Ho letto con attenzione gli editoriali su destra.it di Marco Valle e Mario Flugy Ravetto sul futuro della destra politica, sul “sondaggione”, sulla Fondazione, sul nostro passato e il nostro avvenire. Parole dure, concetti chiari. Ruvidi. Mario e Marco sono fatti così. Mario e Marco sono fatti bene.

Ed allora ecco un mio contributo al  dibattito che si sta animando in vista dell’assemblea della Fondazione Allenza nazionale del prossimo 3 ottobre. Un contributo nel segno del buonsenso, del raziocinio, lontano dallo scontro tra tifoserie, distante delle infinite “guerre sante” che hanno massacrato un’Idea. Da tutte le maledizioni sempre presenti, nella storia della destra dal dopoguerra in poi.

Perciò niente reciproche scomuniche tra depositari della “fede” e affrontiamo finalmente un confronto sui temi e sui contenuti.

1. Conosco personalmente da diversi anni almeno tre dei firmatari della famosa mozione, per cui sono sicuro della loro onestà intellettuale nel riproporre un percorso di riaggregazione   della Destra , ripartendo dalla Fondazione AN e sono  cosciente che attorno a questa proposta si ritrovano anche persone che hanno avuto responsabilità di primo piano nella conduzione politica  di An.

Certo, la fondazione non  e’ nata per “musealizzare” una storia, ma per preservare la possibilità di proiettare nel futuro una esperienza e una cultura , che ha attraversato tutta la storia repubblicana. Concordo sulla considerazione, che al di là di Fratelli d’Italia, vi sia un ‘area importante di militanti , di eletti  e  di amministratori locali certamente di destra, con quali  bisogna cercare un percorso di ricomposizione della diaspora.

Incidentalmente, rivendico il,fatto di,essermi impegnato, con tanti amici, a contribuire alla nascita di FdI, mentre altri ex-AN ancora cincischiavano tra Mario Monti e berlusconismo declinante.

 

Questo percorso di ricomposizione, in realtà, e’ gia’ stato avviato da tempo, proprio da Giorgia Meloni, con l’esperienza di  Officina per l’Italia, con le elezioni primarie in cui si sono espressi decine di migliaia di persone e  con il congresso di Fiuggi. Nessuno può accusare la Meloni, di non aver lanciato appelli ad unirsi in una comune impegno e nessuno può scordare che alcuni, Alemanno in primis, lo hanno raccolto. Un apporto importante nel dibattito dell’assemblea della Fondazione e nella “concessione” dell’utilizzo del simbolo di AN, nonché sui temi centrali della critica all’euro e sui trattati europei che strangolano l’Italia.

 

Tale appello, purtroppo, invece non fu raccolto da altri, tra cui alcuni firmatari della odierna mozione, il cui disimpegno non ha contribuito a mancare, sia  pure per poco, l’obbiettivo di superare lo sbarramento del 4 per cento alle Europee.

 

Dobbiamo però ammettere — con onestà e franchezza — che tale obbiettivo  fu  mancato anche perché il partito non seppe caratterizzarsi: debole la linea antieuro, fragile la natura di destra identitaria (nonostante gli impegni del congresso di Fiuggi). Non possiamo perciò nasconderci il fatto che la  leadership  giovane, forte  e instancabile di Giorgia Meloni — unita alla generosità di militanti e  dirigenti di partito — non  sia stata sufficiente a colmare alcuni vuoti di linea  politica e programmatica e la cronica mancanza di mezzi e risorse, che affliggono FdI e ne impediscono una sostanziale crescita.

 

Dobbiamo convincerci, inoltre, che non si può crescere tra rancori personali e scambio di accuse sulle scelte passate. Bisogna ritrovarci nella chiarezza con chi, sebbene in ritardo, è pronto a condividere un nuova esperienza comune.

Le sfide che ci attendono in termini politici, sociali ,antropologici sono talmente importanti che è necessario, urgente costruire una realtà politica larga, inclusiva e forte. Una realtà dotata di tutti i mezzi a sua disposizione per sconfiggere la dittatura del pensiero unico.

 

2. Ecco perché è semplicemente impensabile anche la sola idea che la fondazione possa ricostituire, sic et simpliciter, Alleanza Nazionale, un’esperienza politica (mal) conclusa male) e non rimpianta.

Non dobbiamo scambiare la speranza dei tanti, tantissimi elettori e militanti (certamente molti di più di quanto non facciano capire certi sondaggi farlocchi) per la rinascita di un grande contenitore di destra, con la nostalgia di AN: una struttura-partito ingessata, rissosa e caratterizzata da una azione politica spesso inconcludente.

L’ipotesi di Alleanza Nazionale nacque dalla felice intuizione di allargare il perimetro storico della destra nazionale italiana, oltre l’esperienza di testimonianza ideale del MSI, costruendo un partito della Nazione, che doveva essere centrale e non centrista, protagonista del processo di rivoluzione italiana, da tanti auspicata, che doveva compiersi nella realizzazione della Seconda Repubblica.

Siamo onesti. Tale esperienza — al di là dei altalenanti risultati elettorali — era già politicamente fallimentare dall’inizio: per la mancanza di una visione culturale ampia e coerente, il rapporto indefinito con il fascismo e il neo fascismo (non superato per evoluzione, ma rimosso d’imperio per non disturbare il conducente) . Aggiungiamo la pessima gestione dell’esperienza di governo, un percorso  più interessato ad occupare spazi di potere piuttosto che gestire un cambiamento profondo delle strutture politiche e culturali della nazione.

Non parliamo poi della dinamica oligarchica della vita di partito, in cui alla meritocrazia si preferiva la logica dell’infeudamento. Esperienza quindi del tutto conclusa, di cui però bisogna saperne recuperare il progetto iniziale, non realizzato, il patrimonio di militanza umana e anche, perché no, le risorse.

È’ da escludersi, anche in via ipotetica, l’accantonamento dell’esperienza politica di Fratelli d’Italia, che pur carente di mezzi e strutture,  ha dimostrato d’essere una realtà stabile del panorama politico, ed avere una leadership con Giorgia Meloni un riferimento forte.

 

3. Ma in FdI “qualcosa” non funziona. Inutile prendersi in giro: l’attuale impostazione di Fratelli d’Italia,  al di là della Meloni e dello spirito militante del territorio, non permettere di crescere . Il risultato è il protagonismo politico di Salvini e  il regime renzista .I sondaggi e i risultati ci attestano ad un pur ragguardevole 4 %, con una crescita lenta, ma limitata. Niente di più.

 

Serve perciò un ulteriore cambio di passo, attraverso il quale la Fondazione AN  e  FDI diventino le basi indispensabili al lancio di un processo di riaggregazione che conduca  alla naturale evoluzione  di un soggetto politico , più grande e competitivo, che unisca i mezzi, il patrimonio storico e di fascinazione della fondazione e  la struttura e la presenza  nelle istituzioni di Fratelli d’Italia.

Un processo che sia innanzitutto politico, perché il tema non è semplicemente riaggregare tutti coloro i quali militavano in AN, (fatto auspicabile, ma non sufficiente) quanto elaborare una proposta politica che parta da una visione del mondo chiara e netta, impostata su coordinate culturali adeguate al confronto con la modernità, ma non ne sia succube.

Quindi il dibattito del 3 ottobre è importante. Per cominciare a scrivere questa “piattaforma comune”, senza la quale non si va da nessuna parte, per richiamare chi ci sta’ , una volta per tutte, ad un impegno comune, senza  che nessuno possa accampare privilegi o diritti acquisiti, che non siano quelli del vera meritocrazia.

Ma soprattutto per avviare con decisione un “offensiva ” politica a tutto campo, che miri ad acquisire consensi e aggregazioni tra il popolo degli astensionisti, ma anche e soprattutto tra gli elettori di FI, Lega e anche M5 stelle (un elettore su quattro dei grillini continua a dichiararsi di centrodestra).

 

4. Molti hanno il timore, legittimo che una certa classe dirigente di colonnelli, capitani e marescialli, possa utilizzare lo “scongelamento” della Fondazione AN, per tornare a “contare”, sganciati da un reale consenso, magari per riproporsi per ruoli istituzionali. Questo non può essere consentito a nessuno.

E in questo processo, vedo Fratelli d’Italia protagonista essendo una realtà ineludibile, che deve ancora una volta accettare  la sfida, anche quella di continuare a tenere la porta aperta a coloro i quali,ancora non l’hanno varcata.

Quindi FdI che riavvia con la Fondazione AN un nuovo processo congressuale, di cui non si può avere paura, se condotto con regole certe e in trasparenza,nel quale affiancare a Giorgia Meloni una classe dirigente motivata, determinata e preparata.

Per fare questo, serve innanzi tutto un pensiero strutturato, con un progetto di ampio respiro, perché non basta la “pesca delle occasioni”, la comunicazione sui Social media o il ricorso alla militanza classica, per ambire a tornare alla guida del nostro popolo. Quindi questo soggetto politico (un FDI ancora più grande) deve diventare un luogo di elaborazione politica e culturale , aperto alle migliori intelligenze, senza preclusioni personalistiche, che consenta di affrontare le questioni dell’attualità, per dare sostanza “pesante” alle proposte da tradurre in parole d’ordine e campagne politiche e, speriamo, in prassi di governo.

Allora si investa in comunicazione , moderna ed efficace, da affidare a giovani da far crescere professionalmente, creando blog, portali di informazioni, periodici di approfondimento, sostenuti economicamente e non più lasciati allo spontaneismo volontaristico.

5. La destra, per non ricadere nei  tragici errori del passato, deve partire dalla cultura e dalla comunicazione, se vuole avere una prospettiva strategica, che consenta non solo di vincere qualche competizione elettorale, ma anche e soprattutto d’avere la forza di governo, con un bagaglio necessario per declinare le idee in fatti concreti.

Certo, servono anche le risorse da usare con trasparenza, sobrietà e oculatezza. Mezzi e fondi per strutturare un partito  e dotarlo del minimo indispensabile per fare politica. È urgente riaprire le sedi di AN, non per creare  segreterie burocratiche di un partito (uno spazio vuoto in cui scannarsi su tesseramenti e inutili organismi dirigenziali) ma luoghi dove costruire una rete di laboratori di radicamento  sociale, dove ascoltare la gente, diffondere idee, dibattere ma anche mettersi concretamente al servizio della comunità.

È necessario avere la capacità di poter realizzare iniziative di alto valore simbolico, soprattutto, concretamente al servizio della gente. Per esempio, con una parte dei famosi” fondi”,si potrebbero realizzare azioni concrete simili ad esempio a quella operata dai grillini in Sicilia,con la strada realizzata a loro spese, per bypassare il blocco autostradale tra Palermo e Catania.

E in questo contesto, vi è bisogno di un movimento politico, aperto, meritocratico, dove realmente i ruoli di rappresentanza siano garantiti da trasparenti metodi di partecipazione (leggi congressi e primarie), che è stata sin dal primo momento la cifra distintiva di FDI.

Per evitare  gli errori del passato, concordo sulla proposta di Storace, ripresa da Carlo Fidanza: i “colonnelli” e altri devono ,se vogliono dare una mano, tornare a cimentarsi nelle competizioni elettorali territoriali.

Se si vuole, con umiltà, pazienza e rispetto delle persone, le soluzioni politiche e giuridiche si possano trovare.

Lo chiedono i tanti militanti come me, che non ambiscono a ruoli elettorali importanti, ma vogliono continuare ad impegnarsi , possibilmente con un minimo di mezzi adeguati, in un esercito nel quale sia veramente chiaro che il nemico è esterno e non interno.

Quei tanti non hanno più voglia di essere strumenti di diatribe, finalizzate  solo a costruire o ricostruire carriere di chicchessia, anziani o giovani.

Guai a voi , in quel caso, perché la collera (elettorale e non solo) delle periferie questa volta segnerebbe il definitivo fallimento politico della destra italiana.