Brutta roba la faccenda romana. Un volgare intreccio tra cattiva politica, pessima imprenditoria e vera criminalità. Certo, Galan e i suoi amici in Veneto hanno fatto di peggio. Certo, l’Expò milanese non brilla per trasparenza e onestà. Certo, le mafie dominano — dal Piemonte alla Calabria e Sicilia —  un terzo d’Italia. Lo sappiamo. Ma Roma, per noi,  era un simbolo. Un progetto. Un sogno. Oggi Roma è un brutto presente.

Sicuramente tutto, una volta messo in sicurezza l’inutile Marino, si sgonfierà e Gianni Alemanno uscirà, tra qualche anno, da questa stramba inchiesta pulito. Limpido. Certamente la magistratura farà luce sui strani affari del partito democratico capitolino, soprattutto sulle trattative della componente ex comunista con la malavita e il malaffare. Magari sapremo qualche cosa in più sulle pericolose connessioni tra le cooperative cattoliche e  rosse e  “nuovi negrieri” e vecchi banditi. Basta aver pazienza.  E attendere il sequel di “Romanzo criminale”. De Cataldo non attende altro.

Ma gli schizzi di merda di questi giorni rimarranno. Indelebili. Incancellabili. Nulla di strano, quando svaniscono malamente i sogni diventano incubi. E allora è necessario risvegliarsi, fare i conti con la realtà e ammettere le proprie responsabilità: il fallimento politico e morale. A Roma come (quasi ovunque in Italia), la destra politica non ha avuto la capacità, l’intelligenza, il cinismo necessari per essere forza di governo. D’alternativa reale.  A Roma come (quasi ovunque in Italia) la destra politica non è riuscita a costruire una nuova ipotesi di società e Stato.

Le ragioni di questa sconfitta terribile sono profonde, le radici affondano nel passato prossimo e meno prossimo. Con buona pace  delle prefiche della Fiamma,  il disastro di oggi è il risultato di abitudini almeno cinquantennali: una prassi politica minimalista e inutilmente retorica, una mancata selezione interna (quanti idioti si sono scoperti improvvisamente ai vertici di Stato, regioni, comuni e provincie…) e tanta ignoranza, primitivismo. Inutile arroganza. Stupida presunzione.

Il problema è tutto politico. E di politica, quella vera, è necessario iniziare (o tornare) a ragionare. La faccenda romana non è solo una questione che riguarda Alemanno — certamente incolpevole ma politicamente co-responsabile della devastazione di un ambiente —  e di alcuni suoi pessimi collaboratori — forse non proprio trasparenti —,  ma riguarda l’intera classe dirigente missina e alleanzina. Da qui la necessità di aprire un dibattito vero, lacerante, magari crudele ma chiaro, sull’altro ieri, su ieri, su oggi. Al di là dei momenti giudiziari e dell’eccitazione dei media.

Ecco l’urgenza di un passaggio, forse per alcuni fastidioso, ma necessario e improrogabile per qualche milioni d’italiani onesti. Un travaglio indispensabile per non morire renziani o salviniani. Per non farsi consumare dal moderatismo e dal settarismo. Per non vergognarsi d’avere creduto. Per dare finalmente un futuro degno ad una grande idea. “La più mediterranea ed audace”…