di Messina viene individuato da Parlato proprio in quella capacità di unire storia e memoria, dando vita ad un lavoro di sintesi tra queste due componenti, con una particolare attenzione alla storiografia esistente sull’argomento. Il punto del libro, poi, su cui Parlato ha posto l’accento, è stato l’analisi del rapporto tra la vicenda delle foibe e il fascismo. La teoria “giustificazionista”, infatti, che vede nelle foibe la diretta conseguenza del tentativo di snazionalizzazione di quelle terre da parte del regime fascista, viene analizzata con particolare attenzione nel libro.


Vero è che con la riforma Gentile si tentò di abolire progressivamente le scuole slovene e croate cercando di imporre il primato della lingua italiana, ma è anche vero che questo fu un tentativo fallito e infine depotenziato se non del tutto abbandonato. Come rileva Parlato, infatti, nel 1940 in Istria e Dalmazia ancora si parlava lo sloveno e il croato. Questo dato porta ad un altro tipo di riflessione, ovvero se il fascismo fece leva sul solo sentimento nazionalista o se tentò di istaurare un legame tra l’elemento italiano-fascista con quello slavo-croato. Se si guarda alla politica del regime tra il 1928 e il 1940 emerge la volontà da parte delle organizzazioni fasciste (come l’Opera Nazionale del Dopolavoro) di intervenire direttamente sul territorio (si pensi alla costruzione degli acquedotti) al fine di creare un legame tra l’elemento slavo-croato e il fascismo, che doveva andare ben al di là del semplice nazionalismo e portare non a una “italianizzazione” ma piuttosto a una “fascistizzazione” delle popolazioni slave del Sud.
Nel secondo intervento, Paolo Simoncelli (autore del volume “Zara, Due e più facce d’una medaglia”, Le Lettere, 2010) ha prospettato due piani di lettura: il primo direttamente collegato alle commemorazioni istituzionali che spesso tendono a oscurare, più che a far emergere, la verità storica: è il caso, ad esempio, del partigiano Dante Castellucci, un socialista libertario, affiliato alla “Banda Cervi”, che venne ucciso, nel luglio 1944, per ordine dirigente comunista Luigi Porcari e poi commemorato con la medaglia d’argento al valor militare come vittima del fascismo. Un caso, questo, rilanciato proprio da Messina in un articolo sul “Corriere della Sera” del 2007. Con questa stessa sensibilità nei confronti delle mistificazioni della memoria, Simoncelli ha poi ricordato come nel libro di Messina si racconti la triste e nota vicenda di Norma Cossetto, violentata brutalmente ripetutamente da un gruppo di partigiani iugoslavi e infine infoibata a Villa Surani, il 5 ottobre 1943.


Assurda risulta anche la vicenda delle commemorazioni istituzionali postume alla morte della studentessa istriana: nel 1948 venne inaugurata presso l’Università di Padova una lapide dedicata ai giovani caduti per la libertà dal nazifascismo, tra i nomi venne scolpito anche quello di Norma Cossetto. L’anno dopo, poi, nel 1949 le venne concessa, insieme ad altri studenti, la laurea honoris causa con la motivazione, uguale per tutti, di essere caduti sul campo per la difesa della libertà. A nulla sarebbero servite le proteste dei parenti e dell’associazione istriano-dalmata che dopo il 2005, quando Ciampi assegnò una medaglia d’oro al valor civile alla stessa Cossetto, chiesero di modificare la lapide dell’Università di Padova, perché il suo nome rimane ancora oggi accostato alle vittime della violenza nazifascista.
Oltre questa riflessione sulle mistificazioni della liturgia civile, il secondo piano individuato da Simoncelli è la spinosa questione dell’occupazione tedesca dopo l’8 settembre dell’Istria e della Dalmazia. Una presenza che difese gli italiani del confine orientale dagli infoibamenti almeno fino al ritiro delle truppe tedesche nei primi mesi del 1945. Simoncelli ha sottolineato come questo dato fosse già noto ai diplomatici del governo Badoglio prima e Bonomi poi, e attraverso la citazione alcuni documenti risalenti al 1944 porta alla luce la preoccupazione della diplomazia italiana, da Renato Prunas a Alberico Casardi (allora Segretario della Commissione confini), per ciò che sarebbe successo in Istria e Dalmazia dopo il ritiro delle truppe tedesche. Non va dimenticato che l’Italia aveva già dichiarato guerra alla Germania, una situazione dunque davvero singolare. Infine, Simoncelli si è soffermato sull’ultimo capitolo del volume, intitolato indicativamente “Finale di partita”, con una dura critica trattato di Osimo del 1975 che chiuse definitivamente e infelicemente, sul piano diplomatico la questione giuliana, istriana e dalmata.


Nell’ultimo intervento, Andrea Ungari si è concentrato sulla duplice chiave di lettura del volume: da una parte l’analisi delle dinamiche internazionali ed interne e dall’altra il ruolo fondamentale giocato dalle testimonianze raccolte da Messina che si dipanano dal 1943 ai giorni nostri. Attraverso queste testimonianze emerge che la violenza non fu solo violenza politica, cioè violenza rivolta ai fascisti, ma si tramutò in guerra ai civili. Un’opera dunque di distruzione dell’elemento italiano non paragonabile all’opera di snazionalizzazione operato dal fascismo nei riguardi della popolazione slavo-croata. In chiusura Ungari ricorda come il tema dell’esodo e delle foibe sia stato censurato per lungo tempo sia nelle Università che nei manuali scolastici e che ancora oggi, dopo l’istituzione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe nel 2004, si tende ad associare lo studio di questo tema ad una storiografia prettamente di destra, dunque di parte, e in alcuni casi ancora si tende persino a minimizzare – se non a negare – la portata, se non addirittura l’esistenza, di questi eventi storici.
In chiusura è intervenuto ancora Di Rienzo ricordando, sulla scorta degli studi di Francesco Caccamo e Luciano Monzali, che il dramma del confine orientale fu anche responsabilità del governo di Roma con la politica di deslavizzazione del primo dopoguerra che mirò ad allontanare le élites non italiane dal Litorale adriatico e poi, dopo l’invasione italo-tedesca della Iugoslavia, con la spietata azione di contro-guerriglia, gestita dal governatore della Dalmazia, Giuseppe Bastianini, che coinvolse insorgenti e civili. Detto questo, Di Rienzo ha, però sostenuto che la pretesa di negare l’esistenza di una azione di pulizia etnica sapientemente organizzata dall’Esercito di Liberazione iugoslavo contro le popolazioni italofone corrisponde a una falsificazione della storia.


Che sulle coste orientali dell’antico «mar di Venezia» vi sia stata un’azione pianificata di spopolamento forzato rivolta contro una comunità caratterizzatasi, come italiana, per omogeneità di lingua, cultura, tradizioni e memorie storiche, e stanziata, da secoli, in quel territorio è, infatti, indubbio per due ordini di ragione: 1) L’eliminazione fisica dei nostri connazionali non fu solo una forma di lotta politica perché non si limitò ai miliziani fascisti e ai militari del Regio Esercito, che avevano partecipato alle azioni di repressione della resistenza titina, ma riguardò la popolazione italiana nel suo complesso e perfino militanti del Comitato di Liberazione che avevano combattuto, spalla a spalla, con il IX Korpus iugoslavo. 2) Quegli eccidi non furono neppure soltanto il portato di una guerra di classe scatenata dalle masse contadine slave contro i gruppi dirigenti italiani, perché gli infoibati furono italiani di ogni strato sociale, senza distinzioni di età o sesso.
Di Rienzo ha aggiunto che è possibile dire, invece, che la strategia dello sterminio etnico fu pratica comune nella costruzione della Iugoslavia socialista. Dal 1945 al 1950, caddero sotto i colpi della violenza slavo-bolscevica greci, albanesi, circa 57.000 tedeschi etnici e un numero assai superiore di prigionieri di guerra germanici che morirono per linciaggio, esecuzioni sommarie, infoibamenti, o perirono di stenti nelle cosiddette “marce di espiazione”, organizzate dai comunisti iugoslavi, che si protraevano per circa 1.300 chilometri, dal confine meridionale dell’Austria al confine settentrionale della Grecia.
All’autore sono spettate, naturalmente le considerazioni conclusive. Messina ha spiegato così la genesi di questa «inchiesta storica» nata dalla volontà di capire come un tema così sensibile abbia avuto difficoltà ad inserirsi nel dibattito pubblico. Un’inchiesta partita dal magazzino 18 del porto vecchio di Trieste dove ancora oggi è raccolto ciò che resta delle masserizie degli esuli in fuga che nessuno ha più reclamato. Proprio dalla tragedia nascosta in queste suppellettili abbandonate, ha inizio il viaggio a ritroso di Messina. Merito dell’autore è quello di essere riuscito, grazie a uno stile scorrevole e accattivante, a mettere in forma luoghi e memorie, soggettive e collettive di questa “ferita aperta della storia italiana” con lo scopo dichiarato di svincolarla da un qualsiasi strumentale uso politico recriminatorio, negazionista, riduzionista, giustificazionista.

Elisa D’Annibale, corriere.it, 22 aprile 2019