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Siamo quasi tutti inclini all’autocelebrazione, ma soprattutto lo sono i cosiddetti maggiorenti, che si garantiscono reciprocamente almeno un altisonante epitaffio al catafalco.
Prendiamo, per esempio, i presidenti della Repubblica: tutti, post mortem, integerrimi, geniali, votati al bene comune. Eppure lo stato etico, sociale, economico e politico dell’Italia e’ miserevole e miserando. Ma la retorica e l’ipocrisia dell’ “establishment” procedono imperterrite: tutti i vertici istituzionali sono stati, sono e saranno galantuomini ineccepibili, guide sagge e forti, padri della Patria. Nessun dubbio!
Non per De Nicola, che in quanto a coerenza qualche perplessità la suggerisce, per avere accettato, lui monarchico dichiarato, d’essere il primo Presidente della Repubblica.
Non per Gronchi, molestatore impenitente e incontinente delle signore ospiti o in visita al Quirinale.
Non per Scalfaro, callido e venale.
Nemmeno per Pertini, platealmente demagogo, al punto da rubare la scena televisiva al bambino caduto nel pozzo a Vermicino, concorrendo con il codazzo di cortigiani e giornalisti al seguito all’intralcio e al fallimento del tentativo di salvataggio.
Nessun dubbio, ci scommettiamo, quando sarà l’ora, per Giorgio Napolitano, confidenzialmente e significativamente soprannominato ” l’Amerikano”, il comunista prediletto dal Dipartimento di Stato USA, negli anni della guerra fredda.
Quanto a Carlo Azeglio Ciampi, e’ difficile negare che sia stato il più empatico e simpatico, anche grazie alla moglie Franca, dei Presidenti della nostra Repubblica: discreto, alla mano elegante, compito.
Ma e’ stato anche il Governatore della Banca d’Italia che brucio’ decine di miliardi di dollari nel vano contrasto alla speculazione della Lira e della conseguente svalutazione, che ci espulse dal sistema monetario europeo.
E’ stato il Ministro del Tesoro dell’Eurotassa, per l’entrata senza cautele ne’ clausole di salvaguardia nell’Unione Europea.
E’ stato il Presidente del Consiglio che assegno’ a De Benedetti la licenza dei telefonini. Insomma, uno “gnomo della Finanza”, che ha contribuito a sottomettere la politica alla economia, alla modifica della riforma costituzionale del Titolo V, accelerando la deriva del debito pubblico; a ingessarci nei trattati di Maastricht; alla privatizzazione della Banca d’Italia, mettendo il controllore a busta paga dei controllati, donde discendono i casi scandalosi e vergognosi del Monte dei Paschi di Siena, di Banca Etruria, quella di papa’ Boschi, e delle altre banche della Toscana, la sua regione natale.
Ce n’è abbastanza per suggerire di non intonare peana, di sussurrare il lutto.
Lo stesso patriottismo che gli viene accreditato fu formale ed asettico, in linea con quello dei suoi sodali, se non della massoneria, del partito d’Azione: un richiamo al Risorgimento come alla stagione del trionfo dell’Illuminismo e del laicismo di stampo anglosassone; indifferente alla maturazione d’una coscienza popolare nazionale. Un patriottismo ideologico e non sentimentale, che , infatti, non gli impedì nel 1943 di buttare alle ortiche l’uniforme di ufficiale dell’Esercito italiano e rifugiarsi al Sud, fuggiasco alla stregua del Re e di Badoglio.
E di svalutare, in un’intervista da Lui rilasciata a “la Repubblica”, che l’ha riproposta in questi giorni, i suoi richiami al Tricolore e il ripristino della sfilata del 4 Novembre ad espedienti tattici per spiazzare la destra.
Del resto le oligarchie intellettuali, economiche e politiche di questo nostro disgraziato Paese sono state e sono prevalentemente esterofile: per l’Inghilterra, per la Francia, per la Germania, per gli Stati Uniti, finanche per l’Unione Sovietica e la Jugoslavia di Tito. Anche oggi vogliono compiacere Bruxelles. Della nostra gente, del popolo italiano, hanno diffidenza e fastidio: antropologicamente lontano dalle supposte e supponenti “elites” di Capalbio. Se non fosse che e’ il popolo a pagare la quasi totalità delle tasse, ne farebbero volentieri a meno!