Da quando, il 18 aprile 1946, il 1° maggio venne riconosciuta “festa nazionale” a tutti gli effetti, è costante il rischio che essa si trasformi in un appuntamento di routine, ritualistico e celebrativo. Da qui la necessità che la “Festa del lavoro” si riempia, di anno in anno, di nuovi significati, si misuri costantemente con una realtà in continua trasformazione, trovi più aggiornati motivi d’essere, anche simbolici.

Partiamo da un dato concreto. Qualche giorno fa, a Genova, è stata consegnata da Fincantieri la nave “Seabourn Ovation”, commissionata dal gruppo Carnival. La nave è un’unità extra-lusso. 40 mila tonnellate di stazza, 210 metri di lunghezza, 300 suite: un concentrato di stile italiano, di tecnologia, di qualità ai massimi livelli. In occasione della cerimonia di consegna, è stato sottolineato da più parti come un “prodotto” del genere sia il risultato di un lavoro di squadra e degli alti standard dell’azienda che l’ha realizzata.

E’ un’eccellenza che va ascritta certamente a tutte le maestranze, alle loro competenze tecniche, ma è anche un modello di lavoro su cui riflettere: il segno di una coesione culturale, di una “visione” su cui meditare per cogliere nei suoi tratti d’attualità le nuove frontiere del lavoro.

Storia nuova ed insieme antica, che è utile sottolineare, magari per scatenare qualche polemica. Non può non venire alla mente, in questo contesto, lo storico apologo del ventre e delle membra, pronunciato dal console romano Menenio Agrippa: “ Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso (ad attendere cibo), ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo”.

Così nella società: solo se le sue diverse parti collaborano, essa può vivere e prosperare.

Lungi da noi qualsiasi visione moralistica e pigramente organicistica. La storia dell’Ottocento e del Novecento è segnata da conflitti e da lotte spesso durissime tra lavoratori e datori di lavoro. Ci sono ben chiare le possibili tensioni sociali e la contrapposizione di interessi. Da qui a volere alimentare ideologicamente scontri antistorici ce ne passa. Anche perché , proprio alla luce delle nuove e alte specializzazioni lavorative, imposte dalla contemporanea società della tecnica, è ai processi d’integrazione (piuttosto che a quelli di disgregazione sociale) che bisogna guardare, per dare ali e nuove prospettive al mondo del lavoro.

Non a caso oggi si parla di “operaio aumentato”, con questo intendendo una figura professionale in grado di gestire la complessità produttiva, ben oltre ogni automatismo.

Se il fine è la qualità e la tecnologia il mezzo e se la professionalità del lavoro è lo strumento in grado di gestire la complessità, è evidentemente ai nuovi, più coinvolgenti modelli partecipativi che bisogna guardare. Lo chiedano i lavoratori, finalmente riconosciuti nel loro valore professionale (a qualsiasi livello ed in qualsiasi mansione). Si decidano a prenderne atto gli imprenditori, riconsegnati al loro ruolo “produttivo” e alla responsabilità di “fare squadra” che è connesso a questo ruolo. Oltre ogni visione ritualistica su questi crinali si gioca la vera partita del lavoro e dello sviluppo nazionale.

A partire dalla “festa del Lavoro”, ma ben oltre essa.