Il centenario sansepolcrista ha riaccesa l’isteria giornalistica sulla presunta “deriva fascista”, italiana se non addirittura europea (secondo alcuni mondiale, per altri ancora galattica). Quanto sia basso il livello della polemica è stato recentissimamente mostrato dall’avvilente scambio di coglionerie subumane fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini; la cosa spaventosa è che molti li hanno trovati divertenti. Prima della loro rissa su twitter, in un noiosissimo scenario fatto da una parte di strilli boldriniani, vaccate di Open (santuario della disinformazione raccolto attorno al Mentana idolatrato da chi crede ci si possa occupare di politica col muso incollato allo smartphone), strepiti di un Raimo qualsiasi (scandalizzato dal fatto che i ragazzi che frequentano Casa Pound credano in qualcosa, anziché buttarsi via fra droga e discoteche); dall’altra, di apologie di Traini lo sparatore di Macerata e magliette con slogan imbecilli fra i soliti casi umani a Predappio; era spiccato un tentativo, più vistoso del solito, di farsi notare della papessa antifascista Michela Murgia: due barzellette che non fanno ridere, le Istruzioni per diventare fascisti e il fascistometro che reclamizzava il suddetto libercolo. Il problema è che la strillona del gruppo L’Espresso non ha la minima idea di cosa il fascismo sia: stando ai parametri del suo test, sarebbe infatti un miscuglio di qualunquismo, democristianesimo di destra da “maggioranza silenziosa”, leghismo (più bossiano che salviniano). Invettive contro i migranti, furbetterie berlusconiane, cinismo spicciolo, provincialismo bigotto.

Se la Murgia (una che stronca Buttafuoco a priori, perché di destra… ma quanto vorrebbe averne lo spessore, la cultura, lo stile, il livello) e compagnia berciante facessero  davvero quel che rimproverano a chi non la pensa come loro di non fare (studiare), saprebbero che il fascismo è ben altro.

Una risposta seria a questa levata di ditini puntati è arrivata da un volume della Castelvecchi, collana Master: La terza via italiana. Storia di un modello sociale, saggio centrale e due mini-biografie politiche e intellettuali (Craxi e Rasi) di Francesco Carlesi, altre due note biografiche (Mazzini e Gentile) di Valerio Benedetti, introduzione di Augusto Grandi.

Altro che le stroncature preconcette della sedicente intellighentsia antifascista, altro che le damnatio memoriae paventate dai maggiordomi dei signori degli anelli globalisti. Se l’Italia ha avuto nel ‘900 una grandezza, si mettano il cuore in pace i censori del passato, i soloni nevrastenici con la memoria selettiva: ciò è successo col corporativismo.

Storia autentica, quella della Terza via italiana: con la S maiuscola, di uomini spesso grandi che hanno pensato in proporzione alla loro statura. E di conseguenza hanno agito. Che vastità nel pensiero di Mazzini, e che contrasto – bene lo descrive Benedetti nella prima appendice, Giuseppe Mazzini e le origini del fascismo – tra il suo propugnare primato della nazione sulla classe, spiritualismo, rivoluzione sociale, la politica quale missione e pedagogia collettiva, l’identificazione fra pensiero e azione, etica di dovere ed eroismo, approccio volontaristico alla realtà, centralità di élite d’avanguardia, mito della Terza Italia e della Nuova Roma (e che tedio al confronto, il materialismo delle due grandi alternative comunista e liberista; che spazzatura al confronto, il volar basso del pensiero liberale, la retorica dei diritti individualistici cui Mazzini, in anticipo, rispondeva con la bellezza del dovere e dello stare in società)…

Che esaltazione, l’attualismo di Gentile che mette l’economia al servizio della politica; e non viceversa, come fanno i lacchè di Bruxelles, gli anti-italiani che predicano la sottomissione al mercato comune, i traditori che aprono la porta all’invasione finanziaria e a quella via barcone perché “ce lo chiede il padrone” – quelli che si scandalizzano per gli altrui revisionismi, salvo ribadire da anni la boiata della rivoluzione fascista asservita alla borghesia… che distanza fra lo Stato etico del Gentile corporativista, accentrato sul lavoratore, e gli stalinisti e maoisti coi piedi al caldo trasformatisi in stonati e stantii corifei del libero mercato. Il fascismo è stato – anche – questo (con buona pace degli esorcisti che pretendono di ricacciare nella fogna quella caricatura, da loro stessi tracciata, fatta di culto della personalità, adunate, priapismo).

La dottrina del fascismo di Gentile e Mussolini è stata anche la Terza Via: e questa (bloccata, lo precisa nell’introduzione Benedetti e a più riprese lo ribadiscono gli altri due saggisti, dalla borghesia e dall’imprenditoria prima ancora che dal disastro della Seconda Guerra Mondiale) è stata la più audace opposizione al liberalismo e al comunismo, e alle loro disumanizzazioni. Gentile al riguardo parla di umanesimo del lavoro: ed è bizzarro che i sacerdoti del motto “restiamo umani” siano gli utili idioti della mercificazione del lavoro e peggio ancora del lavoratore, dell’individualismo che riduce la persona a una monade inerte e preda di capricci indotti dal mercato, dell’utilitarismo che devasta l’ambiente.

Il corporativismo è stato ben altro da ciò: è stato il tentativo (e per nulla campato per aria) di liberare l’uomo, e di arrivare a ciò liberando il lavoratore – il produttore. Renderlo pienamente partecipe della vita politica, facendogli decidere sulle questioni specifiche.

Quello di Carlesi, ben coadiuvato da Grandi e Benedetti, è un percorso molto riflessivo, ben documentato ma anche emozionante. Fa sperare, fa infuriare, perché pone con lucidità di fronte a una pluridecennale storia di degrado. Con una battuta feroce, Grandi nell’introduzione scrive che l’industria italiana una volta era guidata dall’ENI di Enrico Mattei, e che più recentemente è stata pilotata dalla Confindustria di Emma Marcegaglia: e che in ciò si vede il declino italiano – industriale e non solo. Un crollo che è anche politico, sociale, culturale. Lo si vede – questa la denuncia di Benedetti – nelle acclamazioni acritiche alle baggianate di Benigni: il suo saggio cita il terribile commento dell’inno di Mameli che il berlingueriano venduto all’UE propose al festival di Sanremo, individuando in Churchill un padre della patria (non di quella britannica: di quella italiana…), ma che dire dei suoi insulti a Dante (perché anche questa è politica: lo svilimento di un tesoro culturale è una ferita all’identità, e all’Italia intesa come nazione in senso mazziniano hanno fatto male sia le indegne letture dantesche di Benigni, che l’abbassamento dei gusti del pubblico al suo livello) o delle sbrodolate stucchevoli sulla Costituzione (col solito ritornello da bravo ragazzo del coro: “la più bella del mondo”… mica era un ribelle, un toscanaccio aggressivo e dissacratore?).

La Costituzione, appunto: feticcio di chi si scopre identitario quando fa comodo richiamarsi alla sua laica “sacralità” per urlare all’allarme fascista; eppure, nel suo tanto citato (e abusato) primo articolo c’è un richiamo preteso da Amintore Fanfani: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… passaggio ovviamente gentiliano e corporativo, osserva bene il saggio.

Saggio, questo La terza via italiana di Carlesi, che sarebbe degno di maggior diffusione, di più vasta lettura. Riflessione seria, revisionismo ben riflettuto, con buona pace di chi (come la Bollati Boringhieri, col suo tam-tam per reclamizzare un testo con cui l’ennesimo cocco della maestra pretende di stroncare chi ripete – e in effetti lo dicono ormai un po’ tutti, un po’ troppi – Mussolini ha fatto anche cose buone) vorrebbe zittire le riletture della storia italiana alternative alla vulgata imposta; attenendosi comunque a una serietà che impone sì di rivisitare la figura di Craxi (come nel mini-saggio di Carlesi fra gli apparati: Bettino Craxi. Apogeo e fine della sovranità italiana?), ma senza scadere nella sua improponibile santificazione, come recentemente in voga presso il sovranismo più becero e facilotto.

Testo tanto necessario nel desolante scenario di un dibattito che, partendo da un presunto “allarme nero”, si basa sul nulla e resta in superficie (spesso da entrambe le parti: come nella riproposizione del mazziniano “Dio, patria e famiglia” al controverso congresso delle famiglie di Verona, che alcuni hanno additato come motto fascista, salvo essere smentiti: ma né il contesto, né gli oratori erano comunque degni di proporlo), tra slogan e disinformazione, cui l’Autore e i due co-autori rispondono con una indagine seria, di livello alto.

Francesco Carlesi

La terza via italiana. Storia di un modello sociale

Castelvecchi, Roma 2018

ppgg. 184, euro 23,50