La formazione del nuovo governo Renzi merita un primo, sia pur sommario e generico, commento. Poi si vedrà cosa dirà alle Camere, quanti voti avrà, quali provvedimenti immediati delibererà, ed anche su quei fatti ci si potrà esprimere. Questi commenti si possono così riassumere:

Il mistero dell’accelerazione di Renzi

 

Tutti gli osservatori politici hanno subito evidenziato la sorprendente accelerazione di Renzi per diventare presidente del consiglio, dopo appena due mesi dalla sua elezione a segretario nazionale del Partito Democratico, con tutte le difficoltà interne che doveva ancora risolvere, e soprattutto dopo le sue ripetute e pubbliche dichiarazioni di voler essere “legittimato” da una vittoria elettorale. Ed a questo proposito aveva anche dato priorità alla riforma del sistema elettorale nella prospettiva di effettuare le elezioni politiche anticipate subito dopo l’approvazione da parte del Parlamento. Poi, ha fatto all’improvviso dichiarazioni contro l’immobilismo del governo Letta cui sono seguite la riunione della direzione del PD il 13 febbraio scorso, il documento di sfiducia al Governo, il suo incontro con Napolitano, le dimissioni di Letta, la sua nomina a presidente del consiglio: tutto in dieci giorni! Come mai? A nostro parere, le ipotesi sono molteplici. Può essere che, anche per effetto delle dimissioni di Cuperlo, Renzi si sia reso conto che governare il partito era più difficile che vincere le primarie e quindi ha preferito passare direttamente al governo; ma può anche essere che, poiché nonostante il nuovo sistema elettorale e l’ascesa del PD, i sondaggi continuavano a dare vincente la coalizione di centro-destra, bisognava neutralizzare l’ipotesi di una futura, possibile, vittoria di Berlusconi.

Così, a Renzi è stato imposto dal presidente della repubblica – più tenace che mai nel dirigere la politica italiana, nonostante le accuse di Friedman e le minacce di messa in stato di accusa – l’ascesa al governo per prolungare la situazione di altri mesi, se non anni, sperando che il tempo ridimensioni le possibilità di Berlusconi se non altro per ragioni di età a prescindere dalle pendenze con la giustizia.

Però Renzi, forse costretto a questa accelerazione da quegli stessi “poteri forti” che diverse rivelazioni giornalistiche indicano essere suoi interessati “sponsor”, a cominciare da De Benedetti, potrebbe essere caduto in una trappola astutamente tesagli contando sulla sua “smisurata ambizione”: mandarlo subito al governo può servire a svelarne una possibile incapacità a districarsi nei meandri parlamentari e della pubblica amministrazione, a farlo apparire indifeso ed inutilmente attivo nelle riunioni economiche internazionali soprattutto nel futuro periodo di presidenza italiana dell’Unione Europea (tanto più che gli è stato imposto un cane da guardia degli interessi eurocentrici come Padoan), in altri termini a “bruciare” le possibilità di un leader giovane ed innovativo di svincolarsi dai “poteri forti” contando su un largo consenso popolare, cosa per loro sempre pericolosa.

Chissà se Renzi è conscio di tutto ciò ed abbia accettato ugualmente la sfida per combattere queste pressioni dal banco del governo. Certo è che le tre ore di colloquio/scontro con Napolitano sono abbastanza eloquenti per fargli comprendere le forze (ormai non tanto più occulte) con cui dovrà confrontarsi. Staremo a vedere, i prossimi mesi ci diranno se lui saprà resistere o dovrà cedere.

Il ruolo di Berlusconi

 

Il ruolo svolto da Berlusconi nella vicenda Renzi è piuttosto difficile da decifrare, e si presta a diverse chiavi di lettura. Innanzitutto, egli ha colto prontamente l’occasione dell’incontro con Renzi sulla proposta di riforma elettorale per annullare di fatto l’isolamento politico susseguente alla sua decadenza da senatore. E questa presenza è continuata con l’incontro istituzionale nelle consultazioni con il presidente della repubblica e di nuovo con lo stesso Renzi quale presidente incaricato. Ma, al di là di questa “legittimazione”, peraltro accettata senza grandi scandali dalla stampa e dall’opinione pubblica, qual è stato il risultato concreto?

A nostro parere, negativo. Perché l’insediamento di questo governo, e l’imminente inizio del semestre europeo di presidenza italiana, rinvia di almeno un anno le elezioni e ciò potrebbe indebolire l’area di centro-destra. Poi c’è la riconferma al governo, in ruoli tutto sommato importanti, di Alfano e dei suoi sostenitori usciti da Forza Italia i quali vorranno certamente rafforzarsi ulteriormente grazie anche al potere esercitato nel governo. Infine, c’è la proposta di legge elettorale che, negli accordi per la formazione del governo, è stata posposta allontanando definitivamente l’ipotesi di elezioni a breve termine. Quindi, i prossimi mesi vedranno Renzi ed il suo governo cercare di conquistare consensi con qualche buona manovra; il Nuovo Centro Destra cercherà di rafforzarsi, soprattutto in sede locale; e Berlusconi sarà costretto (a parte le vicende giudiziarie) a stare all’opposizione che, essendo fatta di malavoglia e debolmente, certamente non porta consensi.

L’errore della riforma elettorale

 

A tutto ciò, si aggiunge – da parte di Berlusconi – il radicale errore sull’accettazione della riforma elettorale così com’è stata concepita, il cosiddetto “italicum”. Ci siamo già espressi in merito: essa in realtà penalizza le larghe coalizioni, imponendo soglie di sbarramento assai elevate ai cosiddetti “piccoli partiti”. Ed invece è notorio, fin dai tempi della Democrazia Cristiana e dei vari “pentapartiti”, che mentre a sinistra si tende a riconoscersi in un partito unico, a destra – per la natura stessa dell’uomo di destra che tiene alla sua identità storica e culturale – vi sono più di un partito, tutti con una certa presenza attiva ed una dignità di comportamenti. Perché allora seguire l’utopia – ripetuta anche recentemente – della maggioranza assoluta da attribuire a “Forza Italia” quando già oggi i sondaggi la danno addirittura al terzo posto, dopo il PD ed il Movimento di Grillo? Berlusconi ed i suoi consiglieri elettorali avrebbero dovuto far abbassare, od addirittura eliminare del tutto, le soglie di sbarramento per aggregare il maggior numero possibile di movimenti politici che dichiarano di appartenere al centro-destra.

Fra l’altro, la critica ai “piccoli partiti” che impedirebbero di governare è contraddittoria ed errata nella storia recente. E’ contraddittoria perché lo stesso Berlusconi ripete sempre, ed ha perfettamente ragione, che in Italia è difficile governare non per colpa del Parlamento o dei partiti ma di tutte le interferenze interne ed esterne: presidenza della repubblica, corte costituzionale, attività concorrente delle regioni, direttive europee, ecc. Ed è errata perché l’esperienza del PDL, grande partito unico del centro-destra, ha comportato continue scissioni: ricordiamo oltre a quella di Fini, anche quelle del “Grande Sud” di Miccichè e di Alfano. Quella di “Fratelli d’Italia” è diversa, perché allora si era all’opposizione e si era in vista delle elezioni politiche.

D’altra parte, non è forse vero che proprio recentemente – nel corso delle elezioni regionali in Sardegna – il candidato di “Forza Italia” era sostenuto da una pluralità di liste? E non è anche vero che le elezioni sono state perse per non aver fatto un accordo elettorale e di governo con l’ex-esponente di “Forza Italia” Pili?

Quindi, attenzione su questo versante. Se la riforma della legge elettorale slitta, sarebbe bene che anche Berlusconi ci rifletta su e l’accantoni, se il centro-destra vuole sperare di vincere quando qualcuno, in Italia od in Europa, ci consentirà di andare a votare liberamente.