Ricordo il 4 novembre della mia giovinezza, era l’ultimo giorno del ponte dei “morti”, una piccola breccia di vacanza nella lunga stagione scolastica. C’era chi andava in campagna e chi restava in città. Le caserme erano aperte al pubblico e i bambini si divertivano a scalare i carri armati o i cannoni innocui esposti negli ampi cortili. Allora i maschi si divertivano in casa a giocare ai soldatini, non avevano alcun pirla fautore della teoria gender ad impedirglielo ; poter per una volta ammirare autoblindo vere e far finta di guidarle era come realizzare un piccolo sogno.

Sono trascorsi tanti anni ma pochi giorni fa mia sorella mi dice che al Monumento ai Caduti di piazza sant’Ambrogio a Milano è scolpito anche il nome di un nostro prozio, il fratello prediletto della nonna, Enrico Campiglio Lombardi, morto a vent’anni nel giugno 1916.

Provo per mera curiosità a fare una ricerca in internet e scopro tutto quello che mia nonna, trattenuta dal pudore di un dolore grande, non ci aveva raccontato.

Il soldato Enrico Campiglio Lombardi parte volontario con il Quinto Reggimento Alpini di Milano . Dopo i primi combattimenti viene promosso sottotenente e destinato al battaglione Val Brenta del Sesto Reggimento. Cade sul monte Pasubio durante un attacco ad un fortino austriaco. E’ il caduto 4408, decorato con medaglia d’argento al valor militare. Rintraccio perfino l’ultima lettera scritta prima di morire, a suo padre, il mio bisnonno Napoleone, un nome inconfondibile ; è datata 1 dicembre, è indirizzata al “caro paparino” e racconta del suo alloggiamento in una casa cantoniera, dove “fa un po’ frescolino ma sono luoghi meravigliosi !”.

Improvvisamente mi accorgo che avvenimenti lontani e quasi estranei entrano a far parte di me e alcuni comportamenti di mia nonna diventano più nitidi ; lei era l’ultima di sei fratelli di primo letto, ma era affezionata ad Enrico, di solo due anni più vecchio, erano compagni di giochi, avevano perso la mamma in tenera età. Credo che la sua morte sia stato il suo dolore più grande, aveva solo sedici anni quando fu raggiunta dalla notizia che l’Enrico non sarebbe più tornato.

Intuii qualcosa di questa sua ferita quando a diciotto anni venni sprangato sotto casa dai comunisti sessantottini. La paura di rivivere lo stesso dolore con uno dei suoi nipoti, la fece accorrere al mio capezzale in ospedale e grande deve essere stato il suo sollievo quando mi ripresi.

La Grande Guerra fu indubbiamente una immensa mattanza, una logorante guerra di trincea, spesso senza senso. “Mai nel corso dei secoli “ commentò lo storico Alistair Horne” un grande comandante o uno stratega si era proposto di battere il nemico dissanguandolo lentamente. La sgradevolezza, l’aspetto macabro di questa immagine poteva nascere soltanto in quella Grande Guerra i cui leader, nelle loro insensibilità, arrivarono a considerare gli essere umani come semplici molecole.”

Tra i pochi ad intuire cosa sarebbe accaduto , prima che la guerra scoppiasse davvero , fu un colonnello francese, che si imbatté un giorno in un gruppo di giovani ufficiali che brindavano alla guerra e ridevano alla prospettiva di un conflitto. Egli fece cessare di colpo le loro risate con una domanda :” Pensate davvero che la guerra sia sempre allegra, toujours drole?”. Quel colonnello era Henri-Philippe Pétain. Due anni dopo, a Verdun, egli fu testimone di una delle carneficine belliche più spaventose di tutto il XX secolo.*

Eppure da quella immane tragedia nacque qualcosa.

C’è una bellissima canzone di Fabrizio de André , “Via del Campo”, che in una strofa dice: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Nel fango delle nostre trincee, tra brandelli di corpi in decomposizione, nacque il fiore del sentimento nazionale, di quell’Italia non più espressione geografica ma comunità umana. Uomini del sud e del nord combatterono fianco a fianco, si accorsero che parlavano la stessa lingua, anche se con inflessioni dialettali diverse.

Nacque l’Italia per cui ci esaltiamo oggi se diventiamo campioni del mondo con gli azzurri, se due nostre tenniste si contendono il torneo di New York, se le Ferrari trionfano in qualche circuito, se le Frecce Tricolori compiono acrobazie impossibili nei cieli e Bocelli illumina l’etere delle note di Puccini. Per la nostra patria ci inorgogliamo del made in Italy, dei nostri cibi, dei nostri vestiti, dei nostri musei, del Giro d’Italia che ci fa ammirare ogni nostra bellezza. Ci arrabbiamo quando motociclisti spagnoli cospirano contro Valentino Rossi o questo governo viene messo da parte nelle scelte di politica estera. Spesso diamo più importanza a cose effimere e trascuriamo valori più importanti ma fa parte del nostro carattere.

Quella guerra che ci sembra estranea è invece nel nostro sangue: la sinistra italiana di quella tragica esperienza vede solo , da una miope prospettiva pacifista, il massacro che si verificò, lascia appassire il fiore nato dal letame, preferisce ricorrenze che dividono e agitano gli animi. Compito della destra è cogliere il fiore del sentimento nazionale, vero patrimonio indissolubile.

Ci tiene divisi , fratello,

un destino ineluttabile.

Da due fossati contrapposti

fissiamo negli occhi la morte.

In trincee ricolme di gemiti,

l’orecchio teso al sibilo delle granate,

noi stiamo l’uno contro l’altro.

Io sono il tuo nemico, e tu il mio.

Ora la visione mi è chiara,

non importa se noi due moriremo,

perché ciò che non muore

rinascerà dal sangue versato.

  1. Edvar Slonski poeta polacco

 

*Martin Gilbert

La Grande Storia della Prima Guerra Mondiale

Ed. Il Giornale

 

Il Sacrario di Redipuglia

Il Sacrario di Redipuglia (nella foto) è il più grande e maestoso sacrario italiano dedicato ai caduti della Grande Guerra. Realizzato sulle pendici del Monte Sei Busi su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni, fu inaugurato il 18 settembre 1938 dopo dieci anni di lavori. Quest’opera, detta anche Sacrario “dei Centomila”, custodisce i resti di 100.187 soldati caduti nelle zone circostanti, in parte già sepolti inizialmente sull’antistante Colle di Sant’Elia.
Fortemente voluto dal regime fascista, il sacrario voleva celebrare il sacrificio dei caduti nonché dare una degna sepoltura a coloro che non avevano trovato spazio nel cimitero degli Invitti. La struttura è composta da tre livelli e rappresenta simbolicamente l’esercito che scende dal cielo, alla guida del proprio comandante, per percorrere la Via Eroica. In cima, tre croci richiamano l’immagine del Monte Golgota e la crocifissione di Cristo.