Vi sono storie che andrebbero raccontate. Storie belle, storie piene di dignità, storie di libertà. Storie tutte italiane. Eppure nessuno (o quasi) le vuole raccontare. Non a caso.

Da almeno mezzo secolo registi, scrittori, giornalisti hanno abituato gli italiani a disprezzarsi, a vergognarsi, a compiangersi. A schifarsi di loro stessi. Un processo di auto denigrazione feroce; un’autoflagellazione continua, crudele; una rappresentazione agrodolce, talvolta caricaturale, spesso esagerata, a tratti insensata.

Certo, i motivi per non essere particolarmente orgogliosi di molte pagine di storia patria non mancano. Anzi. Difficile, se non impossibile, menar vanto di Custoza, di Lissa, di Adua, di Caporetto; arduo ritrovare luci nella vicenda del brigantaggio e nei drammi dell’emigrazione o del Confine Orientale. Aggiungiamo poi l’otto settembre e tutto ciò che ne è conseguito: la “morte della Patria” e le tante pagine oscure e/o ignobili di questa democrazia senza qualità, di questa Nazione a sovranità limitata.  Eppure, nonostante tutto ciò, l’Italia — con tutte le sue magagne, i suoi ritardi, le sue giravolte e i suoi capitomboli — è riuscita e riesce a esprimere figure, momenti, esperienze notevoli, forti, ammirevoli. Degne d’essere ricordate adeguatamente.

Certo, vi sono i Liborio Romano e i Badoglio di ieri e di oggi — tanti, troppi —, ma vi sono anche — pochi, ma non così pochi — personaggi di carattere, gente dalla schiena dritta, donne e uomini capaci di visioni alte, di atti coraggiosi  e dignitosi. Di scelte.

DA BENGASI ALL’HIMALAYA

Una conferma, una volta di più, arriva da due bei libri appena freschi di stampa e, ovviamente, trascurati dal circuito mediale: “Fughe” di Valeria Isacchini e “Fuga sul Kenya” di Felice Benuzzi. Ambedue i lavori — un denso saggio e una testimonianza forte — narrano le vicende di quei soldati italiani che, nell’ultimo conflitto dopo essere caduti in mano al nemico, non si rassegnarono alla detenzione e alla rassegnazione. All’umiliazione del filo spinato. Nei loro libri, l’Isacchini e Benuzzi raccontano non solo rocambolesche avventure di uomini che rifiutarono la resa e, sfidando l’impossibile, fuggirono per tornare a combattere — molti ci provarono, pochi ci riuscirono —, ma ci restituiscono anche un frammento perduto e importante della nostra vicenda nazionale.

Ecco allora il comandante anconetano Camillo Milesi Ferretti che, caduto prigioniero dopo l’affondamento del suo sommergibile, rifiuta d’indossare i panni della detenzione e sin dal primo giorno cerca d’evadere dalle gabbie egiziane di Sua Maestà. Fallisce ma non demorde. Spedito dagli inglesi nella lontana India, Ferretti rincontra un altro irriducibile, Elios Toschi (con Teseo Tesei uno dei “padri” della Decima Mas). Una sintesi esplosiva. Con le loro scorribande, i due faranno impazzire le occhiute polizie britanniche — e spaventare qualche gallonato compagno di sventura…— sino alla loro ultima, definitiva evasione. Nel 1942, i due amici assieme al tenente dei granatieri Anastasio riescono a scappare dal lager di Yol — un campo di punizione per incorreggibili e rompicoglioni piantato sotto le pendici dell’Himalaya — per inoltrarsi tra le montagne travestiti da “paria”, gli ultimi tra gli ultimi indiani.

L’obiettivo del terzetto, scartati l’Afghanistan e la Persia, sono le piccole enclaves portoghesi sull’Oceano Indiano: Diu, Daman, Goa, fazzoletti di terra, ultime briciole del grande impero coloniale lusitano e perciò ancora appartenenti ad una nazione neutrale e (almeno formalmente) filo fascista. L’ardimentoso terzetto, ignorando le manovre internazionali del professor Salazar (ormai anglofilo) e la precarietà del dominio asiatico di Lisbona, attraversa tutta l’India per raggiungere l’agognata meta.

Come in un romanzo di Kipling, i tre amici s’inerpicano lungo tratturi nevosi, si avventurano nelle città, si nascondono tra i mendicanti, s’imbarcano su treni sbuffanti e — bofonchiando solo qualche parola dei mille idiomi dell’India — trovano rifugio nel seno di quell’umanità misera, colorata in perpetuo movimento tra una stazione e l’altra, tra una città e l’altra. Per sviare le ricerche dei britannici, il trio si divide; mentre Ferretti percorre da solo tutto il Subcontinente e raggiunge, infine, Goa, Toschi e Atanasio giungono, stremati, a Diu. La libertà infine. O quasi. I lusitani vivranno con fastidio la presenza degli ostinati italiani sul loro piccolo territorio e non consentiranno sino a guerra conclusa il loro ritorno a casa.

Tralasciando gli intrighi portoghesi, la lunga fuga del terzetto rimane un vero capolavoro d’avventura. Camuffati da pezzenti, senza quattrini e documenti, i prigionieri a beffare per mesi l’impero britannico e raggiungere, con molta fatica e tante astuzie, la destinazione finale. Un atto che evidenzia, oltre la determinazione dei protagonisti, anche — ed è un dato interessante — la distanza se non l’ostilità degli indiani verso il governo coloniale. Come si evince dalla documentazione raccolta da Valeria Isacchini, Toschi, Ferretti e Anastasio attraversano l’India con l’aiuto degli indigeni, soprattutto dei più umili, quelli che sperano in Gandhi o in Chandra Bose e attendono la vittoria dell’Asse, la liberazione da Londra.

L’appoggio dei locali sarà determinante anche per la ventura di Pasquale Landi e Giorgio Pozzolini, due terribili, meravigliosi toscani. Nel 1940 Landi è il giovane “federale” del PNF di Pisa — uno della “covata” di Muti — e, sebbene padre di tre figli e gerarca in carriera, si arruola immediatamente. Come Berto Ricci, come Gino Pallotta, come Niccolò Giani. Anche per lui, una volta al fronte, lo scontro con la realtà è drammatico: Balbo è morto, la “guerra parallela” del Duce è un fallimento, Graziani in Libia (come Visconti Prasca in Grecia) si rivela inadeguato, la potenza militare italiana è un bluff. Dopo poche settimane Landi si ritrova travolto dal collasso del Regio esercito. In dieci settimane i britannici sferrano una controffensiva e sfasciano le linee di difesa: al prezzo di soli 500 morti, 1373 feriti e 55 dispersi, le truppe imperiali conquistano mezza Libia e prendono prigionieri circa 130mila italiani. Un disastro. Graziani, rifugiato in una tomba romana a chilometri dalla linea del fuoco, ha una crisi di nervi, crolla e Mussolini lo pensiona immediatamente; intanto Hitler convoca d’urgenza Rommel per salvare la Libia e sostenere un’Italia fascista ormai subalterna al Reich.

I dadi del destino iniziano a rotolare ma Landi non lo sa. Tra i fili spinati di Geneifa, il grande campo di concentramento britannico in Egitto, l’ex federale incontra il corregionale Pozzolini e altri “irriducibili” e, assieme a loro, decide d’evadere prima d’essere spedito in India. Per tornare a battersi, per raccontare ai “superiori” o (magari) al Duce ciò che è veramente successo in Cirenaica. Inizia così una corsa contro il tempo e, raggranellati i denari necessari e le poche carte, Landi e i suoi camerati se la svignano e si rifugiano al Cairo. Nella capitale gli evasi s’inventano una latitanza tra il bazar, le catapecchie dei “fellaghas” e il quartiere europeo, protetti da un reticolo di simpatie sincere o/e interessate (l’Afrika Korps è vicina e le sterline fanno comodo…) e dal coraggio delle donne (gli uomini sono ormai tutti internati) della numerosa comunità italiana cairota e alessandrina. Dopo innumerevoli tribolazioni — ben raccontate dall’Isacchini —, nel 1942 Landi, Pozzolini e altri due evasi riescono a raggiungere, attraverso il Libano e la Turchia, l’Italia. L’11 marzo il Duce riceve i quattro a Palazzo Venezia per decorarli. Ma, tra una medaglia e l’altra, in quell’udienza cosa hanno raccontato quei giovani a Mussolini? Landi è riuscito a informare il capo del Fascismo di ciò che ha visto in Libia, dietro i reticolati, al Cairo? Purtroppo l’autrice — pur avendo accesso all’archivio familiare — sorvola sull’argomento. Peccato.

ALL’AFRICANA. FUGA CON BEFFA

La seconda parte del libro della ricercatrice emiliana è dedicata all’Africa Orientale e alla sorte degli ultimi difensori dell’effimero impero. Tra le tante storie possibili, l’Isacchini ha scelto due vicende emblematiche e terribilmente simpatiche. La prima è dedicata a Giovanni Vanni Corsini, nobile fiorentino, uomo di mondo, elegante, poliglotta e (la cosa non stona) bel patriota.

Andiamo per ordine. Negli anni Trenta Corsini si appassiona al sindacalismo mussoliniano e s’impegna nelle strutture corporative. Poi nel 1936 la conquista dell’Etiopia, l’Africa. Come decine di migliaia d’italiani, il giovane aristocratico decide di trasferirsi e raggiunge Addis Abeba, la nuova capitale dell’AOI dove fonda una società di legnami e in pochi anni diventa il più importante operatore del ramo. Lo segue sua moglie, la principessa Olga Olsoufieff, erede e capofila di una famiglia non comune. Gli Olsoufieff sono dei veri “russi bianchi”, zaristi rocciosi e orgogliosamente militaristi e, non a caso, nell’Italia del tempo, la famiglia mette radici salde: Olga si sposa Giovanni, la sorella Daria il comandante Junio Valerio Borghese; il fratello Alessio si arruola nella Regia Marina e nel’41 e cade in combattimento al largo di Capo Bon. La figura di Olga si rivelerà importante nei mesi successivi al crollo dell’Africa Orientale.

Nel gennaio del ’41 i britannici lanciano una grande offensiva che scardina le difese italiane. Il Duca d’Aosta è una figura luminosa ma non è uno certamente uno stratega, per di più è attorniato (con le solite eccezioni) da generali logori, incapaci o felloni e così, nonostante il coraggio dei soldati nazionali e coloniali — mal diretti e peggio organizzati —, gli inglesi in primavera entrano a Mogadiscio, a Massaua, all’Asmara, ad Addis Abeba. Una disfatta. Negli ultimi giorni dell’AOI anche Corsini, ex ufficiale alpino, è richiamato e scopre con disappunto che, oltre ad una disorganizzazione impressionante, non ci sono divise e fucili: come ricorderà nel suo libro “Lunga fuga verso il Sud” (editato nel 1979 da Mursia) gli italiani cadono prigionieri non perché “sconfitti ma perché per lo più non avevano potuto combattere”. Nella catastrofe resiste per mesi soltanto il caposaldo di Gondar, diretto dall’energico Guglielmo Nasi, uno dei migliori comandanti italiani dell’intera guerra. Poi, il 27 novembre, anche il testardo generale deve capitolare.

All’indomani della resa, il destino di Corsini e della sua famiglia s’intreccia con quello della comunità civile italiana (quasi 200mila persone di cui 40mila solo ad Addis Abeba) e la sorte dei centomila prigionieri di guerra: un numero enorme anche per l’amministrazione britannica, sempre più preoccupata dalla sorprendente volontà di resistenza degli sconfitti. Svanite le gerarchie ed evaporati i comandi, gli italiani d’Africa — militari e civili e indigeni fedeli — organizzano una rete clandestina spionistica efficace e accendono fuochi di guerriglia ovunque. Tra i monti, nei deserti e nelle città. È la storia del mitico comandante Amedeo Guillet e delle sue bande di cavalieri Amhara, del generale Muratori che scatena la grande rivolta delle tribù Galla, oppure di Calderai nell’Omo, di Ruglio in Dancalia, dei sabotatori del colonello Lucchini o di Rosa Danieli che fa esplodere da sola un grande deposito di munizioni nella capitale etiopica. I britannici vanno in crisi, richiamano migliaia di soldati e replicano sui coloni italiani i metodi brutali della guerra boera. Per Londra è una faccenda sporca e non gloriosa, chiusa soltanto nel maggio 1943 quando gli ultimi, ormai stremati, difensori dell’AOI depongono le armi. Per l’Italia è ancora un’epopea misconosciuta, tutta da studiare, da raccontare.

Intanto, Corsini e sua moglie partecipano al movimento di resistenza ma presto sono individuati e arrestati. Mentre Olga è internata (ma persevera, con rara determinazione, l’attività patriottica) , Giovanni si ritrova al campo di Eldored, in Kenya. Le delusioni non mancano. L’universo dietro al filo spinato è una piccola rappresentazione dell’Italia del tempo: vi sono gli incazzati (Giovanni è tra questi), i vinti — rassegnati e dignitosi —, i vili che collaborano con il nemico, i primi antifascisti (per comodo e/o convinzione) e poi i soliti delatori, i ladri e gli infami di sempre. Un ambiente claustrofobico. Per il fiorentino l’idea della fuga, per quanto impensabile, diventa ogni giorno più ossessiva e fantasiosa.

Fortunatamente i simili tra loro si riconoscono sempre. Questioni di affinità elettive, di gusti, di Stile. Anche in un lager. Presto Giovanni non è più solo e prende forma uno speciale “gruppo di lavoro” che inizia ad architettare le ipotesi di fuga più strampalate come trafugare un idrovolante sul lago Vittoria con un collega pilota. Gli irriducibili ci pensano, ma non c’impiegano molto a rendersi conto che è pura follia. Dopo lunghe discussioni — ma il tempo a Eldored non manca — si decide che è meglio uscire via terra dal Kenya, attraversare il Tanganika, percorrere almeno 2.800 chilometri in territorio nemico, e infilarsi nel Mozambico portoghese. Per mesi Corsini, assieme ad altri quattro camerati, studia carte, confeziona documenti falsi, si procura divise inglesi, fa una scorta di carburante, ricama personalmente le controspalline da capitano di Sua Maestà Britannica.

Il 10 febbraio 1943 Giovanni e i suoi finalmente partono, sfilando con disinvoltura una camionetta Chevrolet sotto gli occhi assonnati delle guardie. Direzione Sud. Spacciandosi per l’irascibile e scontroso captain J.A. Dickson — in missione per il Sud Africa con prigionieri al seguito —, l’avventuroso toscano sfrutta la sua perfetta conoscenza dell’inglese e l’atteggiamento da perfetto gentlemen per superare tutti posti di blocco e i controlli. La messa in scena incredibilmente funziona. La fuga a bordo del Chevrolet, preso in comodato gratuito temporaneo del nemico, è un susseguirsi di colpi di scena, esilaranti contrattempi, trucchi ingegnosi per procurarsi il carburante e qualche pezzo di ricambio indispensabile a far girare il motore di un riottoso automezzo non avvezzo ai lunghi percorsi. Un esempio: per non essere importunati durante le soste per riparazioni, si mascherava il tutto come se si trattasse d’impellenti bisogni fisici, soddisfatti secondo manuale lungo le scarpate delle strade.

L’evasione si trasforma, chilometro dopo chilometro, da sfida goliardica in un’avventura straordinaria. La beffa si conclude il 13 marzo quando ad un sperduto posto di frontiera lusitano si presentano Corsini, i tenenti Franco Tonelli, Mario Bonioli, il capitano Amedeo Marsaglia e l’allievo ufficiale Girolamo Nucci. La guerra è sempre un evento crudele ma, talvolta, può essere divertente.

NO PICNIC ON MOUNT KENYA

L’ultimo, intenso capitolo del suo libro, Valeria Isacchini lo dedica alla più romantica, bella e, apparentemente, inutile delle evasioni. È la storia di tre amici, il triestino Felice Benuzzi, il genovese Giovanni “Giuàn” Balletto, e il camaiorese Vincenzo Barsotti evasi per scalare la vetta del monte Kenya e piantarci, il 6 febbraio 1943, il tricolore. Un’impresa meravigliosamente folle: conquistare una montagna di 5000 metri per il gusto di beffare i carcerieri e ribadire il proprio diritto alla libertà.

Per una fortunata coincidenza, Il Corbaccio — su probabile suggerimento dell’ambasciatore Sergio Romano, prezioso collaboratore dell’editore — ha appena rieditato “Fuga sul monte Kenya”, scritto da Benuzzi nel 1947. Il libro, ormai un classico della letteratura di montagna, nell’immediato dopoguerra ebbe uno straordinario successo e la sua versione inglese “No Picnic on mount Kenya” fu persino adottata dalle scuole britanniche e, nel 1994, ispirò anche “the Ascent”, purtroppo un brutto film pieno d’errori e travisamenti.

Con scrittura fluida e levità tutta triestina, l’antico prigioniero ricostruisce le vari fasi della detenzione, dalla cattura ad Addis Abeba ai primi campi — dipingendo con maestria la monotonia quotidiana, le angosce di quell’ “umanità in conserva” che affolla le baracche — sino al suo trasferimento all’ennesimo lager, a Nanuyuki, alle pendici del monte Kenya. È l’improvvisa visione della vetta fa scattare nella mente di Benuzzi — alpinista esperto e, anni più tardi, socio fondatore di “Mountain Wilderness”  — l’idea: scappare e scalare il gigante di pietra e ghiaccio. Poi tornare in prigionia, perché il triestino considera — a differenza di Corsini e i suoi amici — il Mozambico irraggiungibile. Assieme a Balletto e Barsotti, Benuzzi inizia a raccogliere un’attrezzatura di fortuna: le piccozze sono ricavate da martelli, i ramponi sono forgiati battendo a freddo pezzi d’acciaio recuperati da una discarica e legati con frammenti di filo spinato. Le corde sono quelle delle reti ai giacigli, le coperte diventano guanti e giacche, le scarpette da roccia hanno la “suola d’agave da branda”. E poi, c’è la bandiera italiana, barattata al mercato nero del campo, da issare in vetta.

Il 24 gennaio 1943 i tre scivolano fuori dai recinti e partono per l’avventura. L’avvicinamento è difficile, oltre che da britannici bisogna guardarsi anche dagli animali feroci e da una natura stupenda quanto difficile. Poi la montagna: «la meta per cui avevamo penato tanto, irta di guglie, corazzata di ghiacci, irrorata contro la luce del primo sole che la bacia dopo l’attesa della notte».

Da subito la scalata si rivela durissima. Mentre Vincenzo, sfinito e malato, rimane al campo base, Felice e “Giuàn” continuano; sopravvissuti a una bufera di neve, i due giovani devono rinunciare alla vetta principale e ripiegare sulla seconda cima, punta Lenana, un colosso di 4985 metri. Qui alzano il tricolore e una bottiglia con un messaggio che certifica la loro vittoria. Poi prendono la via del ritorno. Rientrano al campo il 10 febbraio in condizioni pietose, ma prima di consegnarsi si nascondono ancora qualche giorno per ritrovare le forze, per rendersi presentabili. Come si conviene a degli ufficiali italiani. Una mattina si annunciano al comandante del campo: «puliti, sbarbati, con i capelli tagliati e le scarpe lucide, camicia e calzoncini accuratamente stirati. Con l’aria più candida e trionfante lo salutammo: “Good morning”».

I carcerieri sono strabiliati. I tre finiscono in cella d’isolamento, ma ricevono subito cure e cibo.  Intanto una comitiva di alpinisti inglesi scorge il tricolore che sventola su Punta Lenana. Vanno su e trovano anche il messaggio nella bottiglia. Il 20 febbraio il quotidiano di Nairobi “East African Standard” titola: “Escaped italians prisoners fled to Mount Kenya!”. La notizia fa il giro del mondo e arriva anche in Italia. Nonostante la sconfitta ormai vicina i tre misteriosi evasi — la censura alleata non fornisce nomi e gradi — sono celebrati come eroi.

Dal canto loro i britannici, con sportività, annullano ogni provvedimento disciplinare contro Benuzzi, Balletto e Barsotti. Il tricolore, affidato al Mountain Club of East Africa, viene donato nel 1948 al Club Alpino di Milano. Purtroppo cade in mani incaute, in mani sbagliate. Da decenni della bandiera si è persa ogni traccia. Un triste, malinconico epilogo che si poteva e si doveva evitare. Per fortuna, autori coraggiosi come l’Isacchini (Benuzzi è mancato nel 1988) ed editori intelligenti hanno ritrovato la memoria di una vicenda straordinaria, impreziosita dall’immagine di un piccolo tricolore che garrisce per sempre nel vento dell’Africa.

FUGHE

Dall’India all’Africa,

le rocambolesche evasioni

dei prigionieri italiani

di Valeria Isacchini

Pagg. 264 – Euro 14,45

Mursia 2012

FUGA SUL KENYA

17 giorni di libertà

Di Felice Benuzzi

Pagg. 352 – Euro 19,90

Il Corbaccio, 2012