San Pietroburgo è tante cose. In primis, è il sogno realizzato di Pietro il Grande, lo zar modernizzatore che detestava Mosca. L’imperioso monarca, in odio alla vecchia capitale, chiamò i migliori architetti italiani per costruire, alle foci della Neva, la sua città. Per la “Russia eterna” una finestra aperta sul Baltico. Per l’impero dei Romanov — Caterina, Alessandro, Nicola —  una vetrina prestigiosa sul mondo. Trecento anni  di potere, cultura, dispotismo, eleganza.  Poi, la rivoluzione del 1917, Lenin, l’incrociatore Aurora, gli anarchici  ribelli di Kronstadt fucilati da Trozkij. La dittatura dei soviet,  l’assassinio di Kirov, lo stalinismo e  la guerra e i 900 giorni d’assedio. Poi il disgelo e, infine, lo svanire dell’incubo comunista.

San Pietroburgo è tante cose, ma è anche — e soprattutto — la città di Vladimir Putin. Il laboratorio politico e culturale del suo partito e, al tempo stesso, il simbolo dell’opposizione filo occidentalista. Ecco perchè nello scenario russo, il  trasferimento, annunciato lo scorso 10 gennaio della cattedrale di Sant’Isacco alla Chiesa ortodossa, è un dato politico e culturale importante. Da analizzare.

La maestosa chiesa, costruita tra il 1818 e il 1858 dallo zar Alessandro I per celebrare la vittoria su Napoleone, divenne — con i suoi 111,2 metri di lunghezza e 97,6 di larghezza, 4000 mq interni con  600 mq di mosaici, 16000 chilogrammi di malachite e 14 tipi diversi di marmo e l’ardito tetto a cupola (uno piu’ grandi del mondo) — il simbolo dell’impero e dell’Ortodossia. I comunisti  non lo potevano accettare. Nel 1931, dopo lunghe discussioni, decisero (bontà loro…)  di non dinamitare l’enorme complesso  — a differenza della cattedrale del Cristo Salvatore moscovita e tante altre chiese sparse nel paese —   e trasformarmarono l’edificio in un improbabile Museo dell’ateismo. Una follia ideologica: negli anni, ignorando i pannelli e i cartelloni del partito, i credenti pietroburghesi continuarono a frequentare la loro cattedrale e a pregare le sacre icone.

Poi il crollo dell’URSS. Finalmente i pope tornarono e, tra fiumi d’incenso e canti struggenti,  le celebrazioni religiose ripresero. Nel frattempo, la cattedrale rimaneva un museo pubblico, con oltre 3 milioni di visitatori all’anno e ottimi incassi per le esangui casse municipali.

Ora Putin ha deciso di chiudere una pagina e restituire il complesso alla Chiesa. Per rassicurare il sindaco, il prudente Patriarca Kirill ha assicurato che una parte del museo resterà in funzione. Almeno per il momento, qualcuno strapperà i biglietti e incasserà.

Ma la questione di Sant’Isacco è ben più complessa di una mera questione di rubli. Per gli “occidentalisti”, strambamente nostalgici dell’ateismo di Stato sovietico,  la restituzione è un’offesa alla laicità, al “progresso”. Purtroppo per loro, il presidente ha deciso da tempo che i valori tradizionali  contano più che i dogmi del “liberalismo occidentale”. E poi, la Chiesa ortodossa è un valido alleato e un efficace strumento di soft power per la riunificazione del cosiddetto “mondo russo”. La grande politica è decisione, realismo, progetto. Ovunque.