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Oggi ci sentiamo un po’ ingiusti. E’ sempre ciò che accade quando, cinicamente, si fa il processo alle intenzioni di qualcuno. E se poi, come assunto, si parte accusando intimamente quel qualcuno di operare solo pro domo sua, l’ingiustizia assume toni da Santa Inquisizione. Però è più forte di noi, ci pentiamo di ciò che stiamo pensando… ma lo stiamo pensando.
Stiamo pensando a Renzi, con specifico riferimento alle sue dimissioni in Cinemascope ed ai suoi successivi, autonomi ed autocelebrativi, commenti sui Social Network. Commenti tutti tesi a far comprendere lo spessore dei suoi ideali e la purezza del suo karma politico. Insomma, lo sgarzolino toscano traduce i calci nel sedere e l’accompagnamento alla porta ricevuti dagli italiani al referendum, in atto di pulizia morale e sacrificio personale. In pratica il fanfarone seriale vuole darci a bere che, in un paese dove le dimissioni si annunciano ma non si danno (e qui concordiamo, n.d.r.) lui, non obbligato a farlo, le ha date per “dignità, coerenza e per il rispetto della propria faccia”. Roba da samurai nipponici, insomma.
E qui scatta l’ingiustizia da parte nostra. Nata da un giudizio presuntivo, da un sillogismo senza verifica. Ma, crediamo, vero quanto l’acqua di fonte.
Il giudizio che ci porta a beffarci del gesto renziano sta nelle motivazioni, non del gesto in sé, ma proprio dei perché che hanno spinto l’Uomo sulla via del decisionismo pirotecnico. Abbandonando così l’italica consueta via dell’”attendismo produttivo”.
Ecco: siamo convinti che Renzi non lo abbia fatto per senso di responsabilità (non ne è dotato), non lo abbia fatto per rispetto della volontà popolare (la ha sempre snobbata), non lo abbia fatto per coerenza (scienza da lui applicata solo nella distribuzione di poltronissime ai fiorentini).
Lo ha fatto per soddisfare un piacere personale. Quasi per soddisfare il godimento erotico che lo assale quando si sente un grande. Ma non un grande in mezzo ai massimi, ma Il Grande. Il Diverso. L’omino, quindi, gode del proprio martirio perché solo così si può convincere che, senza di lui, l’Italia non è più Italia. La politica diventa un ritrovo da Circolo dello Scopone. La società del duemila si dirige in massa negli antri da cavernicoli che frequentava sino al suo avvento.
Insomma, gli stiamo dando del cretino? Ma no, gli stiamo dando del malato. Ne abbiamo compassione. E lo assolviamo da ogni colpa, quelle le diamo tutte a coloro i quali, con cinismo, hanno preso un provincialotto dai modi bottegai e lo hanno trasformato in leader per evitare di averne uno vero e subirne le decisioni. Poi, come spesso accade alle marionette, l’omino si è convinto di essere diventato adulto e di meritarsi il posto di princeps alla tavolata dei maggiorenti. A questo punto… apriti cielo. L’oggetto telecomandato è sfuggito di mano e, in tempi di guida autonoma dei veicoli, si è diretto senza fallo verso il primo muraglione autostradale che gli si è parato davanti. Credendo di essere un dio e per questo convinto che i muraglioni si parassero solo davanti agli altri.
Abbandoniamo, quindi, l’idea del gesto nobile. E’ solo un mossa di teatro per soddisfare il proprio ego e, madre di tutte le bugie di un bugiardo per tendenza, per confermare a sé stesso di essere un fuoriclasse. Talmente fuoriclasse da spiccare su chiunque, da meritarsi un posto d’onore nella storia, con statua equestre e con tanto di cavallo bianco e spada sguainata.
Anche se, e facciamo i cattivi sino in fondo, siamo certi che una parte del suo encefalo non abbandoni l’idea del democristianissimo riciclaggio futuro della sua persona.
Ecco, dunque. Ingiustizia è fatta. Abbiamo trinciato giudizi senza avere alcuna prova, se non indiziaria. E così facendo abbiamo distrutto un beau geste, riducendolo ad un problema patologico da trattarsi sull’apposito lettino in presenza dell’apposito psicologo.
Forse, oggi, anche noi abbiamo peccato di presunzione. Ma, siamo certi, ci abbiamo preso!

P.S. Mentre stavamo andando in stampa arrivano le postume dichiarazioni di Renzi rivolte ai giornalisti: “maramaldi che fingono di non vedere l’impressionante elenco delle riforme che abbiamo realizzato, dal lavoro ai diritti, dal sociale alle tasse, dalla cultura alla giustizia”. E poi: “Torno semplice cittadino, senza seggio, né stipendio”.
Avevamo ragione, vero?