Ho letto, solo dopo averlo ricevuto in dono, il volume di Mieli, in cui sono raccolte articolesse pubblicate in sede giornalistica. Chiaramente schierato ed organico con la sinistra – e di questa posizione saranno posti in risalto casi espliciti – commette un errore sostanziale, di indubbia evidenza.

Non si può assolutizzare il tema scelto e condensare in 30 casi le presunte e pretese “manipolazioni della storia”. Le “verità nascoste” vanno considerate in chiave relativa, soggettiva, perché per altri, più modesti di Mieli, il metro di giudizio è diverso politicamente e moralmente e non certo per capriccio o per invidia. In altri termini i giudizi espressi da Mieli, in quanto soggettivi e personali, sono nella  stragrande maggioranze dei casi sono opinabili e da respingere senza esitazione alcuna.

   Il giornalista offre l’impressione di essere un novello “Minos che giudica e manda, secondo ch’avvinghia” senza remissione e, direi, senza scampo.

   Assume a base delle singole trattazioni un volume, sovente fresco di stampa, articolando le 3 sezioni (“Le verità indicibili”, Le verità negate” e “Le verità capovolte”). Nel capitolo introduttivo, in cui tenta, senza essere assolutamente convincente, di spiegare “come si nasconde la verità”, utilizza un lavoro di uno studioso canadese, risalente al 2017, di cui rileva – ad ulteriore conferma dell’orientamento – la dura contestazione subita “per il solo fatto di avere accomunato Robespierre a Hitler”.

   La virulenza delle critiche, avanzate  in campo culturale dalla sinistra solo prevaricatrice, contro cui è del tutto assente la minoranza della Meloni, di Berlusconi e di Salvini, è tale da indurre o meglio costringere, dopo una serie di casi, a riconoscere con una ammissione quasi incredibile che “sono tutti esempi di come sia complicato attualmente esercitare il mestiere di storico, al riparo da strumentalizzazioni politiche che sono diventate più pervasive di quanto non fossero in tempi precedenti. Tempi precedenti non certo immuni  da un tal genere di invasioni di campo, le quali però furono, salvo qualche eccezione, assai più contenute”. Poco più avanti arriva a riconoscere che “si potrebbe forse sostenere che in campo storico le verità definitive, al di là di quelle fattuali [?] e comprovate (ma talvolta neanch’esse), non esistano”.

   In ogni pagina Mieli trova lo spunto per una confutazione magari indiretta, se non forzata, per il fascismo, oggi a 76 anni dalla sua caduta, ancora il “male assoluto e inarrivabile”.

   L’autore, sempre e comunque giornalista, cerca di essere abile i momenti, in cui un autentico studioso non potrebbe non stabilire una irreversibile condanna. E’ il caso ripetuto di Togliatti, del quale ci si limita a notare il realismo [cinico e prepotente]  in ambito politico. Come esempio del carattere acritico delle sue ricostruzioni Mieli è ben lontano la fonte ispiratrice degli “attriti sociali” e del “duraturo pregiudizio nei confronti dei reduci dell’Armir.

   In misura ridotta si possono raccogliere alcuni degli esempi della miopia critica di Mieli.  Due studiosi, noti per la loro misura (!!!) hanno esposto in un pamphlet “gli arricchimenti illeciti del fascismo”. Queste azioni criminose sono religiosamente ripetute da Mieli, il quale, all’opposto, si limita a rilevare “qualche dubbio residuo” sulla lettura innocentista della vicenda Scalfaro – Sisde.

   Mieli poi non trova modo di elevare alcun rilievo a Paolo VI nella sua faziosa sospensione delle cause dei martiri di Spagna (circa settemila tra sacerdoti, religiosi, suore e seminaristi mentre mancano statistiche sui laici), barbaramente uccisi, crudelmente violati dai miliziani comunisti. Non involontariamente ma maliziosamente Mieli segnala la ragione della decisione del pontefice lombardo, all’epoca ancora arcivescovo di Milano: il rifiuto da parte di Franco di una domanda di clemenza per un giovane oppositore del regime.

   Due perle arricchiscono le pagine conclusive. Si denunzia con severità la repressione esercitata nella Corea del Sud e nemmeno una parola è spesa per un’analisi sulla situazione contemporanea dell’area comunista, di certo “non rose e fiori”. A Stalin, ormai defunto, andavano “ricondotte molte responsabilità di quel che accadde tra il ’50 e il ‘53” tra Urss e Cina. Su Mao, rispettoso delle minoranze e degli oppositori, nemico della violenza e nume tutelare delle libertà elementari,  invece nulla.