Negli scorsi giorni il rappresentante dell’Unione Europea a Pechino, Nicolas Chapuis, ha firmato con gli ambasciatori dei 27 paesi membri una lettera apparsa sul “China Daily”, giornale del Partito comunista cinese. L’occasione è stata rappresentata dai 45 anni dell’inizio delle relazioni diplomatiche. La lettera pubblicata non è stata però quella originale, dal momento che è stato eliminato qualsiasi riferimento all’origine in Cina del coronavirus e della sua successiva diffusione nel resto del mondo. Non accenna ad essere smantellato o onestamente attenuato lo stato di incertezza, l’equivoco di base sulle responsabilità dell’immane prova del potere e dell’influenza cinese.

Non appare credibile la tesi di una situazione di debolezza dello Stato e dell’autocrate Xi Jinping, sostenuta dal politologo Jan Bremmer. E’ pur vero che lo studioso, a differenza di quanto avviene in Italia, regno delle ombre e della confusione, con un “ministro degli Esteri”, capace di riconoscere nella Cina un prezioso ed imperdibile “partner”, stila un atto di accusa, preciso, circostanziato, impossibile da confutare, quasi da tesaurizzare. Bremmer rileva infatti che “le manovre di insabbiamento e di depistaggio, messe in atto da Pechino sin dall’inizio della crisi, hanno contribuito enormemente alla diffusione della pandemia, sia in Cina che nel resto del mondo, provocando dannosi contraccolpi alla leadership cinese in patria e all’estero”. “Le posizioni difensive – insiste e puntualizza Bremmer – a oltranza, adottate dalla Cina e la mancata collaborazione allo studio delle origini e della diffusione del virus non le hanno certo fatto guadagnare le simpatie di molti; né a nulla è servito il tentativo – peraltro fallito – di avviare una “diplomazia della crisi”, in quanto i presidi sanitari spediti in soccorso ai Paesi colpiti dal contagio si sono rivelati difettosi [in Italia immancabilmente sono stati osannati]”.

Bremmer non rinunzia ad evidenziare l’imperdibile tratto somatico della prepotenza, nel passaggio in cui ricorda l’”atteggiamento minaccioso e ricattatorio”, tenuto  “per dissuadere quei Paesi che reclamavano un’indagine internazionale sulle cause del virus”. Ovviamente, conosciuto l’atteggiamento servile del governo giallorosso, nemmeno la più flebile voce si è alzata. A Trieste intanto si tenta di offrire ai cinesi la gestione del porto.

C’è qualcuno in Italia impegnato nel sostenere o meglio nell’inventare  le difficoltà di una ricostruzione della storia della pandemia. Si costruiscono o si ingigantiscono ipotesi marginali o secondarie rispetto alle cause reali, scatenanti, una delle quali è costituita sin da ottobre della diffusione del virus ai Giochi mondiali militari svoltisi a Wuhan.

Quanto mai esplicito è stato Antonio Polito. Nel respingere la fantasiosa quanto demagogica tesi che “il capitalismo cieco e disumano” sia responsabile dell’epidemia, ha sostenuto in termini lapidari che essa è nata “nell’ultimo Paese comunista del mondo”.

Da ultimo la ricostruzione dei precedenti delle epidemie, fatta da Sergio Romano, con l’indicazione dell’altro precedente asiatico del XIV secolo con la “peste nera” è meramente storico ma non logico mentre fuor di luogo ed assolutamente immeritato è l’elogio tributato al “grande coraggio” dimostrato dal governo, che ha stabilito misure tardive , tali da essere assunte dall’ultimo “caporale di giornata”. Romano non dice nulla ad esempio sulle ragioni del ritardo nell’applicazione e del sostanziale accantonamento dello “stato di emergenza”, proclamato il 1° febbraio. Non è affatto poco.