Una leggenda gira per l’Europa: che, alle presidenziali francesi, Marine Le Pen fosse (e sia) il candidato preferito da Vladimir Putin.
La leggenda non ha alcun solido fondamento ma, a forza di essere ripetuta, è diventata una di quelle certezze che non vengono neppure messe in discussione.
Già la sera del primo turno, il direttore della Stampa intratteneva il pubblico de La7 sulla “strategia russa di indebolire dall’interno l’Occidente e i paesi della Nato” e che proprio per questo Putin avrebbe “apertamente sostenuto Le Pen”.
A parte il fatto che quel “apertamente” si riduce a una photo opportunity scattata al Cremlino un mese prima del voto e a certi presunti, e mai chiariti, finanziamenti che, anni fa, sarebbero arrivati da Mosca al candidato del Front National – a parte questo, l’idea che la Russia stia dietro i candidati anti-sistema (quindi non solo Le Pen, ma anche Jean-Luc Mélenchon) nasce da una profonda incomprensione della attuale politica russa nei confronti dell’Europa.
 La Russia è oggi, culturalmente e geo-politicamente, una potenza conservatrice dello status quo. La sua azione in Crimea, dopo il colpo di stato a Kiev, fu una reazione a quello che venne percepito come un tentativo di destabilizzare l’equilibrio delle forze ai suoi confini.
“Stabilità” è la parola chiave della sua politica estera – che non a caso risuona come un mantra alla Conferenza sulla sicurezza internazionale che si svolge a Mosca in questi giorni.
In tale luce – pur avendo Putin certamente apprezzato il fatto che tre dei quattro principali candidati alla presidenza in Francia si siano espressi a favore di migliori relazioni con la Russia – sarebbe ingenuo pensare che il presidente russo sia stato sedotto dai propositi più estremi. Il Cremlino non vuole la Francia fuori della Nato né vuole la destabilizzazione dell’Unione europea (se mai, un cambiamento della sua attuale politica).
L’Ue è il principale partner commerciale della Russia e la Russia non vuole che l’Unione finisca nel caos. Pur essendo i rapporti oggi molto insoddisfacenti, al Cremlino sanno bene che un eventuale disordine europeo potrebbe renderli ancora peggiori.
Tutto ciò è tanto più vero in quanto, questa volta, un candidato “preferito” alle elezioni francesi Putin lo aveva, ed era François Fillon. Fillon rappresentava precisamente quell’idea di una normalizzazione dei rapporti con Mosca, ma all’interno di un quadro europeo stabile. Era, agli occhi del Cremlino, l’ideale continuatore della tradizione gaullista, indipendente in politica internazionale, avverso alle pressioni “atlantiste” e alle politiche dei “regime change”, che prometteva di fare della Francia un contraltare alla egemonia tedesca sul continente.
Questo era molto chiaro anche all’attuale establishment anti-russo, tanto che, a voler essere maliziosi, viene perfino naturale guardare al modo strano in cui è stata demolita la sua candidatura (fino a qualche mese fa era lui il favorito). Ricorderete gli allarmi che, puntualmente, all’inizio della campagna elettorale paventavano “le interferenze” russe nella competizione, e mettevano in guardia contro la prospettiva che il Cremlino mettesse in circolazione dossier compromettenti sulla vita privata di Emmanuel Macron. E invece, gli unici dossier che sono arrivati alla redazione di un giornale parigino sono quelli su Fillon e sua moglie Pénélope.
Ora, in vista del secondo turno, come è nel galateo istituzionale, Putin dichiara che la Russia “rispetterà” i risultati del voto e lavorerà con chiunque siederà all’Eliseo (non senza togliersi qualche sassolino dalla scarpa e far notare che le uniche interferenze sono venute dai leader europei, che hanno, loro sì “apertamente”, sostenuto il candidato Macron).
 Del resto, nonostante i sovreccitati allarmi sul pericolo “populista”, a Mosca non sono mai state considerate molto solide le chance di Le Pen, tanto meno ora che, a parte imprevedibili sorprese, il leader di En Marche dovrebbe spuntarla al secondo turno. Una presidenza Macron non rappresenterà per Mosca una novità, inserita com’è, per quanto riguarda la politica estera, nella continuità rispetto al suo predecessore. E i problemi che l’Europa si troverà ad affrontare con il suo grande vicino russo sono gli stessi che preesistevano.
Primo fra tutti, quello della crisi ucraina. Sergej Lavrov lo ha ricordato a Federica Mogherini nel corso del loro recente incontro, dove è stato di nuovo evocato il grande imbroglio delle sanzioni. Perché imbroglio? Perché le sanzioni europee sono direttamente collegate agli Accordi di Minsk: le sanzioni saranno tolte, dice la Ue, quando gli accordi saranno finalmente attuati.
Ma tutti coloro che conoscono quegli accordi sanno bene che oggi l’ostacolo principale riguarda due punti, che dipendono non da Mosca ma da Kiev: il governo ucraino, è scritto nel testo di Minsk, deve avviare negoziati diretti con i rappresentanti del Donbass; inoltre deve realizzare una riforma costituzionale che garantisca una sostanziale autonomia alle regioni ribelli filo-russe. Sono i due punti che finora Kiev non ha voluto o non ha avuto la forza di attuare.
E’ proprio questa circostanza che ha permesso a Lavrov di rivolgersi a Mogherini con quello che solo apparentemente può suonare come un paradosso: se la logica delle sanzioni è esercitare pressioni sulle due parti in campo, perché non vengono estese anche all’Ucraina?
Massimo Boffa, La Verità, 28 aprile 2017.