Passata la sbornia post elettorale, in cui siamo stati sommersi dai commenti dei”tifosi”, intenti a dar parvenza di terzietà a considerazioni palesemente condizionate dal bisogno di esaltare successi o nascondere sconfitte, provo a proporre l’interpretazione di un apolide politico sui risultati della scorsa domenica.

Il primo dato generale, scontato ma non sufficientemente esaltato, è la fine dell’esperienza dei grUllini a 5stAlle; ho già detto più volte che considererò per sempre dei minus habentes da inviare ai lavori forzati quanti abbiano mai solo immaginato di votarli in passato, ma va rilevato con soddisfazione che l’italica propensione al pentitismo in questo caso abbia fatto il suo corso con benefica sollecitudine. Primo passo verso un agognato mondo in cui sia soppresso il suffragio universale e l’incapacità di gestire i congiuntivi determini l’immediata esclusione da ogni esercizio di funzione pubblica.

Una parte consistente di quel voto, a riprova della follia di quanti – da destra – guardarono con simpatia l’avvio della stagione dell’improvvisazione al potere, è tornata a casa, cioè a sinistra.
Nè poteva essere altrimenti: una banda di livorosi cultori dell’invidia sociale; tifosi delle manette per le presunte altrui mancanze quanto fantasiosi minimizzatori delle proprie porcherie; sostenitori dell’interventismo e determinismo pubblico a totale frustrazione di ogni ambizione individuale; dichiarati nemici del merito, della formazione del sapere. Insomma, i veri sacerdoti dell’egualitarismo massificante in cui tutti sono fermati al palo, guidati da un grande fratello con le sembianze di un guitto ed il portafoglio di un ereditiere. Per questo, continuo a predicare di tenere buona e continua memoria delle responsabilità di chi ha loro consentito di accedere al governo…

Il rientro nell’ambito della sinistra tradizionale (altrimenti notoriamente asfittica e priva di idee capaci di appassionare) é stato poi accelerato dall’intelligente trovata delle “sardine”, attuale edizione del sempiterno trucco del potere sinistro di raggruppare i fedeli intorno a parole vacue e volti anonimi (i girotondini, i difensori della costituzione, i ginostradisti,i metoo, i gretini e compagnia cantante).

In questo caso, l’invenzione del momento – il cui portavoce contende sul filo di lana al ministro di giustizia il premio per la miglior espressione lombrosiana – ha funzionato a meraviglia grazie (va onestamente riconosciuto) a Salvini, la cui bulimia comunicativa ha mosso dal torpore l’elettore medio della sinistra delusa e depressa, inducendolo a tornare al voto per significare al capitano che “mó ha rotto il cazzo”. Un citofono, infatti, basta già per spiegare perché Borgonzoni non è diventata governatore dell’Emilia Romagna. Ecco allora che – improvvisamente – il gioco (apparentemente) si semplifica: torna il bipolarismo; destra contro sinistra e “fuori i secondi”.

Ma le cose, in realtà, non stanno ancora del tutto così; proviamo a vedere quali elementi rischino di inficiare la “singolar tenzone”.

Anzitutto, il fratello di Montalbano ha pochissimo tempo per capitalizzare questo insperato ruolo di salvatore della patria: la fissazione – per il prossimo 29 marzo – del referendum per l’approvazione della riduzione dei parlamentari (cui io sono, per inciso, personalmente contrario, ma di cui magari parleremo in altra occasione) gli impone di provare a far cadere il governo, pur dichiarando l’intento opposto, nelle prossime 5/6 settimane; altrimenti lo spirito di conservazione dei parlamentari dalla certa estinzione prolungherà la vita della legislatura come neanche la telefonata di fronte al plotone di esecuzione nel celebre spot di Telecom. E il parente del Commissario, c’è da scommetterci, sarebbe sovrastato dall’eterna guerra civile che alimenta la quotidianità del suo partito.

E qui subentra un’altra variabile, davvero impenetrabile: quale sarà l’atteggiamento del figlio di Bernardo Mattarella, di fronte al rischio che questa assise – fortemente condizionata dal voto di un movimento che non esiste più – sia chiamata (nel 2022) a scegliere il suo successore?

La nota (parzialmente) positiva del voto di domenica, è il buon esito del centrodestra. Ma, detto che Salvini e – soprattutto – Meloni hanno dato il meglio per far raggiungere ai loro partiti vette inesplorate, non può sfuggire al lettore obiettivo un dato che non può essere sottovalutato: se di lá il ritrovato slancio finirà per rimettere in corsa l’intero potenziale del centrosinistra (la riacquisizione del non voto in Emilia ne é l’anticipazione), di qua Lega e FdI fanno già il pieno del disponibile, favoriti dalla condizione di opposizione (più sincera, invero, per i secondi) che permette loro di sostenere messaggi forti, spesso non realizzabili quando poi capita di passare dall’altra parte della scrivania. Soprattutto, non lasciano intravedere, nel loro progetto di società, la necessaria abiura da ogni forma di statalismo dirigista che – per filosofia e pratica – appartiene in ogni luogo della terra ai sinistri, oggi facilmente sintetizzabili nel bergoglismo d’accatto.

Ciò che continua, drammaticamente, a mancare in questa metà del cielo è la presenza di una forza che sappia credibilmente risvegliare la parte dormiente dell’elettorato di centrodestra: quello magari meno passionale, ma più interessato ad una proposta concreta in favore dell’individuo e della sua libertà da ogni oppressione, burocratica fiscale giudiziaria etica religiosa finanziaria sindacale che sia. La inevitabile estinzione del berlusconismo è solo parzialmente imbellettata dall’ottimo risultato dell’amica Jole Santelli, cui va il mio sincero augurio di buon lavoro.

La necessità di rianimare quell’area, anche per chi si ritenesse appagato dalle attuali (simili) opzioni, è da ultimo alimentata da un ulteriore elemento sul campo di battaglia: se questa legislatura dovesse proseguire, non potrebbe non metter mano alla legge elettorale; ed è chiaro l’intento (e la convenienza) dell’attuale maggioranza parlamentare, di riscrivere le regole in senso proporzionale, determinando – di fatto – l’impedimento a Salvini di formare una nuova coalizione di governo, ove fosse privo di una rappresentanza integrativa capace di completare l’offerta elettorale.

Tutto meno semplice di quanto possa sembrare, quindi; ma anche tutto aperto a nuove, possibili avventure.