“È vero. Ci sono cose più importanti di calciatori e di cantanti. Ma non rompeteci i coglioni”. Fifa e Ue, soprattutto. Stiamo parlando della presidenza della Federazione italiana giuoco calcio. Stiamo parlando di Carlo Tavecchio. Che, a dispetto di un cognome che sembra tutto un destino in questo momento, è il più giovanile fra i candidati. Lui, di calcio se ne intende. E in questo momento, il Paese del pallone per eccellenza, ha bisogno di questo. Non di figurine.

Tavecchio ha passato la maggior parte dei settanta anni che porta a mangiare la polvere dei campetti di periferia dove scorre il calcio sanguigno. Il calcio dei dilettanti. Non quello dei salotti che, tra una chiacchierata e l’altra, un buon vino e l’altro, stabilisce l’ennesima figura da mettere a capo di un sistema che si fa buttare fuori per la seconda volta ai Mondiali. Brutta figura. Tavecchio conosce le regole del gioco, pardon giuoco, quello vero. Quello fatto dalle regole della strada.

Se è vero che bisogna restituire anima ad uno sport, quello del calcio, che in Italia sembra essere diventato più la passerella di moda, allora Tavecchio è l’uomo giusto al posto giusto. Il modello calcistico tedesco, quello più gettonato in questo momento, insegna che bisogna partire dal basso. Molto in basso. Dal dilettantismo, dalle giovanili, per raccogliere i frutti che impreziosiscono il calcio maggiore. Quello in alto, molto in alto. Allora quale migliore occasione per piazzare Tavecchio. Uno che le ossa se le è fatte sulle ossa degli altri. Tanto da non dimenticare le abitudini di chi gioca al calcio nei campi dei dilettanti. Dove fair play, terzo tempo e orpelli del genere non possono essere priorità. Lo saranno quando diverrai professionista.

“Mangiare le banane” è una espressione, “forte” se volete, che restituisce veridicità e passione ad un’ambiente fatto di falsi, ipocriti e incompetenti ammantati di arroganza. Questa sì che non guarda in faccia a nessuno. Altro che razzismo. Tavecchio si esprime come sa chi vive il calcio da vicino. Non da snob. La Fifa e l’Ue dovrebbero interrogarsi sulla fine che stanno facendo altri operai, dopo quelli impiegati in Brasile, per la costruzione degli stadi in Qatar. Quando fra qualche anno dovrebbero giocarsi le partite dell’improponibile Campionato del mondo di calcio. Scelte da incompetenti, che se le avessero lasciate fare a Tavecchio non si sarebbero materializzate.

Ma Tavecchio non piace agli Agnelli e ai Della Valle. Meglio. Loro avranno stile. Ma non il senso della correttezza. Neanche quella mediatica. Ricordiamo ancora i commenti, per niente delicati, su Cesare Prandelli, a nemmeno un minuto dalle sue dimissioni da Commissario tecnico della Nazionale. Ma Tavecchio non piace a Del Rio. Meglio. Lui ha sulla coscienza una riforma delle Province che basta e avanza. Tavecchio, dalla sua, ha il sostegno di tanti giocatori venuti dall’Africa che oggi hanno concretizzato il sogno di campare dando un calcio al pallone. Altro che Fifa e Ue. E le loro ingerenze in un Paese che da sempre soffre di sovranità nazionale dopo aver pareggiato due Guerre mondiali, ma che sul calcio non può ammettere intromissioni. Sennò che li abbiamo vinti a fare quattro Campionati del mondo.