Nonostante l’arrivo di Haftar a Roma la partita libica del premier Giuseppe Conte e del ministro degli esteri Luigi Di Maio s’è definitivamente arenata. Dopo un’altra giornata trascorsa a fare il criceto sulla ruota correndo tra Bruxelles, Roma, Ankara e il Cairo alla ricerca di un’impossibile soluzione negoziale Di Maio s’è alla fine dovuto arrendere. Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan hanno invece sbrigato la questione in poche battute. Ieri tra la prevista cerimonia d’inaugurazione del Turkish Stream, la conduttura destinata a portare il gas di Gazprom in Turchia, e una passeggiata per Istanbul, i due hanno gettato le basi per un cessate il fuoco destinato ad entrare in vigore dalla mezzanotte di domenica 12 gennaio. In un paio d’ore, insomma si sono trasformati da mentori della guerra in risoluti pacificatori. E i rispettivi, bellicosi protetti ben difficilmente oseranno opporsi alle loro intese. Certamente non un premier Fayez Al Serraj che deve la sopravvivenza all’appoggio di Ankara. E può – comunque – contare sulla disponibilità di una Russia dimostratasi, anche nelle ultime settimane, sempre molto attenta a non interrompere il dialogo con Tripoli.

Una mossa obbligata, dal punto di vista di Putin per proporsi come garante non solo del generale Khalifa Haftar, ma anche del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. Sull’altro versante neanche Haftar può illudersi d’infrangere gli accordi impostigli dal Cremlino con l’avvallo di Erdogan. Anche perché, prima di comunicarglieli, il presidente russo li ha concordati con gli altri sostenitori e alleati del generale, ovvero con quell’Egitto, quegli Emirati e quell’Arabia Saudita con cui Mosca ha stabilito, alle spalle degli Usa, un nuovo asse di d’acciaio.

Del resto Haftar ha già avuto più di quanto potesse sperare. La rapida avanzata su Sirte, concessagli dai russi, gli garantisce l’egemonia sulla città che fu il simbolo del potere di Gheddafi e gli assicura, in proiezione, i diritti sulle concessioni petrolifere che il Cremlino ottenne un decennio fa dal Colonnello. Dal punto di vista delle infrastrutture, progettate ancora al tempo del rais, non va sottostimato il piano da oltre due miliardi di dollari per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Sirte e Bengasi. Un piano che la Russia vuole a tutti i costi portare a termine.

Ma nell’elaborato intreccio di guerra e pace ordito da Vladimir Putin c’è molto di più. Un di più che va ricercato non solo in Siria, dove Mosca concederà ad Ankara un’altra dilazione nel ricollocamento dei militanti alqaidsti presenti nella provincia di Idlib, ma anche sullo scenario internazionale. Sabato infatti Putin riceverà a Mosca la Cancelliera Angela Merkel consegnandole di fatto le chiavi di quella conferenza internazionale sulla Libia, prevista per seconda metà di gennaio, che la Germania non è fin qui riuscita ad organizzare. La conferenza, come stabilito a suo tempo dall’inviato dell’Onu Ghassan Salamè, non prevede la partecipazione di attori libici. E’ quindi perfettamente in linea con le ambizioni di una Turchia e una Russia restie a concedere un potere effettivo ai propri valvassori locali.

In tutto questo resta da chiedersi cosa resti all’Italia, un tempo potenza di riferimento per l’assetto politico della nostra ex colonia. La domanda fin qui trova poche risposte. In virtù del suo passato, della sua esperienza e delle generazioni di dirigenti transitati dai suoi quadri a quelli della Noc (National Oil Company, l’azienda petrolifera di stato libica) l’Eni ha sicuramente in mano le carte indispensabili per mantenere il controllo delle concessioni energetiche. L’Italia guidata da Conte, di Maio e Zingaretti rischia, invece, di veder compromessa tutta la sua influenza politica perdendo sia il controllo dei flussi migratori che quello, cruciale per la nostra sicurezza, legato al controllo delle infiltrazioni terroristiche.