Game, set, match. La prima partita del nuovo gioco politico se la aggiudica a mani basse la coppia Salvini-Di Maio. Se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova legislatura promette di essere frizzante e divertente.

Ricapitoliamo i fatti: la partita che mette in palio le due poltrone più alte del Parlamento inizia nell’apparente incertezza derivante dagli inattesi risultati elettorali.

Commentatori ed osservatori, rimasti inchiodati a vecchi schemi in realtà oramai inservibili, si scervellano per capire come farà uno dei due vincitori a coinvolgere il terzo incomodo PD, o quello che ne rimane, apparentemente indispensabile per eleggere la seconda e la terza carica dello Stato. La soluzione che il caravanserraglio dei media, dei talk show e dell’intellighenzia radical chic giudicano inevitabile ed auspicabile è una sola, categorica e imperativa per tutti (i cervelloni di sinistra): il PD deve accordarsi con i grillini e magari eleggere personalità “autorevoli ed indipendenti” tipo la Bonino… (e qui servirebbero le risate da sitcom americana).

Ovviamente la realtà va in tutt’altra direzione: mentre i suddetti cervelloni discettano sull’impossibilità di conciliare reddito di cittadinanza e flat tax e i papaveri del PD, ancora intontiti dalle randellate degli elettori, come verginelle sdegnose dettano immaginarie condizioni per concedersi al M5S i due vincitori del 4 marzo hanno già chiuso i giochi.

Sono bastate poche telefonate e qualche abboccamento abilmente intermediato per capire che Lega e M5S hanno interessi convergenti e insieme abbastanza voti per eleggere chi gli pare. La soluzione è ovvia ed inevitabile: una poltrona per uno non farà male a nessuno, una al primo partito l’altra alla coalizione più forte. Poi, come diceva Napoleone Bonaparte, le salmerie seguiranno.

Nel nostro caso gli altri soci del consorzio elettorale del centro destra, il più importante dei quali, però, è tutt’altro che entusiasta della piega che ha preso la situazione ed è deciso a non mollare la leadership della coalizione.

E’ qui che Matteo Salvini si gioca il primo jolly: nonostante guidi il primo partito del cartello cede senza problemi all’alleato in difficoltà la poltronissima del Senato, ovviamente in cambio della possibilità di aspirare legittimamente a quella, puramente teorica, di palazzo Chigi. Il cavaliere di Arcore, però, non ha intenzione di arrendersi così facilmente e passa alla contromisure arroccandosi su Paolo Romani un nome, come si sapeva da tempo, assolutamente indigeribile per il M5S. Una pillola avvelenata che potrebbe mandare in pezzi i piani di Salvini.

In realtà un messaggio di Berlusconi per ricordare a tutti di tenere conto del suo ruolo ci poteva anche stare, ma inchiodarsi su un nome impossibile per mandare a monte il piano di Salvini e magari imporre qualcos’altro è un vero azzardo. Da giorni Renato Brunetta va strombazzando a destra e a manca l’idea bizzarra di concedere la presidenza della Camera al PD, cioè al partito oggi demolito dalle urne ma che 5 anni prima grazie ad un pugno di voti aveva fatto scattare il premio di maggioranza e con quello aveva fatto man bassa di tutte le poltrone disponibili regalandoci, tra l’altro, la Boldrini e le sue penose esternazioni.

Evidentemente dietro alla boutade di Brunetta c’è il solito obiettivo, lo stesso che aveva generato la insensata legge elettorale: il nuovo Nazareno, l’agognato inciucio con Renzi che buttato fuori dalla porta dal voto popolare, dovrebbe, a quanto pare, rientrare dalla finestra del Parlamento, almeno secondo gli strateghi berlusconiani. Ma il maldestro piano dei berluscones non tiene conto degli insegnamenti di Sun Tzu: i guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, mentre i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere.

Salvini, sicuro di avere le spalle coperte, di fronte al pericolosissimo stallo imposto da Forza Italia tira fuori la sua arma segreta, la mossa del cavallo: piuttosto che votare Romani vota a sorpresa un altro esponente di Forza Italia ma di sua scelta, Anna Maria Bernini, candidata presidente a sua insaputa.

La trovata, a suo modo geniale, è una bomba che spiazza tutti, spariglia le carte e fa imbestialire Berlusconi e i suoi: ai tremendi anatemi di un Brunetta inferocito segue un durissimo e minaccioso comunicato del partito dal quale i soliti commentatori interessati deducono che l’alleanza del centro destra è finita e si chiedono cosa succederà adesso nelle regioni e nei comuni governati dall’alleanza. Ma sono solo chiacchiere a vuoto.

Nessun politico di buon senso si sognerebbe mai di mandare a monte possibili prospettive di governo e la gestione di 4 regioni importanti, con una quinta in arrivo (il Friuli V. Giulia disgustato da 5 anni di Serracchiani) per un problema del genere, che poi, in fondo in fondo, è solo una questione personale.

La parola fine allo scontro (più rumoroso che altro) tra il vecchio leader del centro destra e quello nuovo la mette proprio Di Maio, che rilascia a sua volta un comunicato nel quale si dichiara “disponibile a sostenere l’esponente di Forza Italia Anna Maria Bernini o un profilo simile”, decisione confermata persino da Alessandro Di Battista: “…. se Salvini propone Bernini al Senato è giusto votarla”.

La sponda del M5S regge perfettamente e chiude la partita, anche perchè dal pianeta PD, completamente fuori da tutti i giochi, non arrivano segnali di vita. Fine dei giochi: a questo punto per Berlusconi e i suoi si tratta solo di non perdere la faccia ed indicare a piacimento un terzo candidato sul quale far confluire i voti di tutti.

Il che si verifica puntualmente e senza ulteriori problemi con la berlusconiana di ferro e della prima ora Maria Elisabetta Alberti Casellati, così come avviene alla Camera con il candidato (peraltro pessimo) indicato dal M5S Roberto Fico.

Fine dello spettacolo: il centro destra è ancora vivo e lotta (più o meno) insieme a noi, qualcuno porta i tarallucci e il vino e tutti vissero felici e contenti, almeno fino alla prossima sfida all’OK Corral che, conoscendo il Cavaliere, arriverà alla prima occasione.

Quella del governo sarà ovviamente un’altra partita, nella quale tutto ricomincerà da zero e per la quale non si potrà escludere niente. Tuttavia l’ipotesi che, per motivi contingenti, la strana coppia Salvini-Di Maio tenti di fare il bis non dovrebbe essere scartata a priori.

Posto che i due avrebbero una maggioranza autosufficiente in entrambe le camere, nell’ottica di un governo di scopo con obiettivi limitati (legge elettorale e DEF) i motivi di temporanea convergenza tattica potrebbero essere più forti delle divergenze politiche. I primi sondaggi post 4 marzo mostrano che il trend emerso nel voto tenderebbe, in caso di nuove elezioni, ad accentuarsi e ad accelerare e che i due partiti vincitori sarebbero in grado di incrementare il travaso di consensi rispettivamente dal PD (M5S) e da FI e FDI (Lega) indirizzando il quadro politico verso un nuovo ed inedito modello di bipolarismo.

La tentazione di approfittarne sarebbe, quindi, tutt’altro che illogica.

Il divertente show sopradescritto ha confermato il ruolo subalterno e secondario di FDI, che nella circostanza ha fatto la comparsa come a Cinecittà. Giorgia Meloni e i suoi luogotenenti, come i vecchi pontieri dorotei ai tempi della DC, si sono cuciti addosso il ruolo di mediatori tra i due contendenti attribuendosi il merito di avere ricomposto la frattura tra i due maggiori partiti della coalizione. Un’esagerazione, visto che è di tutta evidenza che la natura del conflitto e il peso degli interessi in gioco non consentiva comunque epiloghi diversi e che la tenuta della coalizione non è mai stata seriamente in discussione.

Gettare un po’ di acqua sul fuoco sarà stato sicuramente utile ed opportuno, ma non certo determinante, dato che col misero 4,3% dei consensi (oltretutto già in calo secondo i sondaggi) uscito dalle urne, anche se iper valorizzato, è ben difficile essere determinanti in qualcosa. Nel frattempo mentre i neoeletti come turisti giapponesi scatenati fotografano tutto quello che vedono in Parlamento inondando di selfie pagine social e cellulari, in periferia il partito continua a perdere pezzi (il caso Beccalossi non è certo isolato) mentre quadri e militanti di base mugugnano e digeriscono a fatica i trionfali proclami che arrivano da Roma nella speranza che prima o poi qualcuno si accorga che esiste un mondo oltre il raccordo anulare.