“Parturient montes, nascetur ridiculus mus”: due sono i casi verificatisi in questi giorni , in cui la demagogia irride e calpesta, non solo la storia, ma anche la logica.

    Il presidente uscente della Consulta ha, con solennità e con enfasi, sottolineato innanzitutto l’inalterata attualità della Costituzione, purtroppo “oggi poco condivisa”. L’ex magistrato, di sinistra aperta, Giorgio Lattanzi, ne ha elencato i meriti ed i valori da un’ottica ideologica, quanto mai faziosa, giungendo al culmine con parole, che provano solo ovvietà e fini meramente conservativi senza la schiettezza di un esame di coscienza sereno e non aprioristico sui difetti, sui ritardi e sull’anacronismo temporale di non pochi articoli della Carta. Si tratta, quindi, secondo il verso di Orazio, di un giudizio ideologico, prefabbricato, di conseguenza inutile. Nel momento in cui Lattanzi ammette che “per tanto tempo la Costituzione è stata un fondamentale e condiviso punto di riferimento ideale, ora non è più”. Il presidente, ancora per pochi giorni alla guida della Consulta, non riconosce al pari di tutti gli uomini dell’apparato, che la Carta, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è superata ed adattata alle diverse fattispecie esaminate solo grazie ed in forza di interpretazioni determinate dalla maggioranza, sempre di sinistra, della Consulta.

   Ancora più profondo è il legame tra la frase latina e l’articolessa, la solita omelia “ex cathedra” di Mieli. Eloquente è la presentazione di un volume edito da Laterza: “Marcello Flores e Mimmo Franzinelli hanno ricostruito le vicende della lotta di Liberazione. Un grande moto di popolo contro l’oppressione che presenta però aspetti oscuri su cui non si può tacere”.

   Se la giustificazione non riferisse ad eventi di spaventosa drammaticità, ci sarebbe da ridere. Due specialisti in pamphlets antifascisti, Marcello Flores, secondo Wikipedia, “noto studioso di genocidi”, e Mimmo Franzinelli hanno scritto, secondo l’incontrovertibile parere di Mieli, “una straordinaria Storia della Resistenza”, in cui viene raccontata “in modo particolarmente accurato la parte eroica della lotta di liberazione”. Il tuttologo storico tributa ai due autori un riconoscimento di portata capitale: “il fatto che i due studiosi si siano soffernati – con identica meticolosità – anche su episodi e controversi fa della loro opera un testo destinato a restare negli annali della migliore storiografia italiana”.

   La realtà di quelle pagine è di così sconvolgente gravità, che il contributo dei dioscuri della verità dissepolta in modo frammentario finisce con l’essere francamente trito, scontato, ipocrita, un autentico topolino.

   Le infinite opere scritte da sinistra non sono state altro che un ininterrotto panegirico, e quelli di destra insignificanti merde de pigeon.

   Mieli e gli scrittori, professionisti dell’antifascismo, non si sono posti neppure in forma remota questo quesito cruciale: perché le violenze, le prepotenze e le pagine drammatiche sono state scoperte, ma forse neanche ammesse e principalmente condannate dalla sinistra solo a 74 anni di distanza?

   Perché poi sono dovuti trascorrere oltre 7 decenni, nel più arrogante e prepotente affossamento della verità piena, durante i quali i comunisti con i loro scherani socialisti hanno costruito le loro fortune elettorali, hanno sistematicamente occupato, con la tacita connivenza dei democristiani e delle forze laiche, le scuole, le Università e le accademie, come l’Istituto della Enciclopedia Italiana, oggi assolutamente colonizzata, hanno irrigimentato, di anno in anno, in modo sempre più capillare, la magistratura?

  Sono tutti questi campi culturali, in cui risultano desolatamente assenti i partiti antigovernativi, preoccupati di organizzare effimeri movimenti “minestroni”, tenendo nel caso della Lega, con buona pace della Meloni, saldo, vero e vincolante nell’articolo 1 del vecchio e nuovo statuto, il principio dell’”indipendenza della Padania”.

   Invece di irridere e di denunziare, afferrandone la vera natura della manovra reclamizzata dal pontefice laico del “Corriere”, con la solita, puerile superficialità e con la cronica, connaturale faciloneria, un quotidiano leghista ed un altro di “destra” hanno preso in deferente considerazione il “capolavoro” di Flores e Franzinelli. Un altro foglio, di area berlusconiana, invece di etichettare i tanti violenti, riemersi dopo il fallimento di Salvini, come “guardie rosse”, non ha trovato di meglio che rispolverare la consunta etichetta di “squadristi” e “fascicomunistelli”.

   Con rammarico va considerato limitato e svogliato poi il plauso al prof. Giancarlo Talamini di Fiorenzuola d’Arda, posto alla gogna per avere osato attaccare il ridicolo movimento catto –comunista delle “sardine”, legato a maestri del livello di Prodi e di Veltroni.