A proposito dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini che sarà votata dal Parlamento su richiesta della Giunta per le immunità, non interessa qui contestare la politicizzazione di questo o quel pm o giudice, il loro essere più o meno in buona fede nei rinvii a giudizio e nelle sentenze: la lettura del pensiero è un esercizio vano.  Quello che emerge dalla vicenda è piuttosto la mistura di viltà e opportunismo di chi, di fronte a una configurazione di reato che ha quanto meno il fumus di un’ ispirazione di natura politica, non esita a consegnare nelle mani del potere giudiziario, con il quale le contrapposizioni erano e sono  numerose e aspre, un eletto dal popolo. Un eletto il quale oltretutto, piaccia o meno, è di gran lunga il politico che gode del maggior credito fra gli italiani.

In sostanza le buone relazioni fra i due poteri costituzionali vengono ristabilite grazie a un sacrificio nel senso che gli antichi attribuivano al termine, cioè all’uccisione (naturalmente metaforica) e all’ offerta al dio di una vittima. Ma oltre all’effetto  propiziatorio, l’offerta ha anche quello dell’eliminazione del più forte concorrente nell’agone politico, quindi costituisce un’operazione malthusiana affidata a un proprio avversario –  il potere giudiziario – per ottenerne un vantaggio. E allora diciamolo: poche cose si sono viste, sulla scena politica degli ultimi decenni, ripugnanti come questa.


Chi ne esce meglio è in fondo il PD, il quale nell’ album di famiglia, quando si chiamava PCI, annovera molti episodi del genere: almeno è stato coerente con la sua storia. Chi ne esce male sono i Cinquestelle, ai quali si può riconoscere l’attenuante  che il tintinnare delle manette regalandogli fremiti di godimento li rende parzialmente incapaci, ma cercare di mandare in galera qualcuno per un qualcosa che hai fatto assieme a lui rimane comunque operazione troppo turpe per chiunque abbia un barlume di coscienza. Chi ne esce peggio sono i renziani di Italia Viva i quali,  sbottonati   blazer e tailleur di riformisti responsabili e pragmatici, rivelano la stessa pasta del partito da cui provengono e di quello da cui derivano: buon sangue non mente e affiora da sotto le grisaglie. 

Con l’ arzigogolata votazione in Giunta la questione è stata spostata dal merito al metodo, dal punto alle regole. E così il punto sfugge. Il punto è: Salvini ha davvero sequestrato i migranti sulla nave? E poi: il temporaneo blocco navale è stato un’ iniziativa en solitarie o l’allora governo, compreso il premier, era d’accordo con lui? No: oggi questo non conta più. Conta se la Giunta doveva riunirsi prima o dopo le elezioni. Contano le regole. E siccome la Casellati ha detto prima, ecco che la maggioranza ha disertato la seduta, non perché si vergognasse di macellare un uomo, ma perché se lo avesse fatto ora avrebbe perso ogni speranza di vincere le elezioni romagnole, mentre rinviando l’esecuzione a dopo, qualche vaghissima speranza di far sopravvivere l’orticello rosso rimane.

E mentre il misfatto si consuma, il Colle tace ed osserva,  la Chiesa zanotelliana plaude, politici vari si esercitano nel manierismo legalistico per difendere l’obbrobrio, ci ritorna in mente ciò che già sapevamo, cioè che la democrazia è la dittatura portata avanti con altri, e più ipocriti, mezzi.