Le “primarie” per l’indicazione del candidato alla carica di presidente della Regione Liguria indette dal Partito Democratico hanno visto la vittoria per 4.000 voti (su 55.000 votanti) della pressoché sconosciuta candidata di centro-sinistra Raffaella Paita che ha sconfitto Sergio Cofferati il quale è stato segretario generale della Cgil, sindaco di Bologna e deputato europeo. Cofferati ha subito contestato il risultato, sostenendo innanzitutto che sono andati a votare elettori di centro-destra, snaturando così il “corpo elettorale” che avrebbe dovuto essere solo della sinistra; e poi che sono stati condotti a votare a favore della Paita cinesi, nordafricani, zingari e tanti altri che “non sanno cosa stavano facendo” e, probabilmente, pagati. Adesso la questione è nelle mani dei cosiddetti “garanti” del P.D., però abbiamo la sensazione che il risultato verrà convalidato, anche perché la Paita è “renziana” e Cofferati no.

Tuttavia lo svolgimento di queste “primarie” ha ancora una volta evidenziato, da parte di esponenti qualificati della sinistra, i gravi inconvenienti posti da questo metodo di selezione dei candidati, introdotto da Veltroni e ribadito da Renzi in tutte le occasioni. Ricordiamo il caso di Roma, con Marino fatto eleggere dagli zingari (magari quelli assistiti da Buzzi…), come denunciato da candidati del P.D., ed altre occasioni.

Ora, visto che anche da parte del centrodestra vi sono sostenitori di questo sistema (come è stato ribadito in un recente convegno romano, peraltro poco partecipato), pensiamo sia opportuno spendere qualche parola su questo argomento.

Le “primarie” sono state introdotte nella politica italiana da Walter Veltroni, innamorato (da ex-comunista…) degli Stati Uniti e della sua politica. Però Veltroni ha capito male, od ha copiato male, il metodo delle elezioni primarie per la scelta dei candidati alle diverse cariche pubbliche – congressisti, senatori, governatori, presidenti – da parte degli Stati Uniti, ed è opportuno un piccolo “ripasso”.

Innanzitutto, ricordiamo che negli Usa il diritto di voto non è automatico: bisogna iscriversi volontariamente nelle liste elettorali, ed ogni Stato ha regole diverse per l’ammissione al voto. Inoltre, non basta iscriversi: bisogna anche precisare per quale partito si vuole partecipare, repubblicano, democratico od indipendente.

Una volta fatto questo, al momento dell’indizione delle primarie, si è chiamati a votare ognuno per il partito che si è scelto (tranne gli indipendenti che non votano per le primarie ma solo alla votazione definitiva), ed ovviamente le elezioni si svolgono affidandole agli uffici pubblici con tutti i requisiti del caso. Domanda: cosa ha questo di diverso rispetto alle elezioni all’interno dei partiti della prima repubblica fatte dai propri iscritti nelle sezioni? Solo che la platea si è allargata, però sempre all’interno del proprio partito. Altra domanda: sarebbe mai ammissibile in Italia che uno dichiari all’anagrafe preventivamente a quale partito voglia partecipare?

Invece le cosiddette “primarie” svolte in Italia sono del tutto differenti e privi dei requisiti fondamentali: aperte a tutti, e non solo al proprio partito, con rischio d’infiltrazioni avverse; svolte in tanti luoghi diversi (sedi di partito, di associazioni, negli stand, nei gazebo delle piazze, ecc.) con nessun controllo sulla legittimità degli elettori e sulla verifica dei voti. E quindi i risultati delle “primarie” all’italiana (o, per meglio dire, alla “democratica”) vanno sempre presi con molte riserve sia sul numero dei partecipanti sia sul loro esito.

Fintanto che in Italia non si faranno leggi che le regolamentino come le elezioni reali, le cosiddette “primarie” sono solo un inganno dal punto di vista tecnico (manca innanzitutto una lista degli elettori) ed una falsificazione per l’assenza di qualsiasi controllo e verifica. Si tratta quindi di un’imitazione americaneggiante che, come tutte le imitazioni, dimostra la sua mancanza di qualità e di originalità dei “materiali” impiegati. Ci sarebbe da commentare con la ben nota canzone di Carosone, “tu vuo’ fa l’americano…”!

Ma è opportuna anche un’altra valutazione. Le primarie americane, anche all’interno dello stesso partito, sono un vero scontro di idee, di programmi, d’impostazioni ideologiche. I candidati sono sostenuti da fondazioni, comitati di azione politica, centri d’impegno civico che sostengono posizioni dirompenti non solo sulla pubblica amministrazione, sul fisco, sulla politica sociale e sull’ordine pubblico ma anche su temi come quelli sull’aborto, sul diritto a portare armi, addirittura sull’evoluzionismo!

C’è qualcosa di simile in Italia? Mi pare chiaro che non ci sia nulla di tutto questo, ma solo degli scontri personali di mero potere e di correnti, come avveniva – ma al loro interno – nei partiti della “prima repubblica”. Queste “primarie” hanno anche l’effetto di provocare un’”antiselezione” perché quasi sempre non emergono personalità di rilievo capaci di imporre svolte alla politica ed all’amministrazione di cui ci si vuole occupare, o del tutto incompetenti: basti pensare al caso di Roma (Marino) ed anche a questo ligure.

Cosa fare, allora? Se si vuole proseguire su questa strada ci sono solo due possibilità: o regolamentarle per legge, affidando la gestione alle amministrazioni comunali sulla base delle regolari liste elettorali e l’istituzione dei seggi come nelle elezioni normali (addebitando però il costo al partito che le ha indette) ovvero ricondurre le elezioni all’interno dei partiti tra i loro iscritti così come avveniva nella prima repubblica, magari istituendo un organo esterno di garanzia. Ma continuare così, come sta facendo il Partito Democratico, è solo una farsa ed un inganno anche nei confronti della reale volontà di quei partecipanti che sono consapevoli della scelta che intendono fare.